giovedì 19 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 1/2

Son passati vent'anni, ormai, da che il figlio è morto, e lui non vuole più soffrire, ma la moglie non è d'accordo. Così lui intreccia le dita delle mani dietro alla schiena e come suo solito s'incammina
len-ta-men-te
len-ta-men-te
len-ta-men-te
pochi passi e s'arresta per scrutare all'orizzonte un punto lontano, altri passi ed ancora si ferma, ecco, un'altra volta, lo vedete?immobile a fissare un indefinibile punto
lontano
lontano
lon-ta-no.
Si porta due dita sotto agli occhiali e si stropiccia le palpebre, stanche di prestarsi al gioco di occhi che ormai non fanno altro che recitare una parte. Intreccia ancora le mani dietro alla schiena, annuisce e riprende il cammino, lentamente.
Son tutte cose che - più o meno coscientemente – pensa d'essere costretto a fare per dimostrare agli Altri, quel gruppo di persone che si pone a mezza distanza da lui, in un cerchio ombroso da cui intuisce d'essere costantemente assediato, quelli che vorrebbero sapere ma non osano chiedere, far sapere a costoro che potrebbero immaginare che il dolore l'abbia sconfitto, schiacciato, annichilito per sempre che invece egli cammina e va, cammina e va, e osserva, s'interessa, si stropiccia. No, non credano neppure che sia però riuscito a prosciugare l'inesauribile fonte del suo dolore: lui lo porta sulle spalle, nelle tasche, sotto al paltò, al cappello... non vedete come cammina lentamente? Quant'è grave il suo passo, e solenne, ora il destro, ora il sinistro? Eppure, vedete, cammina e va, osserva, s'interessa. Si stropiccia gli occhi.
Quegli occhi
che non
vedono più.
Ed annuisce, sì. Ma non come lo fa chi vuol dire d'essere d'accordo con qualcosa o qualcuno, ma come chi mostra d'aver capito. Di ricordarsi la lezione. Che sa esattamente dove ha sbagliato, ma ormai.
Giunge di solito a quest'ora nei pressi dell'incrocio che dà sulla piazza del comune, siede su di una panchina dopo averla distrattamente spolverata e piega la testa di lato, così, impercettibilmente, ed aspetta. Dopo pochi minuti, istanti, talvolta, risuonano bronzei i rintocchi dal campanile che lo scuotono e lo invitano a rialzarsi, e lui esegue benché apparentemente controvoglia, e poi si volta e torna sui suoi passi, verso casa dove la moglie l'attende per il pranzo.
Mangiare
è
necessario.
Il tavolo, apparecchiato, è mezzo vuoto: la figlia maggiore, sposata, vive, vive altrove, dispone cibo e piatti su di un altro tavolo, serve il cibo al marito e ad altre due persone, persone che prima non c'erano e che all'improvviso, un bel giorno, son sbucate fuori da lei: un maschio ed una femmina, ed il maschio, lei, senza paura o esitazione, nonostante la silenziosa, spesso, ferma opposizione incontrata negli sguardi dei famigliari e degli Altri, l'ha voluto chiamare con il nome del fratello, con il nome di Lui.
Con il suo
nome,
perché?
Per molto tempo rimangono le posate sospese a mezz'aria davanti agli sguardi dei due commensali, che recitano la loro muta, quotidiana preghiera di ringraziamento: non sono certo persone che diano per scontato il cibo. La moglie fissa lo sguardo sulla bocca di lui ed osserva il boccone sparire ungendone le labbra, sporcandone i denti ed infine producendo quel suono così spiacevole. Persino, poi, crede di intercettarlo con la coda dell'occhio mentre scivola giù nella gola, vede gonfiarsi quel collo e sgonfiarsi quel collo.
Gonfiarsi e
sgonfiarsi
gonfiarsi e sgonfiarsi.
Quella volta che Lui venne a tavola con quel buffo cappello in testa.
Ecco, ora non ha più fame e posa la forchetta, senza però lasciarne la presa, come a dire: respiro un attimo e poi mangio ancora, far credere che sia solo una pausa e non un arresto: ho ancora la posata in mano, non ho finito, è soltanto una pausa, non un arresto, e nel frattempo appoggia la vista in mezzo agli occhi della moglie e non gli riesce d'evitare di pensare a quando lei durante la veglia funebre gli sussurrò preferirei mangiarlo, lo vorrei mangiare invece di seppellirlo, e cerca ancora di capire guardando quella testa se davvero da lì uscirono quelle parole e fece finta, lui, di non averle sentite o se le sognò soltanto.
S'alzò da tavola, Lui e disse Ciao, torno fra poco ed uscì e se ne andò. Uscì, se ne andò. Ciao.
Lei guarda un punto del viso del marito e pensa quando alla veglia funebre disse E' ancora lui, non lo voglio seppellire, mangiamolo, mangiamolo! e cerca di capire guardando a quella testa se davverò lì entrarono quelle parole e lui fece finta di non averle sentite, o se lei soltanto si sognò d'averle dette.
Parole che entrarono
ed uscirono.
Gonfiarono e sgonfiarono.
Se sono state dette, se sono state sentite, come è possibile, pensano entrambi, che non sia visibile un segno chiaro di tutto questo sui nostri volti, in che modo impercettibile sono essi cambiati per sempre? Gli Altri, guardandoci, capiranno? Se pure lui le ha intese, non può aver capito. Non sa che se hai portato una cosa dentro prima che fosse davvero qualcuno, ti strapperesti il cuore dal petto pur di riaverla dentro di te ancora, ora che è tornata ad essere una cosa.
Lei raccoglie i piatti e li posa nel lavandino. Scorre l'acqua e si osserva le mani livide e ricorda di quel giorno in cui fu costretta a gettare i suoi vecchi guanti, logori da vergognarsi. Vergogna degli Altri, sia mai che pensino: Soffre tanto che non s'accorge neppure in che stato pietoso son quei suoi poveri guanti. Si dimenticò di comprarne degli altri e all'indomani, con quel gelo eccezionale fu costretta ad uscire a mani nude. C'erano, i guanti di Lui, ma lei non li usò.
Suo marito ha avuto per un certo periodo le nocche della mano destra screpolate, abrase. Prima di dormire aveva preso l'abitudine, a letto, d'accarezzare la parete che divide la loro camera da letto da quella di Lui. Poi incominciò a farlo con il dorso della mano, chissà il perché, poi, ancora, a battere: bussare lievemente, poi sempre più forte, contro a quella divisoria bianca, così forte, alla fine, che lei, ad una ventina di centimetri aldisopra del materasso, su quel muro, può distinguere i segni, toccare quelle cavità con la punta delle dita e contare le nocche della mano del marito inscritte nell'intonaco.
Mille e mille
sono i gravi

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