giovedì 10 gennaio 2013

H -26-

Prima di aprire la finestra, ho guardato, seminascosto, giù di sotto e ho visto la strada che io percorrevo quand'ero felice e non sapevo cosa fosse la felicità, l'ho saputo solo scontrandomi con l'infelicità e questa è una cosa proprio triste e osservo la faccia di quelli che passano laggiù, e nessuna di quelle facce è la mia faccia, son tutte persone che non hanno conosciuto l'infelicità e non sanno cosa si stanno perdendo e allora un po' per salvarli, un po' per dannarli, li guardo da quassù, fissandoli, nella speranza che mi vedano, si sconcertino, gli capiti ciò che è capitato a me quando stavo la come loro, protetto da un'illusoria cupola d'invisibilità, e che poi finalmente vaghino liberi nel mondo a comprar cappelli, a cercare qualcosa di bello per coprire la loro nuova scintillante gobba, a murar vivi sottovicedirettori d'ufficio e i più fortunati a murar vivi direttori addirittura.

Del final di corridoio arrivo in dirittura.

Mi volto: la sala è vuota, deserta. Niente di niente. Nemmeno polvere. Un nulla molto curato. Solo muri. Buchi nei muri, finestre. Nelle altre stanze il medesimo, confortante, vuoto e silenzioso ordine. Dov'è la polvere? Nessun'ombra di lei, né di nessun altro. Nessun odore di donna. O di uomo. Non orme. Non impronte. Non insetti. Mi stupisco che questo sia davvero un luogo. Solo un contenitore. E la mia ombra. Polveroso, il mio corpo. Goffo, mostruoso corpo. Ombra riecheggiante nel nulla. Miserrimo contenuto.

Una cosa... solo una cosa in tutto questo enorme appartamento... quest'abitazione senz'abitanti: questa cosa è un quadro. Un quadro, affisso ad una parete, qui, in questa che sembrerebbe una camera da letto senza letto, un quadro ed un chiodo, un chiodo ed una cornice ed i muri e le porte e le finestre e, soprattutto, quella finestra è quanto davvero importa sia contenuto in quest'oggetto che non è neppure una scatola, finché vuota, e che dovrebbe ospitare persone e proteggerle dal caldo, dal freddo e dal mondo ma no, non contiene nulla. Il quadro l'ha dipinto lei, la donna che stava con me in A, lo riconosco. Riconosco la sua mano, i suoi pensieri. Quella donna che stava con me in A ed è poi è sparita, lasciando vuota quella casa e forse ciò che pensavo sul fatto che le due donne fossero una non era del tutto sbagliata, da che, com'è sparita quella, pure questa l'ha raggiunta nello stesso nulla, ed ecco io credo che se tornassi di corsa ad A non troverei altro che i muri ed i pavimenti, gli infissi, l'intonaco e null'altro se non un quadro, un chiodo ed una cornice. Chissà dove è stato gettato il martello! Ma il quadro, ecco il quadro, io lo voglio descrivere, perché potrebbe aiutarmi a capire quale strano significato può avere questa strana pittura, questa tela delirante: una riga orizzontale taglia il rettangolo della visuale. Dal centro verso l'alto, radici. Dal centro verso il basso un albero di rami spogli. A una radice è appeso un impiccato, i piedi tendono verso il centro. Ad un ramo è appeso un impiccato, i piedi tendono verso il centro.Se la linea orizzontale non fosse una barriera, ma solo una fragile linea ideale, facile da sfondare con il peso del proprio morto o morente corpo, l'uomo appeso ai rami, se si tagliasse la corda, sprofonderebbe fino al centro della terra. Ma l'uomo appeso alle radici, livero dal cappio, volerebbe fino al cielo.

2 commenti: