venerdì 23 ottobre 2015

FAVULA 2/2

La prima parte qui: 

Passarono poi molte altre cose. Notò che gli oggetti, gli animali, le facce di persone che non conosceva, che non avevano mai fatto parte del suo passato, andavano oltre, mentre quelle che erano state presenti nella sua vita si univano alla sua nuvola, che Ormai, si disse ridendo, chissà che forma avrà preso! Fu il turno di una nuvola a forma di gatto, un gatto qualsiasi, sulle prime, credette... invece, avvicinandosi, lo riconobbe: era il suo gatto. E poi fu il momento d'un cane... del suo cane. Sulle prime si commosse, perché si rese conto che non ricordava più quanto gli volesse bene, sentì il suo cuore riempirsi e quando le loro nuvole s'unirono alla sua si fece delle grandi risate. Appena il tempo di riaversi da queste emozioni che ecco che davanti a lui si presentano due nuvole, in tutto e per tutto uguali a mamma e papà che gli vengono incontro. Non ricordava più quanto gli mancassero e sentì un gran peso sullo stomaco. Allungò le braccia quanto poté per cercare di toccarli, di stringerli, ma quelli, fusi insieme, lo sfiorarono lungo tutto il corpo, facendo avanti e indietro su di lui e provocandogli un tale solletico che non riusciva proprio in alcun modo a smettere di ridere, ed infine lo attraversarono finendo anch'esse per fondersi con la nuvola che inizialmente era a forma di conchiglia e che ora, Chissà se a forza d'unirsi con le altre è diventata più grande o ha cambiato forma, chissà a cosa assomiglia ora. La visione dei suoi animali e dei suoi genitori gli lasciò una gran pena. L'inferno, pensò, è quando ritrovi qualcosa che non ricordavi più d'amare così tanto e subito te lo tolgono. Quest'idea d'inferno in paradiso, di colpa da espiare, una colpa che non riusciva a ricordare, gravava così tanto, nell'animo suo, che sentì di star sprofondando, credette d'essere diventato improvvisamente troppo pesante per poter ancora a lungo occupare stabilmente la propria posizione, ed infatti, piano-piano, scendeva sempre più giù nel cuore della nuvola. Provò ad aggrapparsi con tutte le sue forze, ma più si sforzava e più velocemente discendeva. Venne risucchiato fin nel profondo della nuvola, cercò di nuotare, di stare a galla, perché temeva che una volta che l'avesse attraversata tutta sarebbe poi precipitato al suolo, laggiù, dove proprio non avrebbe voluto tornare. Invece, quando tutto gli sembrava perduto, non sentì più la nuvola intorno a lui e capì d'esser lui stesso diventato la nuvola, ed Ecco, pensò, ecco a cosa assomiglia ora la nuvola. Quella nel frattempo aveva preso la sua forma, in tutto e per tutto, era diventata lui, e lui era diventato la nuvola. Rise. Rise moltissimo, sospirò e si fece condurre dal vento attraverso il cielo.
