mercoledì 23 marzo 2011

DE LEAR-HUME, n.4: PRIMAVERA-UN TOT

Tornerà l'inverno a ghiacciarci il rospo in gola a soffocarlo soffocarci e di più: a spingerlo nell'intestino a consumarsi fra gli acidi dell'anima della rabbia repressa, bile. No, non sono un tipo astioso (si dica pure splenatico, (da cui viene spleen), che si traduca in bilioso) ma faresti bene ad aver paura di me. 
Al rigore dell'inverno non risponderemo. Sarà così facile riporre le nostre colpe nel fallimento stagionale, nel fallimento universale. Nel rospo da ghiacciare.
Lo sapete, vero? L'inverno mi cola dalla faccia ed è solo schianto di carne che annichilisce le mie forme, le rigide convenzioni, frustra la placida incertezza, la decisione fredda. Ferrea... Mi servono solo dei numeri per generarti, un tot di questo, un tot di quello - e milioni in fuga verso il centro. Sfondate! Accogli... accogli le rapide successioni. Ondate. Aria gelida che emano, rivolta composta di cellule insoddisfatte, confortevole manifestazione di lucida follia-di popolo-di piazza. Mi lasciaboccaperta di fronte alla primavera. Incanto banale, ostento di mio solo un pocopoco d'onesta merda. Restituiscimi il veleno che mi togli dal sangue. E allora scusami, allora perdonami, perlustra pure, perquisisci le aree della colpa, non ci troverai nulla e sarà triste - solo grigiore, vuoto e polvere - e poi ancora ti piegherò, ancora ti umilierò - sarai blindato dalle antiche mie mani bastioni, dalle mie colonne cadute. Dai miei palazzi in rovina. Dagli echi di risa, lontane, false, volgari. Volgari perché false. Dal vile contegno. Tra una frase e l'altra la risatina riempie le assenze del tuo pensiero, ti da un semi-tono di completezza, ti risolve qualche frammento di vita. Ma incespichi sempre nell'identità che cerchi di ingoiare. Di annegare. Io, tutti, la vediamo trasparire, trasudare. Io so, sappiamo tutti, cosa vorresti e dovresti fare, ma mi servono dei numeri per concepirti e risolverti. Un tot di.Un tot di quello. Dosi.
Sussurrarti la fine mentre dormi è il mio notturno lieto compito, renderti cosciente del nulla che contieni che non puoi nascondere come cacca sotto al tappeto. Il nulla che ti tradisce, ovviamente, è quel nulla che ti manca.
C'è un silenzio di cui non ho mai voluto approfondire l'esistenza. Viaggia randagio a tormentare il mio sonno nella notte fitta di spiriti. Vibra l'udito cervello trapassato eroi onirici zittiti oscurità svuotate e profanate. MA E' VERO. Non suona falso come ogni tua distillata sillaba. C'è, un silenzio di cui vorrei approfondire l'esistenza. Il tuo. Un tot di.Un tot di quello.
Poi avrei bisogno, (presto!) di cambiare d'abito e di pelle, di voltarmi come un guanto per realizzare di quanta forma, di quanta sostanza, di quanto vuoto, quanto quanto, regga, resista e per quanto. Un tot di.Un tot di quello.
Non ho mai raccolto fiori anche se nella tana ce ne sarebbe stato forse bisogno, perché le pareti oscure non trattavano la luce come si dovrebbe fare nelle migliori famiglie. La ingoiavano incaute ed indifferenti senza neppure pensare di flettere, distribuirne un po' qua e là. Non riflettevano e: la botte distillava gocce di vino porpora con la notte alla porta. Io stendevo flaccido un bicchiere sullo zerbino -mal che vada non lo berrà nessuno e la notte se lo potrà asciugare. La pioggia, invece, all'improvviso, si decise a darmi una sana ripassata ai vetri delle finestre che aprii cosicché anche il lurido del pavimento avesse la sua reclamata porca parte. Io bocconi, pancia piena pensavo: "Non dovrò lavare il bicchiere, certo, il vino si allungherà." E sughero di lattice occluda, rapido... lo sgorgare della mia gioia comandata: un tot di.Un tot di quello. 

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