giovedì 26 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 2/2

E' da così tanto tempo che non trova più segni nuovi su quel muro. Tanto tempo. Quanto? Forse da quella notte in cui lui si svegliò e la sorprese. Perché si svegliò quella notte? Cosa l'aveva destato? Poteva sentirlo anche lui, dunque? No, forse soltanto lo sospettava e ne era inquietato: leggero il suo sonno. Tutto sommato, poi, probabilmente, solo per caso, lui, si svegliò e la sorprese mentre parlava con Lui. Lo confessò, ed il marito si sedette e sotto al pigiama si notava il petto gonfiarsi a dismisura,
velocemente
velocemente
velocemente.
E senza muoversi le chiese E cosa ti dice? e a capo chino lei rispose Dice: pregate e piangete. A Natale e per le feste, pregate e piangete un po' di più.
Lei guardò la faccia del marito per cercare di capire se avesse inteso. Per sapere se lui non pensasse di star sognando. Lui allora le osservò la testa per accertarsi che quelle parole fossero davvero uscite da lì, o se le avesse soltanto sognate. Dice: pregate e piangete, ripetè lei, a Natale e per le feste, pregate e piangete un po' di più.
Lo facciamo... lo facciamo, disse lui, e s'alzò e tornò a letto. No: il marito non lo poteva sentire, Lui. Quella voce poteva tornare a echeggiare dentro alla cassa di risonanza che lo portò prima che nascesse, e solo lì può risuonare ora che la voce è tornata al luogo da cui è partita. E c'è tornata così
velocemente,
velocemente,
velocemente.
Per venire dalla terra sei passato attraverso me. Attraverso me transita ora per tornare alla terra.
Dopo pranzo lei rammenda. Le sembra che le si spengano tutte le luci intorno e tutto ciò che rimane da vedere stia lì fra le sue mani. Un punto dopo l'altro ed il buio intorno le accarezza il collo, ma è un gesto ipocrita: nel frattempo le ruba i pensieri. Dove li porta? Il marito intanto dorme un'oretta in poltrona, accanto al camino. Dietro alle palpebre, quel bagliore rossastro è tutto quanto possa vedere. Il fuoco si spegne, sente freddo e si sveglia, e mette altra legna, e va da lei e la saluta, ed esce di casa intrecciando le mani dietro alla schiena e s'incammina
len-ta-men-te,
len-ta-men-te,
len-ta-men-te.
Poi s'arresta e guarda un punto lontano, lontanissimo. Ormai ha deciso che non è proprio più il caso che stia a lungo ad osservare le cose che gli stanno troppo vicine: se trovasse che qualcosa è bello, non potrebbe dire che è bello; se vedesse qualcosa che fa ridere, non potrebbe ridere. Tutto ciò che potrebbe dire sarebbe: E' bello, piacerebbe a Lui. Preferisce non guardare più nulla che gli stia troppo vicino, o con troppa attenzione: ha dimenticato ciò che piaceva a Lui.
Se piange,
per Lui
piange.
Qualche volta si chiede: E se fosse che siamo morti noi? E se è così, in che posto ci troviamo, ora? In che cosa è diverso da quello in cui abitavamo prima? Se l'unica differenza fra questo e quel mondo è che questo è disabitato da Lui, allora pregherò che muoia, cosicché potremo tornare ad essere felici tutti insieme. Quando si riprende da questi momenti, si sente un come superstite circondato dalle macerie e dai rottami. Capisce la propria collocazione, ci si ritrova. Sì, ritrovarsi, ma, d'altra parte, cos'avrà, di bello, questo mondo per cui poi varrebbe la pena di perdersi? E si chiede Starà in un posto peggiore, Lui, del mio? Se qua non c'è più nulla che mi piace, il luogo in cui si trova non potrà in nessuna maniera essere peggiore di questo. Semplicemente sarà
un luogo
lontano,
immobile e lon-ta-no.
Ma qua. Lui qui vede che ciò che gli da una misura del tempo, che lo voglia o no, avanza. Non è forse una novità quel manifesto apparso durante la notte su quel muro? Non ha forse addobbato l'albero, riempito di luci la ringhiera del balcone, il vicino? Non torna il Natale? Non c'è, forse, dietro all'angolo, sempre qualcosa di nuovo? Non cresce, forse, il nipote? Che ha quel nome, quel nome, perché gliel'hanno dato? C'è anche da dire, da ammettere, forse, che a forza di pronunciarlo per riferirsi ad una persona nuova, diversa da chi era Lui, quel nome sta incominciando a perdere l'eco lugubre che prima gli risuonava in testa, e prende un colore diverso, e poi nessun colore. Sta perdendo ogni senso. E' un po' lo stesso di quanto gli sta accadendo con il nome di Dio. A forza di chiamarlo nelle preghiere, anche quel nome ha finito per svuotarsi d'ogni sostanza, d'ogni significato. Vorrebbe persino smettere d'evocarlo, di cercare assistenza e conforto con questa tenacia, lo fa sentire come un lacero e molesto questuante, ma
queste sono
cose che
non possono dirsi,
come quando quello fermò la moglie e le mise una mano sulla spalla e disse Coraggio, è la vita e lei senza guardarlo, si scostò da quel contatto e disse No, no-no! E' proprio il contrario, è la morte. Vorrebbe anche lui, talvolta, metterle una mano sulla spalla, qualche volta, così, senza parlare. Quant'è che non tocca più sua moglie? Che non gli fa una carezza sulla testa? Da tanto, troppo tempo, così tanto che non sai più dove andare a cercare il punto in cui incominciare a rammendare. Fili, i suoi capelli, che lui non ha più il coraggio di toccare. No, non è il coraggio che gli manca. Non sa più come, in che modo. E poi... poi, ora che il suo capo non è più una liscia parete, fra le fessure quando la fende il vento, stride sinistramente e pare che cigoli come una porta che canta di notte, e si depositano in lei e nidificano e muiono. Cosa?
I nomi
alle volte
si dan per paura.
Lentamente. Lontano. Un giorno, un istante. Un frammento di secondo in cui la strada improvvisamente impazzisce e s'impenna e lui si ritrova costretto ad inerpicarsi là dove un attimo prima passeggiava sereno. S'aggrappa ad ogni buio appiglio, posto aldilà di ciò che rappresenta il suo confine del visibile, e della cui presenza si fida ciecamente, sicuro com'è che ognuno di quei sostegni siano oggetto della sorveglianza che chi s'è posto fuori dal visibile gli dona. Questa, questa sì che è fede: chi s'affida a Qualcuno non vive sottoterra confidando che esista la luce, ma sta in superficie e pensa che quella certa luce venga diffusa da un proiettore. La salità finirà. Proprio dietro all'angolo finalmente si scollina e
potrà
rotolare
giù.
A cosa serve, a cosa serve, si chiede, soffrire così, piangere sempre, svegliarsi ogni mattina con la disgrazia sullo stomaco? E' passato tanto tempo. Ci sono mattine in cui non ricorda più
la disgrazia
che
nome ha.
China il capo e storce la bocca, di riflesso. Tutto il suo corpo è ormai attraversato e percorso da un ernorme groviglio formato da un solo nervo che lo muove, lo fa vibrare e contorcere a suo piacimento. Che senso ha. Che senso ha, tutto questo?
Perfida,
perversione
perfetta.
Anche a me, sì, anche a me, Lui, lui, manca. Immensamente. Ma non come una persona che sia defunta, cosa che, lo ammetto, neppure io mi sono ridotto ad accettare. Mi manca come una persona che non incontro da tanto, troppo tempo e che non vedo l'ora di incrociare ancora, per caso, all'improvviso, voltato l'angolo.
E tutto ciò che
non è
stato.
E' Natale. Siedono a tavola, loro due. S'affliggono più di quanto già non facciano normalmente. E' così che devono fare. La porta si apre, ed ecco: Lui è ritornato. Così, semplicemente. Raggiunge i genitori a tavola e si fa portare un piatto, ma prima di incominciare a mangiare li guarda negli occhi e dice Io non sono Davvero quel Lui. Sono soltanto poco più di un burattino, d'un pupazzo di carne, una creatura plasmata dalle vostre preghiere e dalle vostre lacrime. Ma, d'altra parte, non lo fu pure Lui quando nacque?
Vi capiterà, forse, un giorno di questi, d'uscire per le strade del nostro ameno paesello e d'incontrare quel padre. Lo riconoscerete: cammina lentamente e ad ogni decina di passi si arresta e guarda lontano. Poi, sconsolato, scuote la testa. Avvicinatelo e provate a chiedergli il motivo di tutta questa sua afflizione, adesso che Lui è tornato: non saprà più dirvi, ora, che cosa gli manca.


