domenica 9 settembre 2012

H -20-


Esimio, fiorì.
Ecco. Finito. Esco, fango. Esamino ferite. Errori forzati, eccezioni fortuite. Estimo futile. Elevandomi fallisco. Esagero, forse?
Esserci funziona, e. Fare.
Egregio fato, eco fumoso, estro fatato. Esaltanti fori.
Entra, forza. Esci, fai essere, fiorisci.

Mi svegliano delle voci. Tengo comunque gli occhi chiusi, sia mai che mi possa riaddormentare.  Provo anche a pensare a bassa voce. Non sento passi. Non sembra neanche più di stare in un corridoio. Anche il suono delle parole ha un'altra qualità. Un riverbero più ampio. Penso di ritrovarmi in un luogo più grande. Molto più grande. Mi hanno spostato nel sonno, è evidente. Dove? La qualità del riverbero non è granché, diciamocelo, quindi escluderei l'auditorium. Non si fa musica, non si canta. Stanno parlando di me. Sento il mio nome. Voglio dire: io non ricordo esattamente quale sia il mio nome, ma "sento" che è quello che stanno pronunciando. Dove siamo? In che posto si parla di me, dunque? A teatro? No... cioè, sì, forse, che le voci che sento sono proprio impostate, sembra che stiano recitando. Ma parlano di me. Quale autore avrebbe scritto un'opera su di me, e poi, atteso un mio momento di rilassamento, m'avrebbe rapito e condotto a teatro durante la prima, così, per farmi una sorpresa... ma no! però, perché dovrebbe essere impossibile? Credo di avere un'idea geniale anche stavolta: Aprirò gli occhi! Magari lentamente, senza farlo troppo notare. Ecco... piano piano... un po' di luce... gente elegante... troppa luce... niente sgranocchiare di patatine... no, non è un teatro... è un tribunale. L'aula di un tribunale. Oh! Mi stanno processando. Dicono che Oh!hO tentato di murare vivo il sottovicedirettore nel suo ufficio. Toh!

Eccellenti fioriture.
Esseri folli.

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