domenica 6 marzo 2011

INVERNO GIORNO - ULTIMA ALBA: AZIONE! 1/6


Lui è immobile, dritto, col capo chino. Forse gli occhi sono chiusi. Mentre lei, lei... gli cammina intorno, senza posa, senza stanchezza, tenendogli sempre gli occhi addosso, come con noi fa la luna. S'avvicina, poi, ed arriva a parlargli sfiorandogli con le labbra gli occhi, la bocca, il mento. Abbatte definitivamente quella naturale barriera di rispetto ch'era sempre, necessariamente, esistita fra lei -allieva- e lui -maestro-.
Lui. Lui sembra una pianta spezzata, senza vita. Stride eccome, il contrasto con il fondale, che ci vuol ricordare l'arrivo gioioso della primavera. Lui sembra una pianta che non si potrà aggregare a quel ciclo di rinascita.
Lei invece è vitale, partecipa a questo cambiamento e il suo orbitare concentrico ci sembra la danza di un rampicante, pronto a chiudere quella traiettoria, pronto ad estinguere quell'ultimo alito di vita nascosto in quel tronco spezzato ed agonizzante, stritolandolo, suggendone la dimenticata linfa. Trasformandolo.
La luce, perfettamente calibrata su di loro, fa però solo risplendere lei. Lui la assorbe, sembra già una cosa morta, se ne nutre disperatamente.
Lei, infine, dicevamo, gli parla. Anzi. Sussurra. E' così vicina al suo viso che quasi le basta soffiare le parole senz'emettere suono. E lui non è certo se realmente queste parole riesca in qualche maniera a udirle o non siano invece in qualche modo decriptate e tradotte dalla sua pelle stessa, umida del calore di quel fiato muto, ed in grado, chissà come, di leggerne ed interpretarne la forma.

Il sole sa che il nostro pianeta gli parla. Ma le preghiere che gli s'innalzano restano intrappolate, prigioniere del cielo. Raggiunto l'apice della loro ascesa, precipitano a terra, trasformandosi in terribili maledizioni e bestemmie.

Lei sussurra:
“Maestro... voi non dite tutta la verità...”
Il fondale la ricorda solamente, la primavera. E' una scenografia simbolica.
“O meglio... la verità che mi avete raccontato, contiene in sé anche la via della sua stessa negazione.”
Lui continua a non muoversi. Sì, continua, perché certamente, è, la sua, un'azione di grande forza, e di resistenza.
“Maestro...”
Gli accarezza i capelli, ora, spettinandolo. Poi, gli sfiora la guancia, e le labbra. La sua mano scende accarezzandogli il collo, quindi stringe la spalla.
L'abbraccia.
Ecco.
Il rampicante finalmente sugge l'ultima linfa di quella pianta. La strangola, la mette a morte. Ma solo simbolicamente, è ovvio. Come la primavera dipinta sul fondale.
Dal buio, improvvisamente, giunge una voce. E' gridata. E quindi sgradevole, inopportuna, ma, a quanto pare, inevitabile:
“Va bene, va bene così per oggi. Abbiamo finito, ci rivediamo domani alla solita ora. Grazie, arrivederci.”
Si sentono, dal buio, passi allontanarsi.
Rimangono, loro, invece, così, abbracciati, o meglio, lei abbracciata a lui, che ancora non ha mosso un dito. E qualcuno spegne quell'ultima luce su di loro, e sulla primavera dipinta. Quella pianta ed il suo rampicante svaniscono nell'oscurità totale.
Si sente odore di polvere che arriva dal basso.
Rimangono, loro, immobili, là, al centro di quel mondo buio.
Ecco che finalmente lei si scosta, fa qualche passo indietro e rimira il “maestro”. Lo guarda ancora a lungo, potendone in realtà solo ricordare i dettagli e riuscendo solo ad intuirne la forma, in quell'oscurità. Senza dire una parola si allontana. Lui si scuote sentendo i suoi passi. Alza la testa, volta le spalle a quei suoni ed anche lui se ne va, lasciando vuota quella notte.

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