giovedì 20 dicembre 2012

H -25-

Ecco, allora, di corsa, come di corsa posso fare, esco, sbandando, sbattendo, apro con una spallata il portone di questa chiesa ed eccomi di nuovo finalmente in strada alla luce, all'aria. Guardo a destra e a sinistra, anzi, prima a sinistra e poi a destra, questa cosa qualcuno deve avermela insegnata, è così che si deve fare, questo è l'ordine giusto. Beh, comunque né da un senso né dall'altro giungono folle inferocite, guardie armate, popolani infoiati alla luce delle fiammeggianti torce, che è ancora giorno, è ancora chiaro e comunque niente torme villiche indemoniate, neppure con torce spente, per non parlare di forconi, siamo pur sempre in città, forse esagero dicendo che tutto ciò mi delude. Ma... sia. La strada è libera. I pochi che passano sembrano non notarmi o non volerlo fare. Forse non sono ancora famoso. Il palazzo della donna è laggiù, davvero poco lontano. Con due balzi attraverso la strada, tre, altri, piccoli balzi ed eccomi alla portellina d'ingresso di quel palazzo, SQUEERKL KREEEAK ed ecco i liberi viandanti sulla libera strada che ora un poco mi notano, ma l'ingresso mi viene spalancato da un portiere certo non troppo zelante, sta col capo chino, non ho neppure suonato, né c'ho tenuto troppo che mi si vedesse bene in faccia, potrei essere un malintenzionato ed anzi proprio lo sono, ma forse il portiere questo l'ha capito, lo sa bene che a sbarrare la strada ai cattivi ci si fa solo male, ah sì, io sono così, son cattivo, costui pensa che io sia cattivo, beh, no, non lo sono affatto o forse sì comunque la cosa non lo dovrebbe riguardare, da quando in qua i portieri si permettono di emettere giudizi morali sugli ospiti, ma basta, ora lasciamo stare, sono dentro, vado lassù, la prendo e la butto giù, già questo è il programma: io da giù a su, lei da su a giù e tutti felici e contenti... è il terzo piano, sì, questo lo ricordo bene, sulle scale volo, faccio i gradini treatre, quattraqquattro, cinqueacinque, le salto le scale, le divoro, ecco, eccolo il piano. Dovrò riflettere sulla mia incapacità di procedere in orizzontale e di spiccare nella corsa verticale, ma un'altra volta. Sento, poi, di aver sviluppato un senso dell'orientamento praticamente bussolico, è una parola che m'è venuta quando ho capito subito qual era la porta giusta e non era facile, che sono tutte porte uguali, ma la mia, quella giusta, quando pensavo di provare a bussare mi sono accorto ch'era socchiusa, sì, o meglio, nell'ottica del bicchiere mezzo pieno, era semiaperta ed ecco la spalanco piombangomici contro ma appena entrato ho stavolta l'accortezza di chiudermela alle spalle perché non voglio darLe una via d'uscita così facile quando tenterò di prendermela in spalle per gettarla dalla finestra, anzi, è intelligente che prima che io la trovi e la prenda, apra la finestra, che rischia di risultare un'azione difficoltosa, in seguito, con in braccio una donna che potrebbe non essere troppo felice del trattamento che le viene riservato, ecco, eccola la finestra maledetta, che se fosse stata murata io adesso sarei un libero grigio sanoesalvo impiedatuccio neurolabile pieno di piano futuro, mentre adesso tutto quel futuro, per colpa di questo assurdo buco nel muro, si va consumando intero in questi pochi ultimi istanti di caccia.

martedì 11 dicembre 2012

QUELLI CHE GLI ALTRI SONO STRANI


Inaccettabile è l'autolesionismo dacché socialmente tendiamo a proteggere proteggerci infilare nelle galere, non vuoi che si faccia male così pronto lo bastoni, ed allora ecco che il fumo è dannoso ma non solo: ammazza chi sta attorno al fumatore e chi s'ammala per i propri abusi pesa gravemente sulla collettività mentre invece no, se non abusi per nulla e vivi sano e felice cento anni non saranno certo le malattie della senescenza a pesare su di noi, no, la vecchiaia è saggezza, ricchezza e buttiamoli nelle case di riposo i saggi, son tutti saggi là dentro, sarà un bel simposio.
Distruggerete la casa che vi siete costruiti attorno.
Siete travi in fiamme.

Premetti che non sei perché sei, sei eccome.
Non vorresti che picconassi le unghie dei miei alluci giusto perché senti che non riesci più a tenere a freno i tuoi neuroni specchio.
Scienziati che volentieri rileverebbero i vostri armadi.

E tutto perché vi ostinate a riportare ognuno a ciò che a voi sembra normale dove Voi e normale funzionano sul sistema della maggioranza come sintomo relativo, e le bandiere ed i confini e le armi nazionali che servano contro agli Altri e le armi personali che Vi servano contro a Quelli e oh avete una lesione della libertà nel cervello, che sappiatelo subito, avete tutta la facoltà di penetrare con pallottole … pallottole oh quante mai saranno le pallottole che in guerre conflitti battagliette sparatorie inseguimenti armati e quantaltro di salnitrico ci sia che vanno sprecate e oh che peccato che vadano sprecate anche per una questione ecologica io conoscerei tanti begli indirizzi per tutta quella posta dispersa.
Mandatevi una cartolina che non vi piace ed insultatevi.
Ditevele tutte. Non abbiatevi pietà.

Ma se non ti interessa di me, perché ti occupi tanto della mia salute?
Pensi che sia strano, particolare, fuori dal comune. Lascia che ti sbarazzi della sua presenza da sé.
Cosa temi?

Hai comprato un loculo al cimitero / Hai letto un libro perché era in testa alla classifica dei più venduti / Hai naso per gli affari / Ti sei fatto una bella dentiera per non doverti più curare le carie / Hai smesso di fumare perché è cancerogeno / Hai naso per la cocaina / Discerni i rifiuti / Energia, energia, con quella vai dappertutto e. / Oh tu sai dov'è dappertutto / Hai naso, Riff Raff / Non ami il silenzio, ti sei fatto un abbonamento Sky / Ti sei rifatta labbra e tette, adesso così sei sicura di piacere agli imbecilli / Paghi tutto a rate e maledici il debito pubblico / Hai naso. Davvero. Segui la mia scia. Mi servono dei consigli.

Ecologia.
Qui o si fa l'Europa o si fa l'Europa.
Oncologia.

Lascia che ti spieghi che tutto fa male dacché se ce ne fosse di roba che fa bene non faresti altro che sparartela e saresti imperituro, ma dimmi tu se è più cancerogeno fumare o essere obbligati a far ciò che non si vuole, esser costretti a vivere con chi non s'ama, esser piegati dalla noia dal rimorso dal rimpianto? Dimmi, dimmelo, ti prego. Voglio essere triste e vivere a lungo, anzi di più, sull'orlo del suicidio: Immortale.

