mercoledì 7 novembre 2012

PURE VISIBILE E' CIO' CHE CONTA


Mi guardano, sento precisamente che molti di essi pensano: Spero non tocchi a me.
E' colpa mia, di come mi muovo fra loro, di come permetto, passivamente, che tutto di me gli trasmetta la mia indifferenza?
Indifferenza. Ma da quale indifferenza, poi, è toccato un uomo che ragiona su queste cose? Non ci pensano, gli altri, a come si muovono in mezzo alla gente, di cosa comunicano e quale effetto avrà. Eppure vivono compiacendosi della propria umanità, del proprio vuoto sentire, così puro. Una purezza che il più delle volte è tutt'altro che innocenza. Diamanti così puri che riescono a vivere solo della propria luce, che odiano la propria luce che gli sfugge, che la vorrebbero tutta per sé, diamanti che vivrebbero come buchi neri, se potessero, affacciati dentro al loro stesso cortile, a guardar razzolare i propri stessi pochi pensieri, e, a corte, i propri adoratori. Là attratti, chissà come, dal nulla, dal vuoto dell'obliata luce dei loro idoli.
Alzano lo sguardo verso di me, e via, subito lo fuggono, hanno paura, ché io sono ciò che più temono: la chiamano indifferenza dacché il loro vocabolario è ridotto ad una miseria di paginette stracciate, ma il segno che io porto addosso, e che non sanno nominare, che così tanto m'appartiene e contraddistingue, è solo antico disincanto.
Un male comune, che colpisce gli animi gentili. Un male gentile. Chi ne soffre, senz'affanno, cammina sempre, perché il suo animo è leggero.
Si guarda, nei miei occhi, come attraverso ad un vetro smerigliato.

Ho incominciato a camminare molti anni fa, a correre quando potevo, per sfuggire alla mia famiglia, ai miei cari.
Funziona come la storia dell'addomesticamento, ma all'opposto. Non ci si avvicina piano piano, un po' alla volta, fino ad arrivare al contatto, all'intimità. No, al contrario. Si parte dalla vicinanza assoluta, emotiva e fisica, accettata come inevitabile. Ci si guarda in faccia e chi vi sta di fronte vi dice di cosa ha bisogno. Ve lo spiega minuziosamente. Usa le parole, tutte le parole di cui dispone, anche se molto poche, molto eloquenti. Poi, la volta successiva si allontana, usa meno parole e più gesti. Inclina occhi e sopracciglia, piega la bocca, arriccia il naso, increspa la fronte. E poi, per finire, da lontano, gli basta uno sguardo. Voi capirete. Poi capirete perfino dall'odore che hanno addosso di che cosa hanno bisogno. Ed ecco. Io incrocio per strada qualcuno e solo da come piega il collo, da come lascia cadere il piede, da come si ripiega sulla spalla, da asimmetrie impercettibili, io capisco cosa quella persona sta cercando. Quando posso, e quando mi è consentito, faccio qualcosa per accontentarli. Un abbraccio. Un sorriso, a volte. A volte questa gente ha bisogno di così poco, per essere felice. Ma molti hanno desideri giganteschi, abnormi. Mi spaventa solo pensare che qualcuno possa progettare per scherzo pensieri simili.

Guardandoti negli occhi. So che sei triste perché hai perduto qualcosa. So che hai perduto un giocattolo. So di che giocattolo si tratta, e so persino dove si trova. 

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