giovedì 19 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 1/2

Son passati vent'anni, ormai, da che il figlio è morto, e lui non vuole più soffrire, ma la moglie non è d'accordo. Così lui intreccia le dita delle mani dietro alla schiena e come suo solito s'incammina
len-ta-men-te
len-ta-men-te
len-ta-men-te
pochi passi e s'arresta per scrutare all'orizzonte un punto lontano, altri passi ed ancora si ferma, ecco, un'altra volta, lo vedete?immobile a fissare un indefinibile punto
lontano
lontano
lon-ta-no.
Si porta due dita sotto agli occhiali e si stropiccia le palpebre, stanche di prestarsi al gioco di occhi che ormai non fanno altro che recitare una parte. Intreccia ancora le mani dietro alla schiena, annuisce e riprende il cammino, lentamente.
Son tutte cose che - più o meno coscientemente – pensa d'essere costretto a fare per dimostrare agli Altri, quel gruppo di persone che si pone a mezza distanza da lui, in un cerchio ombroso da cui intuisce d'essere costantemente assediato, quelli che vorrebbero sapere ma non osano chiedere, far sapere a costoro che potrebbero immaginare che il dolore l'abbia sconfitto, schiacciato, annichilito per sempre che invece egli cammina e va, cammina e va, e osserva, s'interessa, si stropiccia. No, non credano neppure che sia però riuscito a prosciugare l'inesauribile fonte del suo dolore: lui lo porta sulle spalle, nelle tasche, sotto al paltò, al cappello... non vedete come cammina lentamente? Quant'è grave il suo passo, e solenne, ora il destro, ora il sinistro? Eppure, vedete, cammina e va, osserva, s'interessa. Si stropiccia gli occhi.
Quegli occhi
che non
vedono più.
Ed annuisce, sì. Ma non come lo fa chi vuol dire d'essere d'accordo con qualcosa o qualcuno, ma come chi mostra d'aver capito. Di ricordarsi la lezione. Che sa esattamente dove ha sbagliato, ma ormai.
Giunge di solito a quest'ora nei pressi dell'incrocio che dà sulla piazza del comune, siede su di una panchina dopo averla distrattamente spolverata e piega la testa di lato, così, impercettibilmente, ed aspetta. Dopo pochi minuti, istanti, talvolta, risuonano bronzei i rintocchi dal campanile che lo scuotono e lo invitano a rialzarsi, e lui esegue benché apparentemente controvoglia, e poi si volta e torna sui suoi passi, verso casa dove la moglie l'attende per il pranzo.
Mangiare
è
necessario.
Il tavolo, apparecchiato, è mezzo vuoto: la figlia maggiore, sposata, vive, vive altrove, dispone cibo e piatti su di un altro tavolo, serve il cibo al marito e ad altre due persone, persone che prima non c'erano e che all'improvviso, un bel giorno, son sbucate fuori da lei: un maschio ed una femmina, ed il maschio, lei, senza paura o esitazione, nonostante la silenziosa, spesso, ferma opposizione incontrata negli sguardi dei famigliari e degli Altri, l'ha voluto chiamare con il nome del fratello, con il nome di Lui.
Con il suo
nome,
perché?
Per molto tempo rimangono le posate sospese a mezz'aria davanti agli sguardi dei due commensali, che recitano la loro muta, quotidiana preghiera di ringraziamento: non sono certo persone che diano per scontato il cibo. La moglie fissa lo sguardo sulla bocca di lui ed osserva il boccone sparire ungendone le labbra, sporcandone i denti ed infine producendo quel suono così spiacevole. Persino, poi, crede di intercettarlo con la coda dell'occhio mentre scivola giù nella gola, vede gonfiarsi quel collo e sgonfiarsi quel collo.
Gonfiarsi e
sgonfiarsi
gonfiarsi e sgonfiarsi.
Quella volta che Lui venne a tavola con quel buffo cappello in testa.
Ecco, ora non ha più fame e posa la forchetta, senza però lasciarne la presa, come a dire: respiro un attimo e poi mangio ancora, far credere che sia solo una pausa e non un arresto: ho ancora la posata in mano, non ho finito, è soltanto una pausa, non un arresto, e nel frattempo appoggia la vista in mezzo agli occhi della moglie e non gli riesce d'evitare di pensare a quando lei durante la veglia funebre gli sussurrò preferirei mangiarlo, lo vorrei mangiare invece di seppellirlo, e cerca ancora di capire guardando quella testa se davvero da lì uscirono quelle parole e fece finta, lui, di non averle sentite o se le sognò soltanto.
S'alzò da tavola, Lui e disse Ciao, torno fra poco ed uscì e se ne andò. Uscì, se ne andò. Ciao.