La forma non è un granché: scrivo di fretta; muoio presto, non peso.

giovedì 29 novembre 2012

H -24-

Ma no, io no, Per Dio, non mi farò inchiodare, noSsignore, manco per niente, né con una donna sopra né con una donna sotto, non ho proprio nessuna intenzione di farmi penetrare da chiodo alcuno, ho altro da fare, io, che star qui a farmi crocifiggere sulle carni altrui, con rispetto parlando, non ho proprio ambizioni di martirio né di santità e per quanto riguarda l'occasionale dicitura calendaristica concernente il succoso bonus agiografico devozionistico riguardante l'eventuale mia verginità, di questo non voglio parlare, dacché non so davvero nulla a proposito, ma di certo preferirei, a scanso d'equivoci, comunque, chiaramente, non debuttare in tal senso facendomi penetrare da roba che per quanto possa non essere pure arrugginita di certo mi potrebbe provocare ben altro che febbri più o meno letali ecco io me ne voglio andare da questo luogo squallido di martirio morte omicidio e resurrezione eventuale, devo fuggire al sicuro, questo posto da dove fuggo è l'antro di un macellaio, uno che promette il paradiso con la scure in mano, ma... dove, dove trovare riparo se tutti mi inseguono, tutti vogliono la mia cavolo di pellaccia, e manco io so perché, né so dove sia tutto questo più o meno incominciato se non che da quel giorno in cui vidi quella strana donna alla finestra tutto è girato in modo che da un impiegato anonimo e gaiamente amnesiaco qual ero - grigio ma perlomeno al sicuro - mi sono trasformato in una ricercatissima preda per antropofagi giurisprudenti certamente assassini alla caccia di prede da santificare e/o scorticare - mica sono cannibali che s'accontentano di mangiare roba che trovano già morta, e poi chissà di che cosa, quali infezioni - ed ecco, dato che la mia mobilità è comunque decisamente inscarsitasi col tempo ecco mi rendo conto che la mia fine necessariamente non si andrà a situare troppo lontano [concetto spaziotemporale] ed ecco dunque realizzo che l'unica soluzione che mi si prospetti al momento, sottilmente vendicativa e forse agli occhi di qualcuno pure del tutto gratuita, sta nell'entrare nella casa di quella donna della finestra, entrare da lei, prenderla e da quella finestra ohggiesù finalmente lanciarla.

Per rimirarla poi da dove lei rimirò me. 
Ecco la vedetta.
Vendetta.

giovedì 22 novembre 2012

SON SE LO VOGLIO


Da quando ti danno le medicine non senti più le voci.

Le sento meno, non sono più così fastidiose, ma mille mille mille sono, lo so, e parlano lingue che io non so capire.

Sono soffici e pulite, le pareti.

Se lo vorrò, una notte, dormirò sul soffitto.

Non avevo bisogno di alzare una mano, un tempo. Era ciò che pensavo. Tutto. Ed ora appare offuscato. Ho dimenticato le mie origini, e quelle di tutti.

Ora il passato non ti fa più male. Non ricordi più le tue amnesie. Non ricordi d'aver dimenticato.

Perché tu ti volti indietro e vedi ciò che avevi alle spalle, e sai da dove sei venuto e tutto ti è più facile. Io, che avevo occhi in tutto ed in tutti, ora non vedo ciò che sono i confini di questa stanza. Ma ricorda, per quanto tu ti possa voltare, guarderai sempre avanti.

E' qualcosa a cui nessuno può sfuggire, nemmeno tu.

E' come piantare un seme nella buona terra, bene irrigata. Così i popoli sprofondano negli oceani o vengono inghiottiti dalla terra. Quello crescerà, darà buoni frutti. Le regole non si possono cambiare. Non vi stupite che la gente si ami, faccia figli, mentre vi causa orrore che si ammazzino tra di loro. E' ciò che succede, sono le regole. Uccidere è umano quanto lo è amare, odiare quanto riprodursi.

Le regole vanno cambiate.

Quelle sono scritte in un libro che non ricordo, in una lingua che non so più comprendere, relegato su uno scaffale in un luogo perduto.

C'è un mondo, questo mondo, che implica me.

La polvere la ricordo. La polvere mi riconosce.

Puoi dimenticare. Puoi perdonare.

Io, di me, non so più cosa sono. Un nome lungo secoli.


Invidio voi, vivi, che sondate l'illusione. Voi, violentatori d'uretre.

Cosa t'assilla?

Il ricordo di chi mi generò, che sta, dimentico di me, in un angolo del mondo. Eppure, mi volle, mi desiderò, mi pensò e mi diede alle cose.

Sei un fiume.

Sono.

Sei una scimmia.

Sono.

Sei una quercia.

Sono.

Sei Dio.

Son se lo voglio,

giovedì 15 novembre 2012

H -23-


Volare, bruciare, nuotare, seminare.

In strada. E neanche troppo lontano in linea d'aria, dal corridoio A-B. Ma anche qui è bello. Sorprendentemente. Perché non ci venivo mai, qui? Ora. Cosa si fa in questi casi? Sarò braccato... In questi casi, la tana è una trappola, si sa. Non li voglio sentire abbaiare. Fuggirò. E a lunghi saltelli affronto il rettilineo, poi, via, in curva, brevi zampettii molto accurati, ... traiettorie impercettibili ... ma sono stanco, oh, ormai mi stanco molto velocemente, è stata una giornata, son state alcune giornate, molto stressante, troppo stressanti... poi ce li ho tutti addosso, tutti, tutti molto vicini, giuria, giudice, pubblico ministero, poliziotti, quella donna, il loggione tutto, il sottovicedirettore, e il direttore - chissà - , il boia, tutti vicinissimi, anzi, alcuni saranno proprio qua dietro, alle mie spalle, stanno seguendo la mia traccia odorosa, non oso girarmi per controllare, altri avranno aggirato l'edificio e me li troverò davanti, tutt'attorno, è evidente, non posso più scappare, non so dove, arranco, come, barcollo. Cado. Mi rialzo, barcollo. Devo cercare un rifugio, non ho più fiato, devo nascondermi, non ho respiro, non respiro.

Un portone socchiuso. M'infilo. E' buio. Troppa luce fuori, troppo buio dentro. Non vedo nulla. Inciampo, cado. Sono inciampato contro ad una panca. Vedo. E' buio, ma vedo. E' una chiesa. Vuota. Vuota di persone, ma: dipinti. Scritte. Vietato fumare. Uscita d'emergenza. Vie di fuga. Sistema antincenso. Alfa ed omega. Divieto di crocifissione. Mantenere la fila. Questa chiesa non è un albergo. Dietro all'altare c'è dipinta una figura minacciosa. Dovrebbe essere nell'atto di benedire, credo, ma tiene il braccio alzato, mi fa paura. Temo che voglia calarlo per colpirmi. Mi piace di più lo stesso personaggio qui, in questa scultura di legno. E' a braccia aperte. Credo mi voglia abbracciare, ce l'hanno messo. Con chiodi corde spine sangue tagli nel costato e tutto. E come t'abbraccia, inchiodato. Che roba. Che tempi. E' fresco, qui dentro. Si sta bene. C'è anche un bel profumo, tutto sommato. E' silenzioso, non risuona di passi o squearlk o grida o condanne a morte, ora. Silenzioso. Mi accoccolo alla base della scultura. Dormo. Sogno. Questo, sogno: che quella gente che mi insegue arriva qui, mi trova. Mi sollevano come si farebbe con un sacco della spazzatura. Mi portano dal boia. Il boia mi guida in una grotta. Sotto terra. Fresca, silenziosa. Dopo un lungo cammino, al buio, arriviamo in una stanza dove troviamo quella donna, e pure l'altra, quelle donne, in una, legate al terreno. Legata al terreno. A braccia aperte. Ed ecco, mi prendono e mi stendono sopra di lei, faccia contro faccia. Mi ci crocifiggono sopra. I chiodi penetrano la pelle delle mie mani, dei miei piedi, poi si aprono una strada metallica nelle mie carni, spezzano le ossa, bucano la pelle delle mie mani, dei miei piedi dall'altra parte, uscendo, per poi penetrare la pelle delle mani e dei piedi di quella donna, aprono la sua carne, spezzano le sue ossa, e poi, uscendo, si fanno un varco ancora nella sua pelle e si inchiodano giù, nella dura eterna roccia. A terra.

