venerdì 24 luglio 2015

UN PEZZO DI CIELO DENTRO DI ME

Marcio, io, imperituro, sì. Marcio incontro alla mia precisa ferma destinazione, la meta stabilita, il luogo segnato sulla mappa del tempo che io sono che ho ch'è in me. Magnetico, necessario, quel posto m'attrae, con l'arte del gorgo poi, mi disorienta e risucchia.
Imperturbabile, io, sì, ma non tanto da trascurare, che, impercettibile, sì, ma non tanto da evadere il mio sentire, una goccia cadendo si frange, nello schianto s'infrange sulle mie ciglia e figlia quattro più piccole gocce che, percettibilmente si distribuiscono e giacciono sul mio zigomo, la mia guancia, il mio labbro. D'istinto, senza vera necessità, senza sete, tanto per fare, lo giuro, lecco quella goccia dal mio labbro e l'introduco nella bocca che l'accoglie già di per sé umida e a tutto questo indifferente. Dallo zigomo puntuto e sdrucciolo se ne distacca volando via un'altra, sorpresa da quel teso vento che nella fattispecie io sono, e si disperde, e atterra dove, io non so. Dalla guancia invece non si muovono, restano, s'asciugano, penetrano in me. Anche loro hanno un origine, un dovere, una destinazione precisa, un luogo, mille mille mille ne hanno avuti, tornano e ripartono da qui e chissadove, ed ora ultimo di quella serie, quel luogo, io sono.
Imperturbabile marcio ed una scheggia di cielo entra dentro di me.
Accidenti degli elementi.
Eccola, lassù, eccola nel grigiazzurro cielo, perturbata, la nuvola, l'astronave madre, che scorgo, controllo e sorveglio con la testa vigile dell'occhio; di più, altro, non voglio: alzare il capo, così che lei sappia di me, sbilanciando inoltre il mio lanciato passo, distraendo la mia imperitura marcia è troppo, è esagerato donare. Indifferent'ordunque m'allungo verso il luogo che so, scosso da fremiti d'impazienza urbanamente mitigati. Temo, e timore s'usa d'obbligo quand'udiamo cose che non credevamo udibili, temo di sentire la nuvola richiamare i suoi dispersi figli. Riecheggiano attorno, dentro, i nomi di quei discendenti di celeste stirpe, nomi formati da suoni indicibili, inspiegabili. Son dentro di me, ora, madre, non mancherò di restituirteli, non temere, ci sarà tempo e modo e luogo, e soprattutto, luogo.
Or che son consapevole d'aver frammenti di cielo dentro di me, il mio passo s'alleggerisce e sgrava, non più m'inerpico ansimante d'ansa in ansa su per gl'intricati erti vicoli, ma sorvolo, ora, le strade luride e retto, sfreccio veloce e netto.
Ancora, ancora, ancora salgo, m'innalzo, ancora, verso di te, a te, da te giungo, dunque, rimbalzando sulla tua schiena come il liscio sasso sul piatto dorso dello stagno, del fiume quieto, e quando cessato sarà il mio slancio, rendendoti i figli precipiterò nel raggiante tuo luminoso grembo.
Numinoso grembo.
Lumi e numi.

Ed ecco che mi porti attraverso nuovi solchi del cielo mutando perennemente il tuo aspetto, ti sfili e ricompatti, ti prendi gioco del vento che vorrebbe sollevarti le sottane ed assumi forme che quei di laggiù pensan di riconoscere e battezzano con nomi formati da suoni indicibili, inspiegabili. Stanca, sei, annoiata, ora, di questo vecchio gioco ed ecco che ti sciogli in pioggia e cadendo, io, ritorno, alla terra, e sul fondo dello stagno, dove riposo, il fondo del fiume quieto ansa dopo ansa, dormo e sogno, il fondo è, era il mio luogo, giaccio e ricordo che un piccolo pezzo di cielo prese casa dentro di me, un bel dì, marciando.

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