H

                                           "Di giorno non so cosa voglio e 
neppure so cosa mi piacerebbe volere.
Così, di notte, non dormo.
Non so cosa sognare."

Mi fermai sulla soglia, uscendo, per poter esplodere lì sul posto il mio starnuto, divenuto ormai incontenibile, per evitare che il fattaccio accadesse oltre, poco più avanti, una volta chiusa la porta, dove avrei dovuto rispondere gridando: "grazie!" al suo: "salute!" che mi sarebbe giunto da dietro la finestra. Non mi piace alzare la voce.

Così scesi in strada. Ma non era la strada, il mio obiettivo. La usavo solo per spostarmi da A a B, non c'andavo per rimanerci. Non mi piace la strada.

Lei no, non scendeva mai in strada. Rimaneva sempre là, dietro la porta. Il più delle volte mi osservava uscire coi gomiti sul tavolo, la testa fra le mani. Mi salutava. Io uscivo. Andavo in strada. Non mi piaceva uscire. Non mi piaceva salutarla.

Fra la gente, durante il tragitto, a piedi, mi muovo in modo fluido, quasi liquido. Mi sposto tra di loro - gli altri - come un ruscello cristallino, puro, trasparente. Scorro tra il muro e lo specchietto dell'auto parcheggiata sul marciapiede anche se lo spazio è di pochi centimetri. Non sfioro neppure gli ostacoli. Non mi curo degli argini. Sono veloce, silenzioso. Quasi invisibile. Praticamente intangibile.

B... B, il posto dove mi reco, presa la risoluzione di lasciare A... B è il luogo dove lavoro. Non mi si aspetta frementi. Quasi non mi si conosce, eppure si sa che lavoro lì. In qualche modo, da qualche parte, dentro B, io vengo contemplato. Perché dentro B, io occupo uno spazio. Col mio tempo: faccio dei calcoli, tiro delle somme, disegno dei numeri, conto. Conto, sì, e a volte pure devo rendere conto. Il mio lavoro è ineccepibile. Sempre. Ma non tutti gli altri, loro, lo sono. Mai. Anche chi sta sopra di è spesso non lo è. Ed allora devo spiegare. Mi è difficile spiegare, perché, se da un lato mi viene così facile pensare e scrivere numeri, con le parole non ci so fare altrettanto bene. Così vado da chi mi reclama - trasparente, fluido, lungo i corridoi - non amo i corridoi, li uso soltanto per spostarmi da B a B1, e con fatica ben dissimulata - e a chi si trova in B1, spiego. Ma lo faccio male. Non parlo bene, dicevamo, e la mia voce è bassa. Faccio prima ad indicare i dati sui fogli, come su di una lavagna, illustrandone in modo didascalico, mimico, i passaggi, i motivi, le cause del risultato che li sconcerta. Loro trovano il mio lavoro ineccepibile allora, solo, il più delle volte, non gli riesce di sentire neppure una parola. E' che, lo ammetto, non mi piace gridare.


Chi prepara il pranzo alla mensa aziendale? Come sono le loro mani? E quali i pensieri?

Vesto sempre allo stesso modo, nella maniera più anonima che conosco. Lo faccio per evitare di attirare l'attenzione della gente. Ce n'è già troppa che mi guarda. Ogni mattina indosso i miei soliti pantaloni neri, una camicia bianca ed una giacca scura. Blu scura o nera, non so. Non l'ho ancora capito. La cravatta no. Quella, mi sono persuaso che attirerebbe troppo l'attenzione. E' sempre un elemento aggiunto che si può benissimo fare a meno di esporre, perché per quanto possa essere "neutra", infatti, porrebbe comunque chi la osserva nella condizione di poter tentare di interpretare la mia scelta riguardo al colore, al motivo. Perfino al nodo. Troppa roba da mostrare in giro. Gli altri finirebbero per scoprire, grazie a tutti questi elementi, qualche cosa di nascosto nella mia psiche e -zac- ecco che un passante ragiona su qualcosa che mi riguarda che neppure io so. Certo, anche il fatto di vestirsi il più anonimamente possibile mi rende oggetto di possibili interpretazioni: Ecco, vedi quello... ha scelto di vestirsi più neutramente che può per non essere notato. Chissà cos'ha da nascondere. Ecco, sì, perché anche abbigliarsi come faccio io è comunque optare per qualcosa. E' pur sempre un modo di schierarsi, di finire da una parte invece che da un'altra. Di essere condannati dalla fazione avversa e valutato, soppesato, continuamente discusso dalla propria. Queste cose mi fanno impazzire. Allora, a volte, mi dico: sarebbe meglio uscire nudi, giunti a questo punto, così nessuno avrebbe nulla da ridire riguardo alla scelta dell'abbigliamento. E invece no, sarebbe peggio, v'assicuro. Vi porrebbe di fronte a tutta una nuova serie di osservazioni, valutazioni e mere derisioni. Non c'è niente da fare. Finché si sta al mondo non si riesce a trovare neppure una piega d'universo abitabile in cui potersi nascondere. E' come nuotare in mezzo agli squali. Per sopravvivere bisogna cercare di muoversi il meno possibile, di non far rumore... non sanguinare.