Precipitare, ardere, annegare, seppellire.


mercoledì 7 novembre 2012

PURE VISIBILE E' CIO' CHE CONTA


Mi guardano, sento precisamente che molti di essi pensano: Spero non tocchi a me.
E' colpa mia, di come mi muovo fra loro, di come permetto, passivamente, che tutto di me gli trasmetta la mia indifferenza?
Indifferenza. Ma da quale indifferenza, poi, è toccato un uomo che ragiona su queste cose? Non ci pensano, gli altri, a come si muovono in mezzo alla gente, di cosa comunicano e quale effetto avrà. Eppure vivono compiacendosi della propria umanità, del proprio vuoto sentire, così puro. Una purezza che il più delle volte è tutt'altro che innocenza. Diamanti così puri che riescono a vivere solo della propria luce, che odiano la propria luce che gli sfugge, che la vorrebbero tutta per sé, diamanti che vivrebbero come buchi neri, se potessero, affacciati dentro al loro stesso cortile, a guardar razzolare i propri stessi pochi pensieri, e, a corte, i propri adoratori. Là attratti, chissà come, dal nulla, dal vuoto dell'obliata luce dei loro idoli.
Alzano lo sguardo verso di me, e via, subito lo fuggono, hanno paura, ché io sono ciò che più temono: la chiamano indifferenza dacché il loro vocabolario è ridotto ad una miseria di paginette stracciate, ma il segno che io porto addosso, e che non sanno nominare, che così tanto m'appartiene e contraddistingue, è solo antico disincanto.
Un male comune, che colpisce gli animi gentili. Un male gentile. Chi ne soffre, senz'affanno, cammina sempre, perché il suo animo è leggero.
Si guarda, nei miei occhi, come attraverso ad un vetro smerigliato.

Ho incominciato a camminare molti anni fa, a correre quando potevo, per sfuggire alla mia famiglia, ai miei cari.
Funziona come la storia dell'addomesticamento, ma all'opposto. Non ci si avvicina piano piano, un po' alla volta, fino ad arrivare al contatto, all'intimità. No, al contrario. Si parte dalla vicinanza assoluta, emotiva e fisica, accettata come inevitabile. Ci si guarda in faccia e chi vi sta di fronte vi dice di cosa ha bisogno. Ve lo spiega minuziosamente. Usa le parole, tutte le parole di cui dispone, anche se molto poche, molto eloquenti. Poi, la volta successiva si allontana, usa meno parole e più gesti. Inclina occhi e sopracciglia, piega la bocca, arriccia il naso, increspa la fronte. E poi, per finire, da lontano, gli basta uno sguardo. Voi capirete. Poi capirete perfino dall'odore che hanno addosso di che cosa hanno bisogno. Ed ecco. Io incrocio per strada qualcuno e solo da come piega il collo, da come lascia cadere il piede, da come si ripiega sulla spalla, da asimmetrie impercettibili, io capisco cosa quella persona sta cercando. Quando posso, e quando mi è consentito, faccio qualcosa per accontentarli. Un abbraccio. Un sorriso, a volte. A volte questa gente ha bisogno di così poco, per essere felice. Ma molti hanno desideri giganteschi, abnormi. Mi spaventa solo pensare che qualcuno possa progettare per scherzo pensieri simili.

Guardandoti negli occhi. So che sei triste perché hai perduto qualcosa. So che hai perduto un giocattolo. So di che giocattolo si tratta, e so persino dove si trova. 

lunedì 15 ottobre 2012

H -22-

Quando mi chiamano a deporre, scatto, tutto contento. Metterò fine a questo equivoco, finalmente. Mi scoccia pensare che la gente creda che io sia un tizio che se ne va in giro a murar viva la gente solo perché non la pensa come lui. Poi, per di più, quell'ingrato mi stava pure simpatico. E quella finestra, nel suo ufficio... non poteva uscire da quella? Sarà stato il primo piano, santocielo, si faceva un saltino, che sarebbe stato mai... comunque mi avvicino alla poltrona alla destra del Giudice, vicino a lui, dove sarò interrogato. Lo faccio con piccoli, eleganti, lievi saltelli. Voglio dimostrare (e chissà quanto mi converrà) che non sono un matto. Così nel frattempo rivolgo ossequiosi eloquenti sguardi alla giuria accompagnati da piccoli eleganti lievi squeek-squeart in tutta scioltezza... ed eccomi seduto. Sorridente. Rassicurante. Arriva il tizio che impersona il pubblico ministero e mi chiede se davvero volevo murare il sottovicedirettore, se l'ho fatto perché temevo di venir licenziato, se non mi sembra d'aver agito in modo perlomeno esagerato, ecceteraeccetera qua qua qua papparappappà... e mi accorgo, ascoltandolo, che cola biancastra dalla mia bocca copiosa ma Non del tutto inelegante una cascatella di salivaccia bavosa che credo comunque non deponga proprio a mio favore, oh no insomma volevo provare a dire qualcosa a mia discolpa ma senza parole così come sto... con quali pensieri, con quali gesti? Non potevo spiegar loro che io volevo solo accumulare quei faldoni là fuori perché non lo volevo disturbare ogni volta... sarebbero stati pronti per l'inverno, ecco. Finita. Posso solo continuare a sbavare, capo chino. Mi sono intristito. Ecco, il pubblico ministero chiede al giudice che si commini il massimo della pena previsto per questo genere di reati. E' una brutta cosa, secondo me. La gente grida, inveisce. E... la giuria non ha neppure fatto in tempo ad uscire che già è rientrata, il sottovicedirettore piange, il pubblico ministero tenta di consolarlo e gli porge un fazzolettino, ed io qui che sguazzo in una pozzanghera di saliva, tutta roba mia, per carità, ma chi viene ad asciugarmela... ecco il signore vestito da giudice che riceve il verdetto gli da giusto una scorciatina, mi sembra soddisfatto, beato lui, io intanto sto producendo un bel laghetto che arriva a lambire i piedi dei giurati del pubblico del pubblico ministero del pubblico ministero pubblico ed ecco il giudice ne da lettura, ecco dice che l'imputato è colpevole, ecco, l'imputato è condannato a morte e giù urla di giubilo forsennato che fanno tremare le mura degli spalti su al loggione si sgolano ed il coro chiede il bis, la sentenza, si dice va eseguita immediatamente tutto per direttissima, non c'è tempo da perdere, efficienza, per dio, mi chiedono se ho qualcosa da dichiarare ed io che penso che la pena sia perlomeno almeno un poco eccessiva - che gli posso dimostrare come il sottovicedirettore che adesso vedo abbracciato alla moglie con gli occhi sulla segretaria poteva tranquillamente sfuggire alla tumulazione scivolando giù dalla finestra - ed ecco muto nel glaciale nuovo silenzio d'attesa smonto dalla bella poltrona in un sol balzo sono alla finestra e prima di saltar fuori oltre ai drappi ai sipari scorgo quelli che mi rincorrono per acchiapparmi ma finiscono tutti col sedere per terra scivolando su quel mio bel mare vischioso che ho prodotto io e che popolerei di pesciolini belli se ne avessi il tempo ma quello stringe devo dare una dimostrazione di come sia semplice sfuggire alla morte e mi butto in strada, saranno quattro metri, speriamo capiscano il mio messaggio, quattro metri che sono, è solo un salto in mezzo ad un poco d'aria impilata.