Terminata la spinta che l'aveva sbandierato qua e là nell'azzurro, s'accorse di poter tranquillamente camminare sospeso nel cielo, nello stesso modo che fosse stato in terra. Notò addirittura che tutte le nuvole intorno a lui andavano assumendo l'aspetto dei palazzi, delle strade, dei negozi della sua città. Allora gli crebbe dentro una specie d'ansia, gli venne in mente, chissà perché, d'essersi gingillato troppo a lungo, pensò di dover correre, Così in cielo così in terra, di essere già largamente in ritardo per il lavoro. Giunse così tutto trafelato al suo ufficio, al secondo piano d'un palazzo tale e quale a quello lasciato laggiù sulla terra, ma tutto fatto di nuvole che replicavano ogni più piccolo dettaglio. Guardò l'orologio alla parete: le lancette, esili fili di fumo, denunciavano senz'alcun dubbio il suo grave ritardo. Allora riprese a correre per raggiungere la scrivania del capoufficio, per porgergli le proprie scuse, per giustificarsi, già pensava di dirgli Mi perdoni, sa, capisco la mia mancanza, ma non m'era mai capitata prima questa strana cosa dell'aggirarmi in cielo e certamente devo aver perso la nozione del tempo, un po' come sarebbe successo ad una nuvola grigiastra che non sa se deve piovere o no e a che ora, sicuro che il capoufficio avrebbe replicato qualcosa d'acido ed amaro insieme tipo Per questo esistono barometri ed orologi, soprattutto per quelli come lei. Le lancette dell'orologio a muro nel frattempo s'erano dissolte ed erano sfrecciate davanti a lui, precedendolo, e s'erano installate sulla facciona del capoufficio, dove egregiamente ne interpretavano la parte dei mustacchi. Quando finalmente anche lui fu giunto di fronte a quest'indiscussa autorità gli sembrò che la testa del superiore ticchettasse come una bomba ad orologeria e s'intimorì un poco... stava comunque per enunciare la sua già mentalmente disinnescata giustificazione quando s'inceppò di colpo ed incominciò imperdonabilmente a ridere, a ridere a crepapelle, al punto che si dovette sostenere allo schienale di una sedia per non cadere come un sacco vuoto. Ed il capoufficio, che lo osservava con estranea serietà, incominciò anche lui a ridere, dapprima sommessamente e poi come saltellando sulla sedia, ma sempre a denti stretti, e sembrava che ridesse di sé, ed era, il suo, un riso amaro, colpevole. Rise così tanto da piegarsi in due, poi scivolò sotto alla scrivania e da lì sfumò, svaporò, svanì. Ed allo stesso modo, anche se più lentamente, sparirono anche quell'ufficio e l'intero palazzo e lui, gentilmente planando si ritrovò nuovamente in strada.
Riprese, lentamente, fiato: quell'ultimo accesso di risa l'aveva davvero sfinito. E poi... e poi provava un gran senso di colpa. Sentiva come se qualcuno, seduto sul suo stomaco, gli stringesse le mani intorno alla gola. Perché questo senso brutto, ora? Cos'aveva poi fatto per meritarsi quest'improvviso rimorso? Che forse erano svaniti per colpa sua, capoufficio, ufficio e palazzo? In fondo alla via che gli si era aperta in seguito all'evaporazione di quel mezzo isolato, poté scorgere la sua chiesa, la chiesa dove partecipava sempre ai riti e dove andava a confessarsi, e credette che sarebbe stata una buona cosa, a quel punto, approfittare di quel sacramento, togliersi quella zavorra di dosso. Il sacerdote era così buono, poi, così comprensivo: l'avrebbe senz'altro assolto e le sue sagge parole l'avrebbero molto elevato. Entrato in quell'enorme nuvola a forma di chiesa cercò subito con lo sguardo una nuvoletta più piccola che fosse a forma di confessionale. Era dove l'aveva sempre trovato, e capì subito che all'interno già l'aspettava il prete, perché sentì il suo tipico tossicchiare. Si mise in ginocchio di fronte al confessore e fra di loro stava una fitta grata tutta composta di sottilissimi fili di fumo. Non s'era preparato, stavolta, un gran discorso e non avrebbe saputo davvero da dove incominciare. Semplicemente ritenne che sarebbe stato meglio raccontare tutto, fin dall'inizio al sacerdote e poi il succo della storia sarebbe venuto fuori. Colpe, pensò, ce n'erano, a partire dal ritardo, per continuare con quella sua così