martedì 21 agosto 2012

H -19 -

Si interrompe, un pochino preoccupato, quando nota che come unica considerazione in merito io sia in grado solo di buttare la testa indietro e boccheggiare. Avevo bisogno d'aria. Avevo voglia di sapere  cosa si vedeva dalla finestra alle mie spalle. Respirato; guardato. Rimesso la testa a posto. Gli occhi - sbarrati - simulo concentrazione - negli occhi di colui il quale riveste le veci dell'egregio vicedirettore. Ed ecco, lui ri-parla-. Un po' abbassa lo sguardo. Un po' è imbarazzato. O forse un poco intimidito. Ma ri-parla. Dice che i miei bilanci sono tutti in negativo. Da 5, 35, 100 anni, non ho capito bene. All'improvviso perfino m'impietosisce, quasi mi sta simpatico. Gli sorrido! Largamente, apertamente. Era da un bel pezzo (5,10,150 anni) che non sorridevo. A lui sorrido. Largamente, fissamente, apertamente, indecentemente. Non più pratico di tale pratica, in pratica: oscenamente. Un po' sorride anche lui (ma di circostanza, in pratica, e, pure di circostanza, mi sembra, del sudore cola dalle tempie. Parrucchino sintetico?) e dice: D'altronde come può un'azienda ricavare profitto se i suoi bilanci sono sempre negativi, e come può retribuire i suoi dipendenti, se proprio questi stabiliscono che l'azienda non possiede denaro da destinargli? Per un attimo mi sembra che il ragionamento non faccia una piega. M'inchino. M'inchino per modo di dire, perché tutto ciò che sono in grado di replicare è un lungo, acutissimo, quasi perfetto: Squerlk. Me ne compiacerei, ma forse non è il momento adatto. Così penso che recupererò i faldoni con le pratiche dei conti degli ultimi secoli per dimostrargli che non c'è nessun errore, quella è roba di cui sono pratico. Ed ecco allora salto dalla sedia come un pupazzo a molla e senza mollare sorriso e sguardo intelligente in soli quattro balzi sono alla porta. Gli faccio un gesto che spero lui capisca. Cerco di spiegargli che tornerò presto, prestissimo. Con le prove della mia innocenza. Annuisce. Non gli resta altro da fare. Riprendo il corridoio, i corridoi. Sono belli, puliti, splendenti. Chi li manterrà così bene? Con quanta fatica, quali pensieri? Sono lunghi i corridoi. Lunghi e placidi e lucenti ed indeterminati. I corridoi hanno il suono dei passi. Mi ci vuole molto a percorrerli. Arrivo all'archivio. Faccio una stima. Sono quattro tonnellate di faldoni. Da riportare, pratica per pratica, a colui il quale, egregiamente, ricopre il ruolo reso vacante da una momentanea assenza del dottor vicedirettore. Quattro tonnellate. Ce la posso fare: ho la soluzione! Ne porterò uno alla volta. Ci vorrà solo un po' di tempo. Solo tempo. Nient'altro. Riprendo i corridoi. Avanti e indietro. Che a forza di avanti e indietro, che senso hanno l'avanti e l'indietro? Un po' a sinistra, un po' a destra, giro su me stesso, salto, atterro, volo. Stanco. Un po' stanco. Avanti. Un'altro faldone. Indietro. Avanti. Per non disturbare il signore che fa le veci, glieli lascio fuori dalla porta, non voglio dover bussare ogni volta, che noia, pover'uomo. Un altro faldone. Corridoio. Bello, quieto. Non sa più nulla. Non risuona neppure di passi. Se non i miei. Ma sono passi, i miei? Mmmmmh. Salto. Saltellino. Squearkl! Mmmmmh. Bello l'effetto eco nel vuoto. Squearlk! Il corridoio risuona di me. Bello. Quieto. Avanti. Indietro. Sono stanco. Faccio un riposino. Sì. Il corridoio. Bello, lucente, pulito, silenz... squeaarkl! 

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