lunedì 8 ottobre 2012

Figli del fantasma di Cortes


Strascica le zampe sul pianeta fottuto,
strati d'antenati,
corri incontro alla morte manco fosse il cioccolataio.
Volgiti indietro e guarda:
i solchi sulla spiaggia cantano il tuo tempo.
Non ami l'orizzonte?
Fermati e scava.

Figli del fantasma di Cortes.

Ora, mi spoglio e v'ammazzo.

Non hai fuoco e bruci, non hai notte e dormi. Si diramano i pensieri, s'innalzano e fluttuano, nel vuoto. Come li distinguerai, lassù?

Indossate guanti perché non vi lavate le mani.

Non mi sfiorate, anime di vetrina!

Il vostro coraggio non mi rende pavido,
Il vostro calore non mi raffredda.
Non mi sfiorano, i vostri riflessi opachi.

Se ti ricordi di me, ricordi male.

Il vostro bagliore non racchiude la mia pupilla.
Non mi stringo al vostro dilatarvi.
Alle Vostre Altezze non M'abbasso.

Per me, per voi.
Meglio ch'io sia invisibile.
Ma sentirete la mia voce.
E l'alito cattivo.

Abituati al buio.
Canta a bassavoce.
Scava.

domenica 23 settembre 2012

H -21-

Eccolo, lo spettabile vicedirettore. Sta facendo deposizione. Parla di me. Ora mi indica. Io lo guardo e gli faccio un largo, simpaticissimo sorriso. E lui mi toglie i suoi occhi. Dice che Sì, in effetti mi aveva in qualche modo incaricato di verificare dei vecchi conti, ecco, gliel'aveva ordinato il vicedirettore al quale era arrivato il comando dal direttore, al quale si sa, le cose arrivano da dove le definizioni si confondono in una nebbia mistica, ecco, ma certo non s'aspettava una roba del genere (così s'è espresso) che poi non mi ha più visto tornare, ero stato strano, sono strano, sembravo proprio un tizio strano, facevo strane cose, ed Ecco quand'era arrivata l'ora per tornarsene a casa, ecco, non gli riusciva più di aprire la porta dell'ufficio e non ne capiva il motivo, così, alla lunga ha cercato di forzarla ma lui di certo, come ammette, non ha la forza di un vicedirettore o di un direttore o di chissàcosa sta lassù, sempre più in alto, poi per l'irritazione ha cercato di sfondarla ma nienteniente quasiquasi finisce per sfondarsi una spalla e allora ha telefonato alla segretaria, quella è arrivata e gli ha gridato da fuori la porta che l'ingresso era bloccato da un muro di faldoni e allora lui ha replicato Ma che li sposti, signorina, e lei, la signorina, si è giustificata dicendo che non ce l'avrebbe mai fatta da sola, erano troppi, E allora chiami qualcuno, dice lui. E qui si ferma il racconto. Prende fiato, si asciuga il volto madido. Mi ri-guarda. Sembra un po' disgustato, quell'ingrato. E io gli tolgo il sorriso. E quello ricomincia: Sì, ecco, e allora hanno chiamato i pompieri, sissignore, i pompieri. E quelli, in otto che erano c'hanno messo un'ora a spostare tutta quella roba, che io non so neppure che gli è preso a quel signore là (parlando di me, ma senza il coraggio d'indicarmi o di guardarmi) di tentare di murarmi vivo, che gli avevo fatto, io? E poi l'abbiamo trovato in un corridoio che dormiva, sissignore, tranquillo e placido, come se niente fosse successo ed allora abbiamo chiamato la polizia ed ecco che quelli se lo sono portati via in braccio come un bambino e, per direttissima, eccoci qua. Qua-qua. Quaqquaraqquaqqà. (Questo non l'ha detto, lui. L'ho pensato io. Ma neppure io l'ho detto. Non è che si deve dire tutto quello che si pensa. E poi è meglio evitare, prima che si convincano che sono uno strano tizio davvero.)

venerdì 21 settembre 2012

IMPRECAZIONE FORMIDABILE



Come rosari sgrano
Questi sintomi palpitanti
Che sospinti aldilà della luce
       letti fra le nubi
Insultano il mondo
              il cielo

domenica 9 settembre 2012

H -20-


Esimio, fiorì.
Ecco. Finito. Esco, fango. Esamino ferite. Errori forzati, eccezioni fortuite. Estimo futile. Elevandomi fallisco. Esagero, forse?
Esserci funziona, e. Fare.
Egregio fato, eco fumoso, estro fatato. Esaltanti fori.
Entra, forza. Esci, fai essere, fiorisci.

Mi svegliano delle voci. Tengo comunque gli occhi chiusi, sia mai che mi possa riaddormentare.  Provo anche a pensare a bassa voce. Non sento passi. Non sembra neanche più di stare in un corridoio. Anche il suono delle parole ha un'altra qualità. Un riverbero più ampio. Penso di ritrovarmi in un luogo più grande. Molto più grande. Mi hanno spostato nel sonno, è evidente. Dove? La qualità del riverbero non è granché, diciamocelo, quindi escluderei l'auditorium. Non si fa musica, non si canta. Stanno parlando di me. Sento il mio nome. Voglio dire: io non ricordo esattamente quale sia il mio nome, ma "sento" che è quello che stanno pronunciando. Dove siamo? In che posto si parla di me, dunque? A teatro? No... cioè, sì, forse, che le voci che sento sono proprio impostate, sembra che stiano recitando. Ma parlano di me. Quale autore avrebbe scritto un'opera su di me, e poi, atteso un mio momento di rilassamento, m'avrebbe rapito e condotto a teatro durante la prima, così, per farmi una sorpresa... ma no! però, perché dovrebbe essere impossibile? Credo di avere un'idea geniale anche stavolta: Aprirò gli occhi! Magari lentamente, senza farlo troppo notare. Ecco... piano piano... un po' di luce... gente elegante... troppa luce... niente sgranocchiare di patatine... no, non è un teatro... è un tribunale. L'aula di un tribunale. Oh! Mi stanno processando. Dicono che Oh!hO tentato di murare vivo il sottovicedirettore nel suo ufficio. Toh!

