lunedì 14 marzo 2011

INVERNO GIORNO - ULTIMA ALBA: AZIONE! 4/6

Stavolta, dopo aver telefonato, prima d'andare a letto, si ricorda di guardare dalla finestra. Il cielo è pesantemente rannuvolato. Non passa un filo di luce. La notte sarà buia e senza sogni. Senza chiamate.

Mah! Anche la mattina seguente è buia. Il grigio cielo d'inverno non perdona neppure il sole, oggi. O... forse... c'è da credere che quella mano che vuole la luce spenta stia vincendo la sua guerra santa.

Lui, arriva, come sempre, un po' in anticipo. Ma stavolta non le va incontro, rallentando magari il passo, com'è solito fare. Si ferma sul vecchio ponte, a guardar giù il fiume che inevitabilmente scorre. Lei, giungendo dalla solita strada, sulle prime non lo vede. Finalmente, poi, lo scorge, gli si affianca ed insieme, gomiti sul parapetto, guardano giù.

Non averlo visto subito, come ogni mattina, le ha fatto ricordare il sogno. Non glielo racconta, ma gli dice: “Anche se sei sparito, io ti ho perdonato. Sai quanto mi hai fatto soffrire?”

Oh, moltitudini, quale meraviglia, ancora? Quali significati cercate, scrutando nell'oscurità che voi stessi avete generato? Tutto va come deve, semplicemente.

“Lo sai?”, insiste.
E lui, senza guardarla: “Se non lo sapessi, il tuo perdono sarebbe stato inutile.”
E così, insieme, si incamminano.

Se il fiume da un momento all'altro scorresse in senso opposto a quello attuale, non starebbe facendo altro che seguire la corrente. Una corrente nuova, La corrente.

“Si dice: ...essere liberi come uccelli... vorrei volare libero come un'aquila... volare libero... libertà... libertà... sempre, parlando d'uccelli, gli abbiniamo il concetto di libertà.”
Così lui parla, seduto, calmo. La sua voce è grave, profonda, ferma. E' stridente: il suo corpo è così gracile, così secco. Essenziale... esiziale.
“Ma cosa credete che siano liberi di fare, gli uccelli? Dove credete che siano liberi di volare? Quale libertà credete che essi abbiano?”
La sua classe ascolta, silenziosa e ferma. Siedono per terra. Il fondale rappresenta un portico. Vuol forse essere un richiamo alle antiche scuole greche di filosofia.
Agli studenti assorti, pensierosi, chiusi in una muta riflessione, fa eccezione Lei. Lei lo fissa a testa alta. Il suo sguardo è ironico. E' di sfida.
“Essi devono procurarsi il cibo, poi migrare, poi riprodursi, poi procurare il cibo per la prole, poi crescerla ed educarla. Educarla a cosa, secondo voi? A volare. Per migrare, indietro, e ancora. E' questa, la loro libertà? La libertà ideale a cui noi tendiamo?”
La luce a questo punto sfuma e si concentra sul maestro, immergendo il resto dell'aula nel buio. Lei si alza e gli sorride. Arriva vicina al maestro e gli tocca una spalla, così, come si farebbe per consolare un bambino. Squote impercettibilmente la testa. E lui continua a fissare davanti a sé e:
“E tu? Cos'altro credi di poter essere, di differente da ciò che sei? Tu, tutto ciò hai fatto e farai è determinazione di una scelta obbligata imposta dalla tua natura. Ciò che sei e ciò che ti circonda decidono ciò che farai. E proprio quando finalmente prenderai la via più folle, più inusitata, che tu credi così lontana dalla tua natura da poterla sfidare, ti accorgerai che quella strada era l'unica che potevi imboccare e che tutto quanto ti vado dicendo, è verità.”
Ora lei si volta, dandogli le spalle e coprendolo alla vista dell'aula e della platea.
Si stringe le mani attorno alla gola.
Ma ride.
Ride follemente.
Qui si chiude il sipario.

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