Poi, ritorno. A casa. Da B ad A, stavolta. Quando incrocio alcuni degli altri che accennano un saluto o un sorriso, anch'io faccio lo stesso con loro. E poi sto bene attento a che il sorriso non si spenga subito, storcendosi. Non vorrei mai che i secondi altri, quelli che arrivano dopo quelli a cui ho sorriso, sapessero che se dovessi sorridere loro lo farei solo per convenienza.


E così torno, dicevo, ad A. Infatti, io, è come se vivessi ad un capo di un tunnel.E mi spostassi solo per raggiungerne l'altro. E sempre come se mi decidessi di lasciarne uno per ritornare all'altro... comunque accompagnato sempre dall'idea - profonda, nascosta - di trovare un'uscita a mezza via. Mai con quella, reale, poi, di rimbalzare.
Odio rimbalzare.

A volte, riguardo ai tunnel, mi prende una strana fantasia, mi torna spesso alla mente una cosa. Un'immagine. E' questa: sto seduto sulla cima di una montagna attraversata da una galleria. Guardo, da quassù, le auto entrare. Poi mi giro di 180° e vedo le auto uscire. Sembrano sempre identiche a come erano quando sono entrate: gli stessi colori, la stessa andatura. A volte ne scorgo i guidatori. Non mi sembrano cambiati. Le facce sembrano le stesse. Eppure ritengo che qualcosa avrebbe potuto... dovuto cambiarli. Sono passati da un punto all'altro di un tunnel, al buio, sono entrati ed usciti. Sono solo invecchiati.

Non capiterà mai loro di dover percorrere un tunnel così lungo, che, giunti a metà strada si rendano conto che non ricordano più da dove vengono e dove vanno? E che molti decidano così di fermarsi, lì dove si trovano, per la troppa paura di riscoprirsi in un luogo peggiore, alla fine, nella luce? Quest'immagine mi lascia sempre con questo sapore di irrisolutezza, di incompiutezza. E non mi piace.

Abito in A con le da tutta la vita, anzi, di più, forse. Difatti, laggiù, sul mobile vecchio, si accumulano gli oggetti di tutti quelli che mi hanno preceduto, o che io sono stato prima d'essere chi ora sono. Sono. E non mi piace. Affatto. Eppure devo.

Io sono Mercurio.


Fra gli oggetti spunta pure qualche libro. Sono vecchi libri. Non so di che parlino. Non ne conosco neppure il titolo. Li guardo sempre di sfuggita, quei libri. Provo un forte senso di colpa verso di loro, perché so che quegli oggetti parlano, è necessario, perché esistano, che comunichino con chi li possiede.

Così mi tormenta l'idea che io tolga loro la vita. Che non li possa ascoltare. 
Io no. Non mi sento come loro. Io non sono un libro che resterà chiuso per sempre. Io sono un libro dalle pagine mai scritte.

In casa è lei che fa tutto. Tutto ciò che serve a me, lei me lo prepara. Io trovo sempre tutto pronto. O meglio... ecco... voglio dire... trovo sempre tutto pronto, questo è vero, ma non l'ho mai davvero vista nell'atto di prepararlo. Penso, dico che sia lei quella che lo fa perché in casa non c'è nessun altro e io di certo non faccio nulla del genere. Quindi, sì, dev'essere lei per forza. Quando lo faccia, come, non so. Non oso chiedere.

