mercoledì 20 settembre 2017

NASCERE

Dentro. Ancora: Sì.
Fuori, ancora.
Attraverso la finestra. Nel cieeelo!
Sul vetro ballo.
Più lontano. Più vicino.
Al cristallo,
cristallino.
Occhio!
Già:No.

E sì che come si può ben notare – evidentemente – son tutto nuca.
Inventati una scusa, dai. Rimani a casa.
Avevo due fronti. Perciò ero così combattuto.
Io invece come su di un filo su un filo su d'un filo sto.
Avessi combattuto su d'un solo fronte, la vittoria non mi sarebbe sfuggita.
Ma io? Che son tutto nuca?
Ritirata!
Ritirato.
I muri mi stringono, il soffitto mi trattiene.

Io che gli occhi li ho smarriti tra la parte di dietro e quella posteriore del cranio o o.
Io che parlo di dentro, io che sento il mio eco nella pancia.
Io che osservo i miei pensieri notte e notte, notte dopo notte.
Io che raccolgo le mie poche forze per chiudermi dentro di me.
Io che sfondo la soglia e la rifiuto. No non gliela voglio dare vinta.

Voi? Voi. Oh, di voi è pieno tutto, il mondo è pieno.
Che noia, voi!
Vi guardate l'un l'altro, vi riconoscete l'un altro.
Passa, uno, vi guarda in faccia, dall'altra parte della strada, magari.
E vi chiama. Vi chiama col nome assegnatoVi.
Vi chiama per quel nome e voi ricordate tutto. Pensate d'aggirarvi a caso a tentoni alla cieca. Sentite il nome e raddrizzate tutto.
La coda il pelo il timone.
C'è sempre, qualcuno, dall'altra parte della strada, magari.
Magari, la strada.
Magari. Magari. Mi piace usarla come parola bifronte.
Forza della volontà.
La grido, dentro di me: Magari!
Magari, magari, dico.
Odo.
E poi magari, e che significa magari?
Mammam papap zioiz
magari, magari, magari.
Neppure, invece, odo.
Ha due fronti, non è bifronte: è palindromo.

Voi. È pieno di voi, il mondo.
Cosmopoliti.
Qua, io, che son tutto nuca, guardo, mi rigiro e sto.
E mi ricordo, e so benissimo d'aver dimenticato tutto, d'aver gettato tutto, nel pozzo lungo quanto il mondo, nel pozzop nel quale sto, nel quale stop, che son purtroppo infinitamente, questo pozzo, io.

S'alza un vento, se si può dire.
Stormir di pensieri nello stomaco.
Traffegato effegato.
Affogar si deve. Si può: si può!
Ora fuori, fuori tutto, se si può.
Oh, se si può: io che son tutto culo.

E risponde, quello, perché quello ha un nome, e dentro, anche, è tutto nomi, ed ogni cosa è fatta di parti che hanno un nome e se c'è qualcosa, da qualche parte, che non ha nome è perché ancora nessuno sa che c'è, lì. E allora prendi, rompi, spezza, e brucia e cercalo, fra la cenere, nella cenere, di cenere, cerca e troverai, magari, ed ora, ora che lo puoi tenere in mano, resisti alla tentazione di battezzarlo, per un attimo, perché, sappi, da lì, attraverso quella cosa potrai forse finalmente uscire. Se vorrai.

Percorri tutto il perimetro, tutta la cinta muraria. Chiama per nome ogni mattone, ogni incrocio che i fili della rete metallica fanno creano incontrandosi, chiama per nome ogni pietra, poi, all'improvviso, ecco, una piccola assenza, un vuoto, un oblio di materia, una breccia – per dio – la guardi e dici: e questo che cos'è – che nome ha?

Avrò fame. Mi mangerò.
Vorrò uscire. Far due passi:
digerirò.

Avevo, io, ovunque occhi. Tutto entrava.
Ma, si sa... troppa, troppa luce...
e mi son chiuso come un fiore appassito.

Ho perduto un sole, stamattina.
Una stella, ed una guerra.
La mia terra reclamava
tenebra ed ombra.
Sì, voi, la fuori, magari perdonatemi.
Perdonate le mie nubi.
Ed ora, tu, tu per chi splendi, in cielo,
orribile luna?

Un'isola senza finestre.

Spingi e spingi sgomita e scalcia ed ecco il guscio che si rompe. Una fessura piccola, all'inizio, uno spiffero direi. Poi vien giù tutto, sembrava chissacché, questo coso, lo dicevan baluardo, difesa estrema, ed ecco che si spacca in mille pezzi.
Esci e ti guardi indietro – per un momento – e lo vedi vuoto, e non capisci: Che cosa avrà voluto proteggere?

L'isola del tesoro ed il tesoro eri tu.
Mi dovrei rubare,
mi dovrei rapire, sì,
fa freddo, fuori.

Che cosa voleva proteggere, dunque?
Comunque vai, prendi e vai, fuori, in un mondo.
Non hai ancora fatto un passo che scropri che quelli che t'han preceduto già t'han provvisto d'un contenitore nuovo, di una scatola in cui pienamente ordinatamente poter stare.
Oh no, altresì non si può però negare: non le san proprio più fare come una volta, quando si lavorava durante la mezza stagione in quel che era tuttamenacampagna: ora a queste scatole capita magari piuttosto spesso che manchi un pezzo di parete un pezzo bello grosso e loro per far finta che l'han fatto apposta, ch'era tutto previsto, invece di murarlo, quest'orrido enorme, lo coprono con un vetro. Vorrebbero convincerti d'averlo fatto apposta, d'aver creato quel buco per quanti voglian guardar fuori potendo stare dentro. No, non lo murano, no: ci mettono un vetro. Poi, per proteggere quella così fragile barriera dagli eventi del di fuori di cui vogliono godere ma non soffrire; dagli imprevisti del di dentro in cui stan come una bolla che sobbolla e sobilla alla loro spalla – oh ne rido io che tutto sono spalla – a tutto questo per protegger tale vetro, ci mettono una cosa. Che funziona come una serranda che va su e gù, all'abbisogna, che tiene aperto e chiuso, che fa giorno e notte se servisse, e che chiamano palpebra.


Così: abbatte una parete – ha sentito che di là suonava a vuoto – l'abbatte per poter in tal modo uscire o entrare o alterando d'un nonnulla il proprio stare semplicemente

2 commenti:

  1. Io l ho visto quello uomo tutto nuca di cui parli. Sono due persone che si baciano. Fuori non esiste,fuori è soltanto un nOme diverso da dare alla breccia al buco alla fessura di te. A quello che tu non sei. Ma quando due si baciano non c è fuori. Sono uno nell altro,uno è l altro, e sono tutto. Ecco. Io lo sento così questo tuo brano.

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  2. Ciao, nuova follower! Complimenti per il blog e per la notizia! Qui il mio ultimo post: https://ioamoilibrieleserietv.blogspot.it/2017/12/recensione-serie-alice-allevi-alessia.html


    se ti va ti aspetto da me come lettrice fissa (trovi il blog anche su instagram e facebook come: ioamoilibrieleserietv)

    grazie

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