Lei guarda un punto del viso del marito e pensa quando alla veglia funebre disse E' ancora lui, non lo voglio seppellire, mangiamolo, mangiamolo! e cerca di capire guardando a quella testa se davverò lì entrarono quelle parole e lui fece finta di non averle sentite, o se lei soltanto si sognò d'averle dette.
Parole che entrarono
ed uscirono.
Gonfiarono e sgonfiarono.
Se sono state dette, se sono state sentite, come è possibile, pensano entrambi, che non sia visibile un segno chiaro di tutto questo sui nostri volti, in che modo impercettibile sono essi cambiati per sempre? Gli Altri, guardandoci, capiranno? Se pure lui le ha intese, non può aver capito. Non sa che se hai portato una cosa dentro prima che fosse davvero qualcuno, ti strapperesti il cuore dal petto pur di riaverla dentro di te ancora, ora che è tornata ad essere una cosa.
Lei raccoglie i piatti e li posa nel lavandino. Scorre l'acqua e si osserva le mani livide e ricorda di quel giorno in cui fu costretta a gettare i suoi vecchi guanti, logori da vergognarsi. Vergogna degli Altri, sia mai che pensino: Soffre tanto che non s'accorge neppure in che stato pietoso son quei suoi poveri guanti. Si dimenticò di comprarne degli altri e all'indomani, con quel gelo eccezionale fu costretta ad uscire a mani nude. C'erano, i guanti di Lui, ma lei non li usò.
Suo marito ha avuto per un certo periodo le nocche della mano destra screpolate, abrase. Prima di dormire aveva preso l'abitudine, a letto, d'accarezzare la parete che divide la loro camera da letto da quella di Lui. Poi incominciò a farlo con il dorso della mano, chissà il perché, poi, ancora, a battere: bussare lievemente, poi sempre più forte, contro a quella divisoria bianca, così forte, alla fine, che lei, ad una ventina di centimetri aldisopra del materasso, su quel muro, può distinguere i segni, toccare quelle cavità con la punta delle dita e contare le nocche della mano del marito inscritte nell'intonaco.
Mille e mille
sono i gravi

martedì 17 dicembre 2013

CIRCLE REVIEW N.4

E' on line il quarto numero della rivista The Circle Review, che ospita interventi di:
Chiara Prezzavento (laClarina)
Lucius Etruscus
Roberto Chiavini (Taddeo)
Katia Laudicella (Silmarien)
Daniel B. — Peekaboo among the brambles (nascondio tra i rovi)
Emma Pretti
Loretta Fusco
Giovanni Capponcelli (The Evil Monkey's Records)
Bianca Garavelli
Annarita Faggioni (Il Piacere di Scrivere)
e del sottoscritto me medesimo.
I miei pezzi li potete trovare a pag.26, prosa e pag.110, poesia.
E AGGRATIS!
Tutto qua:

http://ilcircolodellearti.myblog.it/the-circle-review-rivista-culturale-letteraria-del-ring/ 

lunedì 11 novembre 2013

MI ME TI CI

Lascia tutto e vieni.
Con me, con me,
oltre le ore
oltre le nostre ombre impagliate,
oltre i luoghi logori che siam divenuti.

Con me
a scordar l'abuso che i cieli c'impongono

scivola con me, buia,
nella notte.


lunedì 23 settembre 2013

THE CIRCLE REVIEW n.3

Uscito il n.3 di The Circle Review alla quale io partecipo miei scritti trovansi pag. 37 e pag.116, prima e durante ci sono altre pagine tutte scritte e migliori delle mie naturalmente aggratis. Grazie dell'ascolto. Arrivederci.

mercoledì 18 settembre 2013

350° MORTE SAN GIUSEPPE DESA DA COPERTINO

"E Giuseppe - rapito - per evitarli, alza lo sguardo in alto, nella cupola nera - sta per librarsi in aria. Nulla osta. Basta perdere peso. E Giuseppe si solleva, perdendosi (liberandosi dei) suoi primi “amorosi importuni” che gli ostentano piaghe, piedi nudi (è semplicemente gente giocherellona che si è tinta di rosso o si è tolta le scarpe) … Lui sale. Non può ascoltarli. Il grappolo si sfoltisce nell’ascesa… Ma cinque o sei, indecisi se (Giuseppe è già a più d’un metro dal suolo) restare attaccati al saio suo o tentare il salto, indugiano troppo, quanto basta a disastrare il distacco: così, uno a uno, si lasciano (preferiscono), tra l’orrore degli altri a terra, lasciarsi cadere. E lo fanno a turno, ma da differenti altezze di Giuseppe che più è leggero e più acquista spazio in verticale. Ed è un incubo vero. Cadono a turno, come nell’inferno, tanto urlano e si dannano e rovinano. Si contorcono al suolo, mentre Giuseppe seguita a salire come un pallone aerostatico, con altri tre malcapitati attaccati a sé: uno è attaccato a un piede di Giuseppe; l’altro al suo saio; il terzo, un bambino, gli inghirlanda il collo con un abbraccio serrato…”
(Carmelo Bene)

lunedì 2 settembre 2013

LINEA ROSSA BUM BUM

E' una linea rossa all'orizzonte, stasera, il cielo: sarà bel tempo, domani.
Dice: ho dovuto correre per il gran mal di pancia ma ho fatto solo un po' di gas.
In giardino un gatto mangia margherite e ritorna col pensiero al perduto amore.
Ed io che mi credevo chissà cosa.
Uccidi i falsi profeti.
Oh, se quello non saprà bloccare il tuo braccio che scende omicida in tempo, e non spalancherà i suoi occhi di bragia, ed inarcando le sue sopracciglia come ponti su fiumi di fuoco riducendoti a farti desiderare di nasconderti al centro del nucleo d'un atomo – e non è tutto questo qualcosa che tu possa confondere con altro, come ad esempio potrebbe essere un buon riflesso: vedresti spenti, opachi, i suoi occhi, improvvisamente enfi di paura, ed allora insisti – se si dice profeta, verifica, uccidi i falsi profeti.
Tra le nubi in cielo pascolano diavoli bianchi. Qui, sporchi e decaduti elemosinano un abbraccio, tu scavane uno per loro.
La pioggia infine scende, non rimane sospesa: ingrossa i miei fiumi d'emicrania che giungeranno infine a morire salati nel mare del dolore di tutti. Eppure in un certo qual modo in un incerto quale modo si diceva pocanzi risalgono le gocce per coloro i quali stanno capovolti rigirati giroflessi col sangue al cervello paonazzi. Non c'è legge: per questo il mio dolore non vi scuote, per questo non lo potete sentire.
Se non hai una legge, noi saremo legge. Se non hai un giudice, noi giudicheremo. Se non hai un boia, ci pensiamo noi. Non restare barbaro. Datti alla civiltà.
Noi stiamo in cielo ed attendiamo, tic tac, abbiamo un dovere noi, click cleck, salvarvi il didietro, bam, buuum!
E' l'orizzonte stesso che brucia, quella linea rossa.
Dubbi, sospetti, congetture. E i fiumi. Li avete inquinati. Li prosciugheremo.
Non ti piacerà, ma siam fatti della stessa materia di cui son fatti i bisogni.
Ebbi un riflesso o forse chissà un istinto o forse si dirà presentimento, fu un attimo prima che esplodesse la mia testa: mi coprii il volto con le mani e mi salvai gli occhi, per fortuna. Per fortuna li potrò ancora chiudere.
Ora vago nel cielo, occhieggio fra le stelle, sprofondo nel vuoto, non mi sfugge niente, non mi sfugge, il niente.
E così vedo che io te e il dolce glicotorio, siam fatti della stessa materia, e che materia, quella materia.
Non è non c'è non è materia
io te il dolce glicotorio siam fatti tutti della stessa essenza
ma non è dolce il glicotorio
ché non fu, non è.
Addio.
Chiudo tutto e me ne vado.
Chiudo gli occhi e ve ne andate.
Il sole qui non arriva, non giunge il suo boato nel mondo chiuso dietro ai miei occhi. Non temete il mondo, ma i vostri occhi.
Io sono Amaagut, e vi vengo a salvare.
Non riesco neppure a compatire la vostra paura.
E' fuoco. Domani la linea rossa supererà noi. Sarà bel tempo.
Il silenzio persiste e si trasforma, diventa. Qualcosa che potrei incidere d'unghie e bagnar di sputi, che quando fuori fa freddo, se lo volesse, mi potrebbe scaldare come una cappa gentile o rinfrescarmi, se lo volesse, quando fuori fa caldo con dita cadaveriche, rigide e fresche.
Dinamite Nobel I had a dream. Zio Tom Bumbum,
Bei candelotti del colore delle carote ci salveranno i conigli verranno a salvarci dall'assedio della linea, la linea sarà rosa.
Argilla, sabbia, acqua, mani antiche che plasmano e semplice chimica, Na O C H N, molecole, imprendibili, quelle erano la tua casa, e dentro di esse, all'interno di esse, bada, nulla più di quanto non sia anche nel fiato espulso con dolore, bada alla culla, più giù, più dentro, nient'altro, nulla, la stessa materia che costituisce l'anima del mio colpo di cannone, lo sento dallo scorrere del tuo sangue, dal pulsare del tuo cuore, lo vedo dal volo degli uccelli, dall'aspetto delle tue viscere: non ti angustiare; ma se sei uno che non dorme di notte pensando al vicino, al gatto, alla moglie, allora... se vivi invece d'un amore universale, infinito, stai tranquillo, tutto tornerà come prima.
Il tempo non è quella cosa che gira come una ruota, ma è quel vuoto al centro che ne rimane prigioniero.
Ciò che è me fuori di me viene da prima del tempo, precorre le cose. Precorre il silenzio ed il buio, precorre il calore, la tempesta. Ciò che sono davvero, lo puoi vedere al tuo microscopio, osservalo bene, è fatto di ciò di cui è davvero fatto anche il gatto, la margherita, il dolce glicotorio, il quale, rammentiamolo, non esiste, non c'è, non è mai stato.
Un po' alla volta, va la vostra paura: lasciate che s'incammini dall'ombra e che da lì lentamente infine emerga, giunga in superfice, intima amica, ad accarezzarvi la gola. Un po' per volta: la politica dei piccoli pazzi. Delle linee rosse.
Canto il nulla, non c'è altro: progettavo orologi da prima del tempo.
Non fermerò il tuo braccio omicida, so già il giorno e l'ora.