Eccellenti fioriture.
Esseri folli.

giovedì 30 agosto 2012

PAESE CHE STAI - ILARIO


Porca puttana di merda.
Son proprio iniziate bene, le ferie.
Così ha pensato, trovando chiuso il Suo bar, il Suo Solito bar. E proprio per ferie. Dopo aver passato la mattina a dormire, ostinatamente, rigirandosi, negando a sé stesso il fatto evidente che la luce del mattino lo richiamava tutto a dispetto del fatto che lui invece voleva dormire, ch'era il suo primo giorno di libertà e: ecco. Trova il Suo bar chiuso. Così gli sarebbe toccato ciabattare fino a quell'altro bar, in piazza, sotto al sole, fin laggiù, pieno di gente del cazzo che non aveva voglia di vedere, che poi aveva ancora mezza faccia appiccicata dal sudore e dalla saliva che il cuscino gli aveva stampato addosso, che la faccia ancora non se l'era lavata, che tanto che problema c'era, andava al solito bar, mica gliene fregava qualcosa a qualcuno che lui avesse la faccia sporca sempre, che se ne accorgessero pure. E invece... Gli toccava andare fino a laggiù, stanco com'era, sentendosi a disagio, sporco, in ciabatte e sicuramente, presto, fradicio per la camminata. Che uno dice: questa è la stagione più calda e ci mettono le ferie qui, perché con questo sole in cantiere non si può lavorare, non ci si può muovere, ecco, proprio non ci si può neppure muovere, ed eccolo, il problema, che programma puoi tentare di concepire per le vacanze con un caldo così che non riesci manco a fare due passi. Ma(h). Nonostante tutto, sfiorando vette d’autostima che puzzano tanto di eroico, ecco che si mette in viaggio, cammina lungo la statale, e nel frattempo si tocca la faccia, sì, ultimamente gli capita di continuo, si tocca le labbra, le orecchie, i capelli, gli brucia il naso ed allora se lo massaggia, se lo strizza, ha sempre le mani sulla faccia, soprattutto quando è in mezzo alla gente, chissà perchè, e se le mani non vanno alla faccia, è tutta la testa che va verso le mani e allora sembra gobbo, cammina come un vecchio gobbo, in ciabatte e canottiera, coi calzoncini del pallone, che c'ha giocato fino a quando aveva quindic’anni, anche sotto a questo stesso sole d'agosto, a mezzogiorno, senza paura, senza sforzo, ed ora eccolo, col cappellino della pizzeria, cioè quello che gli ha regalato il pizzaiolo calabrese (per pubblicizzare il suo locale, che si pubblicizza bene, così, sulla testa di quest'individuo il proprio locale) sull'asfalto che attraversa il paese, che gli da l'idea di sciogliersi al caldo e di diventare un fiume nero e rovente dal quale pescare pesce già fritto, con tutti quelli che sfrecciano sulla strada che lo guardano – che cazzo guardano? Vogliono una foto? - finchè addirittura nondimeno suona pure un clacson, non fa in tempo a girarsi e a vederlo in faccia, quello che gli ha suonato, sta già per mandarlo a quel paese, quello stronzo, quando riesce a scorgere comunque il retro dell'auto, è quella dell'Ale, è lui che ha suonato, allora ricambia, si sporge perchè si veda, nello specchietto che sta salutando ed infatti quello lo vede, fa qualche segno con la mano, suona di nuovo il clacson, sbanda, sparisce.
Che già era sparito ieri sera, l'Ale, con tutti gli altri. Che, visto che era la sera precedente al suo primo giorno di ferie, aveva chiamato qualche amico, voleva fare una festa, ma non ne aveva trovato nessuno, si erano negati tutti, a parte il Piero e il Mauro, che l'avevano aspettato al bar per bersi una cosa o forse due e poi l'avevano piantato lì perchè dovevano andare a un concerto – sarà poi stato vero? - al concerto di un gruppo che fa cagare, meno male che non aveva il biglietto ed era troppo tardi per recuperarne uno e non avevano neppure cercato, così, di convincerlo, che sennò lui magari ci cascava, gli toccava andarci perchè è troppo buono e lui avrebbe passato una serata di merda a sentire quegli stronzi che facevano casino e soprattutto lo facevano cagare. Gli stronzi. Fatto è che così era rimasto solo al bar, s'era bevuto ancora una cosa o due e poi aveva fatto qualche chiacchiera col Bruno, il barista che, col cavolo che gliel'aveva detto che sarebbe andato in ferie pure lui, che se l'avesse saputo, almeno, all'indomani sarebbe uscito in bicicletta e si sarebbe evitato questa sfacchinata, ma eccolo, ormai è arrivato, entra nel bar in piazza, scansando quei cazzoni ammassati all'uscita che fumano e bevono e non c'hanno proprio un cazzo da fare tutto il giorno, entra e ordina un caffè e il barista lo osserva, vede come è vestito e gli fa: “Ila, sei in ferie?” “Eh, in ferie... per una settimana!” “Beh, dai, meglio di niente!” e lui: “Oh, Dio cane!” ma non come si direbbe normalmente Dio Cane, ma come si direbbe Oh Ma Ci Mancherebbe Altro, che qui, da queste parti, Dio lo tirano fuori ogni due secondi, per qualsiasi cosa, e lo accoppiano ad ogni tipo di appellativo e provate voi a dirgli di non bestemmiare, quelli vi rispondono che non bestemmiano mica, che loro è come se lo invocassero Dio, e come se lo invocassero continuamente, che è sempre nei loro pensieri, ecco tutto, mica una roba da confessarsi, anzi, è come una litania, un rosario. Insomma, comunque, gli viene servito il caffè e Ilario fa per portarselo alla bocca quando si pietrifica improvvisamente, come se qualcuno gli avesse puntato una pistola alla nuca, si pietrifica, dicevamo e guarda fisso negli occhi il barista e gli fa: “Ma l'hai corretto?” e glielo chiede allarmato, come un re che abbia scoperto all'improvviso che a corte il primo ministro cerca di avvelenarlo. Poi, si sa, quello non è il suo bar di sempre e nienteniente, magari, gli rifilano un caffè liscio. Invece no, è corretto. Non aspetta neppure la risposta del barista che già gli arriva pungente il profumo della grappa, e allora se lo butta giù, tutto in un sorso, bollente, dimenticando di zuccherarlo, che a lui piace tiepido e dolce, ma ormai la belva ha sentito l'odore dell'alcool e non resiste, deve ingollarselo subito. Speriamo, pensa, speriamo che questo schifo mi svegli un po' fuori, che oggi son proprio rincoglionito. Pensa questo uscendo, sì, ha pagato, col resto s'è preso una Goleador e pensa anche che forse è il fatto di non andare al lavoro che gli sconquassa il cervello, guarda mia madre, quella lavora venti ore al giorno ed è sempre lucida, è sempre pronta a scattare come una molla, ha il fuoco sott'al culo, come si dice, con rispetto parlando, da queste parti.
Il fatto è, anche, che alla fine ha dormito meno di quando ha la sveglia per andare al cantiere di solito, perchè ieri sera, dopo che era stato piantato in asso da tutti e s'era ritrovato solo e quel cretino del Bruno s'era messo a spazzare i pavimenti, aveva capito che era il momento di tornarsene a casa. Aveva tentato di rimanere lì il più a lungo possibile sperando che arrivasse qualche ragazza sfigata da consolare, mollata da qualcuno, piantata in asso pure lei, senza speranza, come lui, che così avrebbero potuto festeggiare insieme, ma perchè cazzo una ragazza decente avrebbe mai dovuto fare tappa, in lacrime, in quel buco di merda dopo essere stata piantata? Ma anche indecente, che anche indecente gli andava bene, ma neppure la più cessa dell'emisfero si sarebbe ridotta ad entrare da sola in quello schifo di bar. Perlomeno molte volte era rimasto lì fino alla chiusura, solo, forse ubriaco, qualche volta anche dopo la chiusura, che a serranda abbassata aiutava il Bruno a mettere le sedie capovolte sui tavoli, insomma, non gli era mai capitato di vedere una femmina che una. Neanche la più schifosa e troia che ci fosse in paese. Quella aveva una dignità. Nemmeno una vecchia pazza. E così, insomma, s'era convinto a tornarsene a casa, dal bar a casa sua son cento metri, è un niente, ma comunque non aveva resistito, stava proprio scoppiando, o così dice lui, e s'è proprio dovuto fermare a pisciare sul cancello del vicino, quello stronzo, che fa sempre la spia con sua madre e s'inventa pure le cose, lui e quei suoi cazzo di cani che facevano un macello, appena visto che pisciava sulla ringhiera e un po' di piscio gli finiva sul muso a quei coglioni, che mica si spostavano, stavano lì ad abbaiare e a farsi pisciare in bocca.

