venerdì 16 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -6-

Passò, dunque, del tempo: il fiume delle ore scavò il suo solito, antico corso. Al signor Ladnock vennero offerti giorni tranquilli e giorni tristi, ma per lo più, semplicemente, giorni, come sempre. Non c'era mai modo, però, di dimenticarsi di quei fiori, ed ogni volta che apparivano davanti ai suoi occhi trasognati o ondeggiavano leggeri tra i suoi pensieri, provava un'acutissima stretta al cuore, sentiva che un oceano di buio lo stava sommergendo e che la luce si frangeva in mille inutili frammenti sul fondale. Ora cercava di non fermarsi più davanti a quel balcone, anzi, accelerava il passo, chinava il capo, entrando e uscendo da casa.
Ci fu bello e cattivo tempo, ci fu caldo, e sole, e siccità, poi ingiallirono le foglie, poi caddero. Venne una notte in cui tirò un forte vento. Le finestre, le porte lasciate aperte di tutto lo stabile sbatterono come schioppettate, tutte in fila, come una breve, letale raffica di mitra. Danzarono i cancelli sui loro cardini, ululando come lupi. Un vento caldo, secco, tesissimo aveva sorpreso la quieta notte di tutti, a Juron. Ma Ladnock s'addormentò senza troppa fatica, anche l'insonnia, ormai, l'aveva annoiato. Nel bel mezzo di quel sonno, sognò la signora Kontiki. Gli parlava da una terrazza altissima, posta al culmine d'una torre. Grazie al vento, così, almeno, gli parve, la sua voce poteva giungere chiara e netta al suo orecchio, senza bisogno che lei alzasse il suo tono, proprio come se l'avesse avuta lì accanto, e queste furono le parole che udì:
I miei pensieri, i miei intimi dolori, i miei sentimenti, tutto ciò è dentro di me, per sempre, è tutto mio. Non potrai averlo.
“No, no,” rispose il signor Ladnock, che guardava verso la cima della torre col cappello fra le mani, “non li voglio, non mi permetterei mai di toglierle qualcosa del genere.”
Ma il mio viso, il mio modo di camminare e di muovere il mio corpo nello spazio comune fra me e te, le mie parole, le mie lacrime, il colore dei miei occhi sono miei e tuoi.
“Grazie, signora, sono tutte cose molto belle, belle davvero, nessuno potrebbe negarlo.”
Gli oggetti che stanno in casa mia, sono miei. Non puoi averli.
“Oh, signora, no di certo, ci mancherebbe, sa bene, spero, che non mi permetterei neppure di desiderarli.”
Ma la porta l'hai accarezzata.
“Sì, signora, l'ho fatto così, d'impulso, senza pensarci, voleva essere un gesto innocente, una specie di saluto.”
La porta di casa mia è mia e tua.
“Certo, è giusto, signora, è vero.”
I sogni che faccio, sono solo miei, ma anche tuoi sono i miei capelli.
E detto questo, sciolse una lunghissima treccia, che arrivò addirittura fino a terra.
“Oh, santo cielo, signora, sono davvero una meraviglia. Non avrei mai pensato... o meglio, mai avrei pensato, fino a questo punto, voglio dire...”
Non credere, non voglio che tu scali la torre, sei troppo vecchio. Troppo vecchio. Vorrei solo che tu capissi. Che tu capissi.
“Cercherò, ci sto provando.”
E mentre lui diceva queste poche parole, lei, zac!con un colpo secco di forbice si tagliò quella treccia, che a lungo, a lungo, a lungo Ladnock osservò precipitare fino ad accumularsi ai piedi di quella torre, davanti a lui.
Vorrei che li seppellissi, ora, caro Ladnock.
E subito lui si mise all'opera, ed in sogno gli fu facilissimo scavare una buca profonda e calare giù quella massa di capelli, e ricoprirla.
Proprio allora incominciò a cadere una leggera, gradevolissima pioggerella e prestissimo, da quella terra che lui aveva appena ricoperto, crebbero in un istante degli arbusti, e poi, dopo una piccola, breve, silenziosa pausa, uno schianto di tuono fece tremare la torre e Ladnock, che si ritrovò prodigiosamente immerso in una fittissima foresta. Sentì allora l'insistente cinguettio di molti uccelli, e questo lo risvegliò.

Confuso, quasi frastornato, si trascinò fuori di casa con l'idea di stare un poco al parco, dove avrebbe potuto prolungare l'ascolto di quella dolcissima melodia, e dove stavolta gli uccellini l'avrebbero cullato fino a farlo riaddormentare, invece di dargli la sveglia, come all'alba, ed in questo nuovo sonno si prefigurava qualcosa di rivelatore sul significato del sogno della notte precedente. Dopo molti giorni passati senza che l'avesse mai fatto, quel mattino si soffermò davanti al balcone della signora Kontiki, perché qualcosa aveva attirato la sua attenzione: forse a causa di tutto quel vento soffiato durante la notte passata, alcuni fiori avevano piegato il loro capo e sporgevano ora all'esterno della ringhiera. Il signor Ladnock si tolse il cappello, esibì un cordiale cenno di saluto con la testa, e pensoso, s'incamminò, in cerca del canto degli uccelli.

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