venerdì 28 giugno 2013

NEL SACRO SPAZIO DI BLU TRAFITTO

Le mani avend'io occupate stretta la sigaretta stava fra i denti quand'ecco il fumo s'insediò d'urgenza nel luogo dell'occhio che offeso si richiuse per respingere il bruciante invasore

chiudete le porte
alzate i ponti
sbarrate loro la strada
al fossato accorran ratti, coccodrilli
non i ratti-coccodrilli
ratti accorran al fossato, i coccodrilli

ed in quell'istante di nulla, labile come il fumo, pensai questo: mi foss'accaduta simil cosa intent'io alla guida, nienteniente mi sarei potuto ritrovare in un canalone a zero coccodrilli, ma con la testa fracassata, forse abbondanti i ratti, contro al parabrezza mezzo sfondato, oppure direttamente aldilà dei lamierotti catapultato, nei campi di brina et rugiada del mattino presto quand'io per solito mio starei pure a casa; ed in quell'ultimo secondo di vita pensar questo: bello il cielo il prato all'alba Ma come mai di passar di qua mai ci passai? in codeste contrade perché non ci sono mai venuto a commetter un excursus approfittando dell'oramai decaduta mia ai tempi sufficiente aspettativa di vita, quante cose belle mi sono perso, ma un dì -per darmi forza,credo,dissi- ci tornerò, gridato questo avrei, morendo, il sole tiepido fresca l'erba che stupido sono stato avrei pensato Ma per fortuna non guido non ho una macchina per questo mi tengo la sigaretta fra i denti con incosciente leggerezza e fu così che finita l'operazione che mi teneva occupate le mani ripresi fra le dita la paglia e mi stropicciai l'occhio dopodichè mi tastai le tasche e mi accorsi che avevo perso la chiave e pensai maledizione e tornata la mia mente a quegl'attimi, il mio corpo si distese rimembrando come stavan le sue membra benadagiate su quel prato a panciaperta all'insù inondate di cielo nel luogo della morte

nello spazio sacro di blu trafitto

mentre alle spalle
bianco bianco bianco e acuminato e
tagliente un mietitore stava

un uomo sta, qui a me di fronte che punta il dito e dice che. Oh. I punti dalla patente andrebbero, dice, andrebbero a richiuder la pancia, Ma io non voglio, signore, io dico, non voglio, che amo che il sole e nembi mi penetrino con cielo e tutto ed espirar nuvolette dal naso che poi l'occhio non feriranno – tu sei pazzo/Deh, dunque, ordunque Tu ora lascia che c'entri il cielo nella mia panza.

Punti di vista)
oh tutto si smuove al vento
ed io lo scorgo e lo sento
e pure qualcosa che di me non so scorgere
si diparte vola via veloce

e con me in macchina c'erano Imix ed Akbar ed Amaagut che non se la passarono meglio per quanto protestassero e cercassero una ragazza in reception e rabbiose sfuggiron loro bestemmie vacue e sanpietrini Ma nelle loro tasche e neppure nella saccoccia benedetta di Sanpietro la chiave stava oppure slanciata era stata lontana negli abissi della linea dell'orizzonte curvato o seppellita nella terra ammollata dal nostro impavido colar fluidi fino a poco prima vitali sparpagliati stavamo panciaperta sommersi di cielo nel luogo della morte

nello spazio sacro di blu trafitti

mentre alle spalle
bianca bianca bianca e acuminata e
tagliente una falce stava

ed Akbar ne tastò il filo prima di decidere
decidere di fuggire
Questa è una soluzione
nell'acqua ad ingannarci
d'esser coccodrilli
una soluzione
fuggire, soprattutto decidere, facoltà ammirevoli ed umane e piene d'indizi vitali

E di corsa si fece il tratto che ci separava – di corsa – per mano tenendoci arrivammo appena in tempo “Non potete entrare” “Che vuol dire? Siete voi che dovrete uscire!” ma la chiave!

l'acqua lontana
il fumo dimenticato
perdonato l'assassino
non avemmo paura


vicino alla porta del bagno sanguinammo 

mercoledì 19 giugno 2013

THE CIRCLE REVIEW -2-

Ho partecipato anch'io al secondo numero di The Circle Review, lo potete leggere e/o scaricare aggratis qui:

http://ilcircolodellearti.myblog.it/the-circle-review-rivista-culturale-letteraria-del-ring.html

Vi partecipano anche:
Chiara Prezzavento (laClarina)
Emma Pretti
Giovanni Capponcelli (The Evil Monkey's Records)
Carmine De Cicco
Annarita Faggioni (Il Piacere di Scrivere)
Daniel B. — Peekaboo among the brambles (nascondio tra i rovi)
Nadia Anostini (Estelwen Edhilyen)
Loretta Fusco

Antonia Casagrande

Un saluto e un ringraziamento al direttore Lorenzo V.

giovedì 18 aprile 2013

O




















Di notte posso udire crescere i tuoi capelli,
      i rami protendersi, 
             affondare le radici.
                       Sento il tremore degli uccelli, 
                                  la corsa degli astri nel buio.

                       

                                           All'alba il Suo sorgere è fragore che tutto scuote ed abbatte, 
                                                                                                            è mattino, è l'ora dei bambini. 
                                                                                     Vedo la loro luce sfregiare le vecchie ombre. 
                                                                                Il tuo calore è luce. 
                                                                 Luce è il tuo respiro. 
                                         Al tramonto l'ultimo raggio, lama che mi ferisce. 
           Odora già il mio sangue del tuo sonno 
E tu di me.