martedì 21 agosto 2012

H -19 -

Si interrompe, un pochino preoccupato, quando nota che come unica considerazione in merito io sia in grado solo di buttare la testa indietro e boccheggiare. Avevo bisogno d'aria. Avevo voglia di sapere  cosa si vedeva dalla finestra alle mie spalle. Respirato; guardato. Rimesso la testa a posto. Gli occhi - sbarrati - simulo concentrazione - negli occhi di colui il quale riveste le veci dell'egregio vicedirettore. Ed ecco, lui ri-parla-. Un po' abbassa lo sguardo. Un po' è imbarazzato. O forse un poco intimidito. Ma ri-parla. Dice che i miei bilanci sono tutti in negativo. Da 5, 35, 100 anni, non ho capito bene. All'improvviso perfino m'impietosisce, quasi mi sta simpatico. Gli sorrido! Largamente, apertamente. Era da un bel pezzo (5,10,150 anni) che non sorridevo. A lui sorrido. Largamente, fissamente, apertamente, indecentemente. Non più pratico di tale pratica, in pratica: oscenamente. Un po' sorride anche lui (ma di circostanza, in pratica, e, pure di circostanza, mi sembra, del sudore cola dalle tempie. Parrucchino sintetico?) e dice: D'altronde come può un'azienda ricavare profitto se i suoi bilanci sono sempre negativi, e come può retribuire i suoi dipendenti, se proprio questi stabiliscono che l'azienda non possiede denaro da destinargli? Per un attimo mi sembra che il ragionamento non faccia una piega. M'inchino. M'inchino per modo di dire, perché tutto ciò che sono in grado di replicare è un lungo, acutissimo, quasi perfetto: Squerlk. Me ne compiacerei, ma forse non è il momento adatto. Così penso che recupererò i faldoni con le pratiche dei conti degli ultimi secoli per dimostrargli che non c'è nessun errore, quella è roba di cui sono pratico. Ed ecco allora salto dalla sedia come un pupazzo a molla e senza mollare sorriso e sguardo intelligente in soli quattro balzi sono alla porta. Gli faccio un gesto che spero lui capisca. Cerco di spiegargli che tornerò presto, prestissimo. Con le prove della mia innocenza. Annuisce. Non gli resta altro da fare. Riprendo il corridoio, i corridoi. Sono belli, puliti, splendenti. Chi li manterrà così bene? Con quanta fatica, quali pensieri? Sono lunghi i corridoi. Lunghi e placidi e lucenti ed indeterminati. I corridoi hanno il suono dei passi. Mi ci vuole molto a percorrerli. Arrivo all'archivio. Faccio una stima. Sono quattro tonnellate di faldoni. Da riportare, pratica per pratica, a colui il quale, egregiamente, ricopre il ruolo reso vacante da una momentanea assenza del dottor vicedirettore. Quattro tonnellate. Ce la posso fare: ho la soluzione! Ne porterò uno alla volta. Ci vorrà solo un po' di tempo. Solo tempo. Nient'altro. Riprendo i corridoi. Avanti e indietro. Che a forza di avanti e indietro, che senso hanno l'avanti e l'indietro? Un po' a sinistra, un po' a destra, giro su me stesso, salto, atterro, volo. Stanco. Un po' stanco. Avanti. Un'altro faldone. Indietro. Avanti. Per non disturbare il signore che fa le veci, glieli lascio fuori dalla porta, non voglio dover bussare ogni volta, che noia, pover'uomo. Un altro faldone. Corridoio. Bello, quieto. Non sa più nulla. Non risuona neppure di passi. Se non i miei. Ma sono passi, i miei? Mmmmmh. Salto. Saltellino. Squearkl! Mmmmmh. Bello l'effetto eco nel vuoto. Squearlk! Il corridoio risuona di me. Bello. Quieto. Avanti. Indietro. Sono stanco. Faccio un riposino. Sì. Il corridoio. Bello, lucente, pulito, silenz... squeaarkl! 

martedì 14 agosto 2012

+VOLUME :F.SCOTT FITZGERALD : GLI ULTIMI FUOCHI / THE LAST TYCOON


- Dicono che se vuoi conoscere l'età del jazz, devi leggere Fitzgerald.
- Non solo. Pare che quel periodo si chiami così proprio “a causa” di Fitzgerald.
- Oh.
- Eh, già. E chissà che l'età del jazz noi non ce l'immaginiamo così, perché, oltre ad averla battezzata, Fitzgerald non se la sia inventata di sana pianta per noi. Poi, noi, caproni, tutti dietro.
- Sì, forse. Ma però. Manca sempre una cosa, alla fine.
- Cosa?
- La musica. Quella non si sente.
- Hai ragione. Ci vorrebbe una rubrica che si occupa di “musicare” i libri, sfruttando i riferimenti ai titoli delle canzoni, alle arie, alle citazioni di testi, di libretti.
- Già. Dovresti farlo.
- Lo farò. Ma lo farò nel mio stile.
- Ovvero?
- Male.

Ho preso in esame il suo Gli ultimi fuochi (The Last tycoon), suo ultimo ed incompiuto romanzo ed ho ricercato tutti i brani musicali che in esso venivano citati. La cosa, che in sé non avrebbe dovuto essere troppo difficile, è stata in realtà poi complicata dal fatto che nella mia edizione il traduttore si è preso la briga di tradurre anche tutti i titoli delle canzoni. Ringrazio il cielo che non si sia ingegnato nel tentativo di tradurre il nome degli interpreti, anche se forse avremmo amato Paolo Uomobianco (Paul Whiteman) o Benito Buonuomo (Benny Goodman).