poco urbana, nuova abitudine di ridere in faccia alla gente, senza contare il fatto che aveva fatto svanire un intero stabile con tutta la gente dentro, Insomma, pensò, con tutta questa roba che porto sulle spalle non crederà certo che io sia venuto qui a fargli perdere tempo, cosa tra l'altro che sarebbe di per sé un peccato che, comunque, si potrebbe confessare istantaneamente. E se se ne venisse assolti forse si stabilirebbe un record tra il tempo del peccato e dell'assoluzione. Certo, però, pensò ancora, se m'alleggerisce delle colpe e se m'eleva con le sagge parole, da dentro una nuvola dove già sono, finirò direttamente al settimo cielo! Questa considerazione lo fece ridere così tanto che, per quanto tentasse di trattenersi, cadde con la faccia in avanti ed incominciò a rotolarsi tra i banchi della navata centrale. Il prete, che nel frattempo aveva fatto capolino con la testa per controllare quello che stava succedendo, era lì-lì per scagliare una tremenda penitenza quando all'improvviso s'arrestò, le sue spalle sussultarono istericamente e prese a ridere d'un riso osceno, cattivo. Poi cadde in ginocchio, poggiò la fronte a terra e sempre ridendo si fece piccolo-piccolo, fino a sparire nel cielo come uno sbuffo d'incenso, lui e poi tutta la chiesa che l'ospitava. E per il nostro eroe che nel frattempo s'era ritrovato in una vuota piazza fu in seguito sempre così, ovunque andasse: all'ufficio postale, a far la spesa, a bere un caffè al bar. Ad un certo punto, che ci fosse o no un motivo, si metteva a ridere e presto o tardi svaniva tutto. Credette che a forza di far sparire l'equivalente in nuvolaglia del mondo che aveva lasciato, ugualmente sulla terra tutto stava di certo lentamente dissolvendosi, guardò allora giù, era da molto che non ricordava più di farlo. Vide le indifferenti moltitudini di persone che andavano avanti e indietro e pensò a quanto fosse noioso, laggiù, tutto, noioso ed inutile. Ciò che salvava quella gente era che a forza di fare avanti e indietro, si dimenticava della noia, ed il loro cielo era sempre blu, piatto. Ci si dimenticava anche delle nuvole, laggiù, e se mancavano, nessuno le rimpiangeva. E a quell'idea rise, rise ancora, follemente, e s'accorse che le proprie risate rimbombavano sonore come tuoni ed arrivavano fino alla superficie: le persone si schermavano gli occhi e guardavano in su, attonite e perplesse. E avrebbe voluto ridere ancora a lungo, ma sentiva di non potercela proprio fare più. Rialzando lo sguardo s'avvide di trovarsi di fronte ad una nuvola gigantesca, maestosa, dalla forma d'albero, la cui chioma pareva sterminata. Una voce sottile stormì tra le fronde: Vivrai un giorno, qui. Ed allora il mondo che lasci, lo sognerai. Dal buio alla luce, dalle profondità al cielo. Piano-piano, un poco per volta. Così, disse. E sembrava che stesse per aggiungere dell'altro, ma fu colpito da un irrefrenabile attacco di risa, che lo scosse a tal punto da fargli perdere innumerevoli foglie, che volavano via come minuscole nuvolette. E lui rise, anche lui, sì, ma d'un riso disperato, colpevole, che lo piegò su se stesso. Vide intorno a sé le altre nuvole piangere... piovere. Senti il proprio viso bagnato e capì che stava succedendo anche a lui. Non voleva vedere le nuvole sciogliersi in pioggia, così, con violenza, chiuse gli occhi, con le mani si schermò lo sguardo ed in uno scroscio svanì.
Aprì gli occhi ed osservò a lungo il bianco soffitto che piatto ed immobile sovrastava il suo letto. Sentì all'improvviso l'intero peso del tempo gravargli su tutto il corpo, volle alzarsi. Pensò che il problema non fosse alzarsi, ma volerlo fare. Volere, era sbagliato. Dipinse cinque strisce rosse sul suo muro nel punto in cui erano apparse la sera prima. Ma prima d'uscire, per andare al lavoro, risistemò la sedia così com'era sempre stata prima che la sera innanzi, precipitosamente slanciandosi verso alla finestra, urtandola, la scostasse.
Uscì e rientrò pochi istanti dopo, come qualcuno che abbia dimenticato qualcosa: corse alla finestra, abbassò per bene la tapparella, e tornò fuori.


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