lunedì 15 aprile 2013

x


A quello che diceva che tutto è santo: Tutto non esiste. Nulla è santo. Non esiste il mio vicino il sindaco non esiste. Il mio paese non c'è, i monti qui dietro non esistono. La nostra nazione non esiste e nessuno c'ha sanguinato sopra per edificarla. Come potrebbe esistere il vilipendio alla bandiera? Non esiste l'Europa, l'emisfero non esiste, non c'è un sud, un nord, una qualsiasi direzione, come potrei partire, così, senza prospettive? Non c'è né Dio né figlio, o trinità o croci o morteresurrezione corpo di, sangue di, Bacco e Tabacco, come potrebbe esistere vilipendio alla religione? Non esiste il papa, la pietà non esiste, non c'è nessuna carità, nessuna ubbidienza. Da tale posizione deriva che non esista alcuna diserzione. Non esiste strada, incrocio non esiste. Non ci sono né treno né ferrovia, niente esiste, al limite è stata, ma ora non è più. Non esiste mio nonno, ergo non esiste mia mamma ergo io non esisto, ergo i figli miei non avranno di che raccontare ai nipoti di fronte al camino che nessuno costruirà dentro al quale non esiste fuoco che possa bruciare, d'amore, che amore non esiste e neppure Omero. Ciò che è stato non è. Non è ciò che sarà. Il cielo non esiste, non esiste il mare, non c'è alto, basso, non c'è la media e di conseguenza, non c'è differenza. Ciò che vedi non esiste, neppure lo vedi, l'occhio tuo non c'è.

giovedì 21 marzo 2013

D'INVERNO SON INDISCUTIBILE

1 Oh!
2 Bello, eh?
1 Bello?
2 Già, bello.
1 Oh. Cosa faremo di tutte queste cose?
2 Ma quali, dici? Le case, i palazzi? I negozi?
1 Cosa faremo di tutte queste cose?
2 La gente ci vive, ci lavora.
1 Sto male qui.
2 Preferivi stare a casa?
1 No, neppure.
2 Preferisci andare in un luogo più chiuso? Andiamo verso quel vicolo, ti va?
1 No...
2 Rimaniamo.
1 No...
2 Non capisco cosa tu preferisca fare. Torniamo? Andiamo? Stiamo, se ti va.
1 Fare? Non voglio fare. Né andare. Stare? Sì, si può fare. No. Si può perché non è fare, 
   vero?
2 Beh, anche stare è fare qualcosa.
1 Starei comunque, ma non vorrei tutte queste cose.
2 E cosa vorresti?
1 Nulla. Vorrei che non ci fosse nulla.
2 Sai, esci di casa e ti devi aspettare di trovare il mondo, ed il mondo è pieno di cose.
1 Vorrei un luogo vuoto.
2 Non esistono luoghi vuoti. Forse il deserto...
1 Il deserto?
2 Già, il deserto.
1 E cos'è?
2 Una distesa di sabbia.
1 Anche il deserto è allora pieno di cose.
2 Sì, in un certo senso. Anche il deserto.
1 Allora dove si può andare?
2 Non so, non ci sono luoghi vuoti. Anche ciò che è vuoto deve per forza essere una cosa.
1 Vuoto, senza niente.
2 Se tu ci stai non è vuoto per niente.
1 Per niente?
2 Per niente.
1 Nel deserto ci potrà venire anche lei?
   E se togliessimo tutte queste cose, questo posto diventerebbe un deserto?
2 No.
1 E cosa sarebbe?
2 Semplicemente un luogo desolato, senza vita.
1 Allora le cose sono la vita?
2 Nelle cose c'è la vita che la gente ci mette, l'energia che ci riversa quotidianamente.
1 Io non voglio mettere la mia vita dentro alle cose.
2 A volte è persino bello. A volte è soltanto necessario.
1 Vorrei insegnare alla gente che tutte le cose che gli servono, già le possono avere senza  
   fatica.
2 E come?
1 Con il cuore.
2 Di solo cuore non si vive...
1 E' perché è troppo piccolo.
2 E' perché non basta.
1 Allora ce ne vorrebbero due!
2 Due cuori? E una capanna! Vedi? Torniamo sempre alle cose.
1 Basterebbe una capanna per tutti i cuori.
2 Starebbero stretti.
1 Starebbero caldi.
2 La gente ha bisogno di spazio.
1 Anch'io. Per questo sogno un luogo vuoto.
2 Ecco... ancora...
1 Perché non ci sono case nel deserto?
2 Se ci fossero case sarebbe una città, non un deserto.
1 Se io fossi là, nudo?
2 Nessuno avrebbe da ridire.
1 Perché, tu avresti da ridire, vedendomi nudo?
2 Non saprei, forse. Cioè... sicuramente sì.
1 Mentre io vestito, ti vado bene.
2 In genere, sì.
1 Allora io sono io, meno i miei vestiti.
2 Tu sei tu più i tuoi vestiti.
1 Allora il deserto non sarà mai luogo vuoto che mi potrà accogliere, mai lo potremo 
   considerare davvero vuoto, perché sarà sempre, al massimo, vuoto meno me.
2 Di notte si gela, nel deserto.
1 Il buio crea spazi sconfinati.
2 Anche da vestito, però, sei spesso discutibile, ecco.
1 Lo sarei di più se fossi nudo.
2 Sì.
1 Allora, che dici? D'inverno son quasi forse indiscutibile. Assoluto. 

lunedì 11 marzo 2013

Sveglia, Signore.


La scena si svolge in una sontuosa camera da letto. Al centro, il baldacchino, è avvolto da veli preziosi, dai colori cangianti. La porta si schiude ed entra una mezza dozzina di odalische alate poco coperte da un tipo dello stesso mirabile tessuto. Dischiudono le tende, la luce s'insinua, i veli si scostano. Da sotto alle coperte spunta il braccio di qualcuno che si stiracchia. Entra nella camera, a questo punto, un angelo, luminoso quanto l'etichetta gli consente di esserlo di prima mattina. Fa cenno alle odalische alate di uscire e si accosta con aria mesta ed angosciata al letto. E sentiamo la sua voce.

Signore... signore mi dispiace doverla svegliare così...
- Mmmm
- Sa, signore, mio dio, non so come fare a dirglielo...
- Mmmm 
- Abbiamo un problema. Un problema grosso!
- Quale problema? (con voce residua)
Laggiù, sulla terra... l'hanno trovato...
- Chi? 
- Degli uomini...
- Chi hanno trovato!? (con voce seccata)
- Lui...
- Ma lui chi? (con voce tonante residua)
- Lui, signore, il suo cadavere...
- Oh bene... il cadavere di chi, si può sapere? (con pazienza residua)
- Di Satana, signore
- Oh
- Sì, e hanno datato la morte...
- Ah
- Abbastanza precisamente... dicono trentacinquemila anni fa
- Capisco...
- E... ecco, Signore... adesso cosa gli raccontiamo? 
- Non saprei... non ce la caviamo dicendo che era il Diavolo dei Neanderthal?

Poi c'è la variante, da:
- Oh bene... il cadavere di chi, si può sapere? (con pazienza residua)
- Di Gesù Cristo
- Oh
- Sì, perlomeno ne hanno accertato la storicità 
- Ah 
- Per il resto... naturalmente... può essere un problema... 
- Capisco... 
- E... ecco, Signore... adesso cosa gli raccontiamo?
- Addio uova di Pasqua...

martedì 26 febbraio 2013

THE CIRCLE REVIEW


Ebbene sì, c'è anche un mio pezzo nel primo numero della rivista gratuita on-line "The Circle Review".
Diretto da https://twitter.com/arteletteratura
Si chiama Dall'uovo di coniglio. Il mio pezzo.
Ma fortuna vuole che ci troverete tante altre cose... poesie, racconti eccetera.
Insomma, dai, provate. 
E' fiiico.
Assai.
Davvero.
Ecco.
Lo trovate qui:
http://ilcircolodellearti.myblog.it/the-circle-review-rivista-culturale-letteraria-del-ring.html

martedì 19 febbraio 2013

Col vento, ripeto


Da qualche parte saremo

Quanti per sempre ho pronunciato?

Di sana pianta m'invento le mie radici
robusto come una quercia
vecchio come una sequoia
al ballo sembravo un albero di Natale

C'è qualcosa di me fuori di me?

ho buttato rami
verso il sole
mi spingo
leggero

C'è qualcosa di me fuori da ciò che sono ora?

dai giuramenti infranti puoi contare la mia età
Dendrocronologia
e dagli anelli gettati
la schiavitù sfuggita

la mia dura corteccia
brilla di resina al mattino

Mi scuoto tutta notte
febbrilmente per scrollarmela di dosso
da piccolo
giocavo con le farfalle ed ora

quant'immortali sarò stato

ciò ch'è mio è me?

rinuncio alla linea alla freccia alla conseguenza

la luce dei miei occhi
ti cattura
e tu fuori di me
m'appartieni

rinuncio al viaggio

sarà me

Beh, io rinuncio, disse, nottetempo, scendendo dal treno Da qualche parte saremo
Da qualche parte, saremo

Quanto a loro, invisibili dacché altrove, spostati,
presi nell'impegno di varcare un passato
che è la tua casa, tua moglie, il tuo colore preferito, la tua mano forte.
Prendi tutto questo ed usalo come una fionda: un proiettile, cos'altro è, un proiettile.

venerdì 8 febbraio 2013

H - Finale -

Un poliziotto, come quelli dei telefilm americani degli anni '70 - non l'ho mai incontrato, ma lo riconosco, è lui - non me lo sto sognando, è proprio così, con quel cappello - avrà qualcosa da nascondere? - proprio come in televisione il cappello - quando uno è un bel poliziotto è un bel poliziotto - m'è saltato fuori sul tetto si staglia virile contro alle nubi contro 'l cielo - guarda te mi vien da dire, chiami la polizia, si dice sempre, e pensa un po', quella arriva davvero - a gambe larghe piantato giù come una quercia, grida e si agita ma non gli cadono ghiande, grida a me, mi vuole, vuole me oh dio cos'ho io che lui vuole, oh ecco, ci mancava, come se non me l'aspettassi, ecco estrae quella stupida pistola, che stupido ad estrarre quella stupida pistola per puntarla contro di me, contro di me che non ho niente contro di lui, niente per lui, non ho niente per te, mi fermo e voltato verso di lui proprio glielo direi, a braccia aperte mi metto - le mani in alto son pronte  a colpire, le braccia larghe ad abbracciare - glielo faccio vedere, guarda, non ho niente, proprio niente per te, mi dispiace, ripassa, e mi risponde, quello, ma non capisco cosa, è perché non sento, sì, ecco, cioè, no, non sento più, da quando sono sul tetto sento solo vibrazioni e profondi boati di cui non so individuare la provenienza, percepisco il movimento con grande precisione e rapidità mi sento veloce e leggero, una direzione mi chiama, non una destinazione, ma un nuovo concetto, un senso inatteso, non sono né A né B che mi chiamano, ma quella cosa che nasce quando A scopre che da qualche parte è sorto B, guardo quell'uomo testardo e glielo ripeto, senza voce, certo, glielo ripeto, un grido, un canto forse mi esce dalla gola, ma se ne frega, quello, o non capisce o non capisce e se ne frega e questo è il guaio e giunge fino a pochi passi da me e spara, spara in aria, che gli avrà fatto l'aria?spara per spaventarmi, quel folle, ma io, io sono già spaventato, non vedi?e adesso corre, corre pure, adesso, verso di me ed io allora d'istinto mi giro perché vorrei almeno non vederlo, che mi farà piangere così, cosa gli ho fatto, cosa vuole da me?non ho niente per lui, niente per nessuno, non sono niente per te, per nessuno, nessuno per nessuno, niente per niente, niente per nessuno per niente, voglio solo aria, aria, aria, io voglio solo fare da A a B, lo voglio essere, è questo il mio desiderio, senza che nessuno spari in aria per fermarmi, è mio diritto - è il mio dovere - invece, ecco, come una belva, un rapace salta verso di me aggrappandosi al primo mio brandello che gli capita sotto agli artigli, lo tira verso di sé per prendermi tutto, è questa la sua strategia, habbrancato una manica del mio cappotto e questo finisce per facilitare la mia rotazione e denudamento ed in mano gli rimane solo il cappotto - voleva il mio cappotto, invece, forse?beh, eccotelo! 
E mi si scoprono le spalle, le spalle del gobbo di notredame, la gobba del gobbo di nostrasignore, di nostresignore, ma gobba non è e si spiega finalmente non stavo diventando un cammello si spiega tutto le spalle erano ricoperte di piume tutto si spiega le ali si spiegano, due ali grandissime, che meraviglia, però quel pazzo non molla, non si meraviglia, lui, getta il cappotto, il mio cappotto, gliel'avrei lasciato se l'avesse voluto, ma lo getta, non lo vuole, vuol me, proprio me, nient'nessun'altro, allora devo, voglio fare un altro passo lì sul bordo, sul cornicione, e poi, ne voglio fare un altro, ho le ali, devo volare, devo volare perché ho le ali, ed infatti spicco ho spiccato, volo, sto volando santoddio, sto volando io oh voi laggiù formichine diavoli dannati, eccole, eccoli tutti, là sbigottiti in strada, le bocche spalancate in tonde, urlanti vocali e gli occhi pronti al pianto di stupore, di vergogna, meraviglia, piangano, piangano pure, adesso io volo, ho le ali, posso volare, posso volare quindi ho le ali, planare, posso, migrare e tornare a primavera, nello stormo, con lo stormo, tienti il cappotto, terrò la testa sotto alla mia ala calda, piangano, piangano, piangano pure.
Vorrei!
Voglio!
Posso!
Ora gli cago addosso!