Il romanzo, scritto fra il 1939 e il 1940, è ambientato nel 1935.


Francis Scott Fitzgerald è nato nel 1896 e morto nel 1940.


L'edizione a cui faccio riferimento è: Mondadori, 1974, trad. Bruno Oddera.

Il numero indica il video corrispondente al pezzo musicale. Segue citazione del libro

1,2 - “Guy Lombardo aveva trasmesso alla radio, sonando Cappello a cilindro (Top hat) e Guancia contro guancia (Cheek to cheek).”
Sono entrambe canzoni di Irving Berlin tratte dal film Top Hat, del 1930, con Fred Astaire e Ginger Rogers, in Italia distribuito con il titolo “Cappello a cilindro”. Non so a quali date si riferiscano le due incisioni dell'esecuzione di Guy Lombardo di tali brani. Oltre tutto, non mi è stato possibile rintracciare la versione di Top hat, white tie and tails (1), che quindi riporto nella tradizionale intepretazione di Fred Astaire, in versione “studio”.

3 - “Così Stahr ed io danzammo sulla magnifica musica di Glenn Miller Sto su un'altalena (I'm on see-saw).”

4 - “(…) mi accorsi che il soprano cantava, Vieni, vieni, amo te solo (come, come, I love you only)”, che ho creduto di rintracciare nell'aria “My hero” dell'operetta “Chocolate soldier”.
Ho scelto Rosa Ponselle, tra le varie interpreti, perché la più vicina cronologicamente allo svolgersi della vicenda.
Chocolate soldier (Der tapfere Soldat or Der Praliné-Soldat, in tedesco,) è un'operetta di Oscar Strauss (1870-1954), del 1908, basata sulla commedia Arms and men (1894), di George Bernard Shaw (1856-1950).

5,6 - “(…) i motivi migliori risalivano al decennio 1920-30, Cielo azzurro (Blue Heaven), sonato da Benny Goodman o Quando il giorno è passato (When the day is done), con Paul Whiteman.”

7 - “Bella a guardarsi... de-liziosa a co-noscersi” canterellavo.”
Che ho rintracciato nel testo di Lovely to look, musica di Jerome Kern e testo di Dorothy Fields.

8 - “Mi domandarono come sapevo” cantava la radio “che il mio grande amore era un sollievo”.
Che ho rintracciato nella canzone Smoke gets in your eyes. Sia questa che la 7, "Lovely to Look at" o Lovely to Loo', sono tratte dal film "Roberta", con Fred Astaire e Ginger Rogers, adattamento dell'omonimo musical di Broadway, a sua volta tratto da "Gowns by Roberta", di Alice Duer Miller.
Musica di Jerome Kern e parole di Otto Arbach.

1: FRED ASTAIRE (1899-1987): Top Hat, White tie and tails (1930)
2:GUY LOMBARDO (1902-1977): Cheek to cheek (1935)



































3 - GLENN MILLER (1904-1944): I'm on a see-saw



4 - ROSA PONSELLE, (1897-1981), FRANK FORREST : My hero (1937)




















5- PAUL WHITEMAN (1890-1967) : Blue Heaven (1927)
6 - PAUL WHITEMAN (1890-1967) : When the day is done (1927)




















7 - IRENE DUNNE (1898-1990) : Lovely to look at (1935)


















8 - IRENE DUNNE : Smoke gets in your eyes (1935)





















L'impaginazione è quasi tutta merito di Blogger.



Ma, però! Oh, come ci si divertiva, prima del '29!

venerdì 3 agosto 2012

H - 18 -

Ufficio. L'ufficio. Entro. Ecco, sulle prime colui il quale fa le veci del vicedirettore sembra accogliermi con un certo calore, ma diventa diffidente nei miei confronti tanto più avanzo zampettando dalla porta del suo ufficio alla sua scrivania, così lontana... così lontana... lontaaana... ... mi sorride, comunque, benevolo, comprensivo, mi fa un cenno. Intende dire che mi devo sedere. Mi siedo e il suo sguardo cade inevitabilmente sulla mia gobba. Segue un lungo silenzio. Abbastanza lungo.

Rotto qua e là da uno stridio che mi sfugge chissà come dalla bocca.

Piuttosto fastidioso.

Quasi continuamente, per la verità.

Squeak-skeeirk. O qualcosa di simile.

Che fa le veci del vicedirettore invece inarca molto un sopracciglio.

Nel silenzio, così, solo squeak-skeeirk-kreahak, ed un sopracciglio così inarcato che finirà per scalzare quella specie di parrucchino.

Poi. Lui parla. Sì, con naturalezza, ricomposto, col sopracciglio là dove dovrebbe stare, sopra alle ciglia, non sopra alla testa, che non è un soprattesta. E così si esprime: seriamente. Dice che gli ultimi bilanci che ho stilato non vanno bene. Gli ultimi, intende, dei passati 5 o 37 o 100 anni. Non capisco bene.