venerdì 1 febbraio 2013

.


PERCEPIRE RECEPIRE NON ESISTERE COSCIENZA ASTRAZIONE VISIONE ATTRITO INERZIA QUIETE PENSIERO VITA MORTE MIETITURA DIRITTO SPERANZA NIENTE TUTTO FINITO INFINITO VERITA’ SILENZI OZONO UNIVERSO FINE SONO TUTTE VOCI TUTTI BORBOTTII : TU NON CREDERE TU NON CREDERE LE LACRIME TI SON STATE DONATE PER PIANGERE DISSECCA GUARISCI TU NON CREDERE TU NON CREDERE TU NON CREDERE TU DEVI UBBIDIRE TU DEVI UBBIDIRE TU DEVI UBBIDIRE TU DEVI UBBIDIRE TU DEVI UBBIDIRE OBBEDISCI OBBEDISCI OBBEDISCI OBBEDISCI TUFFATI NELLA VALLE DI LACRIME E RIEMERGI CON UN GROSSO PESCE OBBEDISCI OBBEDISCI OBBEDISCI OBBEDISCI OBBEDISCI COMBATTI COMBATTI COMBATTI ED UCCIDI COMBATTI COMBATTI COMBATTI ED UCCIDI SEI IN DEBITO DI UNA VITA COMBATTI COMBATTI CORRI NON TI FERMARE NON TI FERMARE NON DUBITARE NON ABBOCCARE ALL'AMO VOGLIONO CHE MANGI I VERMI COMBATTI ED UCCIDI PIANGI PURE IL VOTO E' SECRETO DIFENDI LA TUA FAMIGLIA DIFENDI IL TUO PENSIERO IL TUO CREDO CHE E’IL MIO SALVA I CONFINI DIFENDI LA TUA FAMIGLIA NOI TE LI FAREMO PRODURRE NON FERMARTI A PENSARE C'E' CHI PENSA PER TE DIFENDI IL TUO PENSIERO TACI DIFENDI IL TUO PENSIERO IL TUO CREDO TACI IL TUO CREDO CHE E’IL MIO SALVA I CONFINI DIFENDI LA TUA FAMIGLIA DIFENDI IL TUO PENSIERO IL TUO CREDO CHE E’IL MIO SALVA I CONFINI RISPETTA RISPETTA SE TREMI NON RISPETTI TE STESSO RISPETTA RISPETTA RISPETTA SE HAI PAURA DEL LUPO TUTTO IL BOSCO TI CROLLERA' ADDOSSO RISPETTA RISPETTA E FAI GIUSTIZIA SOTTOMETTI E SOTTOMETTITI SOTTOMETTI E SOTTOMETTITI SOTTOMETTI E SOTTOMETTITI DAI LA TUA VITA PER LA VERITA’ DAI LA TUA VITA PER LA VERITA’ DAI LA TUA VITA PER LA VERITA’ CHE E’ UNA ED E’ TUA ED E’MIA CHE E’UNA ED E’TUA ED E’MIA CHE E’UNA ED E’TUA ED E’MIA LA TUA CASA E' CASA MIA RICORDA CHI NON C’E’ A RICORDARTI DI ESSERE STATO RICORDA CHI NON C’E’ A RICORDARTI DI ESSERE STATO RICORDA CHI NON C’E’ A RICORDARTI DI ESSERE STATO PROTEGGI IL TUO PAESE PROTEGGI LA TUA CASA PROTEGGI IL TUO PAESE PROTEGGI LA TUA CASA PROTEGGI IL TUO PAESE PROTEGGI LA TUA CASA OMOLOGA OMOLOGA OMOLOGA OMOLOGA CLASSIFICA CLASSIFICA CLASSIFICA CLASSIFICA CLASSIFICA ASSUMITI LE TUE RESPOSABILITA' CHE SONO MIE E SONO TUE E DI TUTTI CIO’ CHE E’ DI UNO E’DI TUTTI CIO’CHE E’DI UNO E’ DI TUTTI CIO’CHE E’DI UNO E’DI TUTTI CIO’CHE E’DI UNO E’DI TUTTI ED E' MIO E’DI TUTTI L’ANIMA CHE DI ANIMA CE N’E’ UNA E’DI TUTTI L’ANIMA CHE DI ANIMA CE N’E’ UNA E’DI TUTTI L’ANIMA CHE DI ANIMA CE N’E’UNA I CUORI BATTONO ALL’UNISONO I CUORI BATTONO ALL’UNISONO I CUORI BATTONO ALL’UNISONO OBBEDISCI OBBIDISCI UBBEDISCI UBBIDISCI OBEY OBEY OBEY OBEY RISOLVI UCCIDI.