lunedì 30 luglio 2012

O 'L TOPO O 'L COLOSSEO


Ho scorto, passando per caso, sia chiaro, un titolo, in basso a destra, roba piccola, sulla prima pagina del quotidiano della mia città, ed il titolo gridava Battaglia in centro ad Aleppo, in pericolo il patrimonio dell'Unesco, poi più piccolo c'era 120 morti, tot di feriti. Tot l'ho scritto io, non c'era scritto davvero. Ed anche il numero di morti, forse non era quello giusto. M'ha fatto pensare che poco tempo fa l'occidente tutto s'indignava per lo scempio delle brigate islamiche in Timbuctu: quei figuri andavano abbattendo templi, sinagoghe, tutta roba anch'essa patrimonio dell'Unesco, e ci credo che l'occidente s'indigna: se una cosa è patrimonio dell'Unesco, è patrimonio di tutti. Che cavolo. E' anche roba mia. E certo, allora anch'io m'incavolo. Mi devo incavolare: come osano, quelli, abbattere le mie sinagoghe?
Arriva un tizio. Un tizio strano, ovvio. Vi fa: Le devo parlare due minuti. E voi: Lei chi è? E quello vi fa vedere un tesserino, di cui non capite nulla. Ma vi fidate, sembra autentico. Per quanto non vi sappiate spiegare in cosa, sia autentico. Insomma, l'accogliete, in disparte. Laggiù, in quell'angolo, dove non vi possa sentire nessuno, non si sa mai.
E, lui: Un topo o il colosseo? E voi: Come, scusi? E quello, sorpreso della vostra esitazione: Avete la possibilità di scegliere fra il fare uccidere questo topo, di cui vi mostro questa istantanea, o di far abbattere il colosseo. Di cui vi mostro quest'immagine. Restate a bocca aperta. Ma guardate. Il topo è carino. Vi fa simpatia. Segue, fra voi ed il tizio, un dialogo fitto, che non riportiamo, in cui vi convince che le cose stanno proprio così, che voi dovete decidere, che siete stati sorteggiati e non vi potete sottrarre. Responsabilità, diritti, doveri. Beh, alla fine, che ci potete fare. Fate ammazzare il topo.
Un topo morto.
Non sono cose che ritroverete domani sul giornale. Se aveste fatto abbattere il colosseo, sì, l'avreste trovato. Non che sia davvero di vostro interesse che una vostra azione porti a conseguenze mass-mediatiche, ma vi sarebbe servito come dimostrazione del fatto che la vicenda era vera, il tizio genuino.
Dimenticate tutto.
Passa il tempo.
Ma:
Ricompare il tizio.
Questa vecchia, vi dice, mostrandovi un'anziana yemenita, o Città del Vaticano. Stavolta la cosa si fa grossa, pensate. Richiedete la cartella clinica della signora. Sta piuttosto male. Con tutta probabilità, con tutta la fortuna che le può capitare, non le restano comunque troppi anni da vivere.
Ok. Ammazzate la vecchia.
Oh. No, certo, la Fate ammazzare, ci mancherebbe, non siete mica un assassino.
Una vecchia in più, una in meno. Chi se ne fotte.
Pensa se fosse saltato il Vaticano.
Con tutta quella bella roba dentro.
Passa del tempo.
Dimenticate.
Ma:
Ritorna il tizio.
Questo bus di studenti in gita, e vi mostra un'istantanea di un gruppo di studenti in posa davanti al pullman, o: Partenone, Casa Bianca, Piana di Giza compresa la Sfinge, Cremlino compresa la mummia di Lenin, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro e tutte le teste dell'Isola di Pasqua. Anzi. L'Isola di Pasqua. E pure tutti i Van Gogh.
Dopo aver riflettuto sul fatto che alcune delle cose a rischio distruzione appena elencate, di norma pensate che sarebbe bello farle saltare in aria un giorno sì ed uno no, dovete anche considerare che incidenti a bus di studenti ne succedono in gran quantità, e di certo nessuno se ne può fare una colpa, mentre perdere tutta quella roba... beh... poi, insomma, c'avete preso la mano. Che si fotta il bus. Un po' di lutto nazionale e poi passa tutto.
Si dimentica.
Passa il tempo.
Invece, le piramidi, no. Quelle, il tempo, lo guardano passare.
E' come con dio. Le cose che la gente costruisce diventano più grandi di coloro che le hanno edificate. Più grandi di quelli che succederanno, esponenzialmente, sempre più grandi.
Un topo ha una memoria, un'intelligenza, dei genitori, dei figli. Vale quanto un topo. Fra noi e lui c'è molto in comune. Quasi tutto.
La pietra è fredda, morta. La prendi e la sposti. La togli e la riporti. La pietra guarda passare i tempi, è vero, ma di tutto ciò non saprà mai nulla.
Non vale niente.


POSTILLA AL POST
Che poi, si diceva, però, ecco che il problema si complica quando il tizio arriva a casa vostra e vi dice: O il topo o quella stampa sul muro laggiù. E voi non avete dubbi e gli date la stampa da distruggere, è roba da due soldi, la ricomprate, e quello torna appena l'avete riattaccata al muro, e voi scegliete ancora il topo, e così anche una terza volta. Però la quarta non vi fate fregare e la stampa non la comprate più così lo buggerate, quello. Quello, però, torna, e per nulla sorpreso dalla vostra mossa punta il dito verso la parete vuota e dice O il topo o il muro e voi Se mi buttate giù il muro crollerà tutta la casa e lui Non è portante però è probabile che alla lunga venga giù tutto e questo vi fa capitolare, pensate che nel frattempo quel topo abbia vissuto abbastanza, e a vostre spese, e lo fate ammazzare, finalmente, quel parassita. Oh! Non si può star tranquilli un giorno senza dover ammazzare un topo.

sabato 28 luglio 2012

H -17-

Concludendo, pensandoci proprio bene, tutto ciò che sopportavo in A è che quando ci stavo, sapevo che c'era B che m'aspettava. Lo stesso, quando stavo in B, non mi vergogno a dirlo, riuscivo ad arrivare alla fine della giornata solo per il fatto che potevo pensare che ci fosse A, che mi aspettava. A causa della gonna alla finestra, ora so che ciò che mi piace, nella mia vita, è di fare da A a B, e nient'altro. E' questo che ha cambiato le cose. Il fatto che ora io sento che tutto ciò che amo è messo a repentaglio. Vedete, come sono cambiato? Ora, grazie al fatto che una minaccia, più minacce, incombono su di me, ho scoperto persino d'amare qualcosa. E di avere paura di perderlo. Ciò mi rende più umano e più doloroso vivere.

Poco sopra temo d'aver detto "gonna" alla finestra. Ultimamente, per imperscrutabili ragioni, che la moderna neurologia non potrebbe comprendere, mi è capitato spesso di scambiare la g per la d.

Stavo in B. In B a fare conti. Niente di nuovo, niente di strano. Ed ecco che arriva un tizio, un collega, suppongo. Mi dice che mi aspettano nell'ufficio del direttore, ed ecco che allora, via, veloce, saltellinosaltellino, per i corridoi, incomincio ad amarli questi corridoi, sono più belli del mio ufficio, danno più indeterminatezza, l'ho sempre odiata, io, l'indeterminatezza, ma adesso mi da un senso di sicurezza, mi da una speranza, non so se riuscirò a spiegare questo concetto... voglio dire, un ufficio è un ufficio, meglio non può andargli, pure un corridoio è pur sempre un corridoio, ma conduce in un luogo, non è un posto dove si va per rimanerci, ci si va per andare altrove, e durante il tragitto è più che legittimo pensare che il luogo in cui ci conduce sia migliore di quello da cui arriviamo, migliore di quello in cui transitiamo, ecco perché, io dico, l'indeterminazione di un corridoio mi trasmette speranza, ma solo per modo di dire, perché come sapete, como io so bene, questo finirà solo per portarmi all'ufficio del direttore, ed io senza voce e procedendo a saltelli, temo, non riuscirò a fare una gran figura, ma che ci devo fare, questo è quanto, questo è quanto sono io, altro non ce n'è, ce ne vuole a saltelli a farsi questo corridoio, ma ecco, è finito, c'è la segretaria a vigilare alla porta del direttore, sia mai che qualcuno entri per rapirlo o che quello tenti di fuggire nella notte, quella segretaria mi dice che sì, il direttore mi stava aspettando, ma ha dovuto assentarsi e dice che mi avrebbe mandato dal vicedirettore molto volentieri, ma che quello è in vacanza, e che devo raggiungere allora l'ufficio del tizio, invece, che fa le veci del vicedirettore, ecco, è quello il corridoio, mi dice, me lo dice sporgendosi dalla scrivania, per guardarmi i piedi, l'ho vista, infatti, poco fa, sospettosa riguardo al mio incedere ed anche riguardo alla mia gobba, ma quella, l'ho notato, l'ha guardata solo con la coda dell'occhio, con pudore, forse è una brava, educata ragazza, forse invece se mi avesse incrociato per strada con le amiche si sarebbero fatte una risata, m'avrebbero sfottuto, palpato la gobba, beh, meglio che niente, c'è gente che per farsi toccare da una donna si farebbe persino impiantare una gobba, og una dobba, mi sto confondendo, un cappotto, forse, tant'è ecco che prendo la strada per l'ufficio di chi invece, fa le veci del vicedirettore, veni, vidi.