Quando torno da B trovo sempre la cena pronta, infatti, e lei a tavola con me. E' certamente lei che cucina, ma poi non mangia quando mangio io. Lei deve mangiare prima o dopo, non so. Comunque si siede con me a tavola, a cena. Non parliamo mai, non sappiamo cosa raccontarci, credo. Da una parte si sa, non è che io sia un gran conversatore. Dall'altra, ecco, le mie giornate sono tutte identiche fra loro e ormai, avendone già descritta una una volta, è inutile che mi ripeta. Io odio ripetermi.
Però, d'accordo, sia chiaro, se mi chiederete di ridire questa cosa, io lo farò. Non affermerò mai il contrario.

Una notte, tanto tempo fa, mi alzai dal letto di soprassalto. Avevo la febbre alta, dovevo stare appoggiato alle pareti per non perdere l'equilibrio. Andai verso la cucina, non so perché, così, istintivamente. Non che mi piaccia granché agire d'istinto, ma, si sa, a volte, con la febbre alta si fanno anche cose che non si vorrebbero fare. Vidi che la luce era accesa e capii che dentro c'era lei, così m'avvicinai, silenzioso, per non spaventarla. Devo anche ammettere che non volevo che si accorgesse della mia presenza. Arrivato alla porta infilai di traverso la testa per spiarla, naturalmente senza che lei mi potesse vedere e... ora non so per certo se fosse sogno o delirio, ma... mi sembrò di vederla dipingere. Sì, mi sembrò proprio che stesse dipingendo una tela. Possibile?


Da stamattina ho smesso di parlare del tutto. Non so come sia successo, non era premeditato. Così, all'improvviso, mi sono reso conto che non parlavo più. Sul posto di lavoro sono stato interrogato riguardo a dei calcoli, che, come al solito non sembravano corretti e dovendoli giustificare ho aperto bocca ed ho emesso fiato senza riuscire ad articolare un solo suono. Mi sono arrangiato, allora, come mio solito, mostrando le cifre ed i passaggi. Il supervisore ha capito, si accontentato, (o rassegnato?) della mia spiegazione, forse non s'è neppure accorto che mi mancava la parola (e perché avrebbe dovuto?) e tutto è filato liscio. D'altronde, a casa, prima di partire, e poi, al ritorno, non c'è mai stato bisogno che io parlassi e così neppure lei si è accorta di nulla. Per strada basta un cenno del capo, per salutare. Nessuno si è accorto di nulla.

Sono stato per un po' davanti allo specchio, stasera. Volevo vedere a che punto era arrivata la mia faccia. I miei capelli sono un po' troppo lunghi, forse. Se li tiro sul davanti, infatti, arrivano fino agli occhi. Il mio naso è brutto. Ho un sopracciglio lunghissimo, sembra un tirabaci. E' normale che crescano così tanto? Le mie orecchie sono piccole, piccolissime. La mia faccia, nel complesso è asimmetrica. Su di un lato è così scavata che sembra quasi che mi manchino dei denti, da quella parte. Gli occhi sono infossati, lontani, sprofondati al centro di una serie quasi concentrica di cerchi scuri. Si disegneranno perché dormo troppo poco? Io dormo troppo poco? ... i miei occhi sono una pietra che cade in un lago. Ho delle rughe intorno alla bocca. Delle linee verticali, successive, strane. Sembrano quelle cose che ci sono a fianco delle fauci degli squali. A proposito di bocche... la mia... l'ho aperta, volevo provare... non sono riuscito ad emettere alcun suono. Nulla di nulla. Ah, poi, tra l'altro... c'ho guardato dentro e sì, da quella parte mi mancano proprio due denti.


Sulle pareti di casa mia sono affissi diversi quadri. Ci sono sempre stati, non li ho appesi io. Ma non so dire con certezza quale sia il soggetto di quelle pittura. Quando passo, al massimo mi rendo conto che ci sono, ma non ho mai pensato seriamente di guardarci, di osservare, di tentare d'identificare, così per quanto ne so, potrebbero pur esser quadri diversi tutti i giorni, non me ne renderei neppure conto. Dopo la visione che ebbi quella notte, poi, confesso di avere il sospetto che quei quadri li abbia dipinti lei. Oppure che siano tele appese in divenire, che il loro soggetto cambi man mano, m'immagino lei, di notte, col pennello impugnato, che va a dipingere modifiche sui quadri già appesi. Che inserisce personaggi, toglie elementi, ne aggiunge altri, toglie colori. Non so. Dovrei guardarli attentamente, prendere nota, osservarli con cura. Forse lo farò davvero. Devo trovare il tempo.

Durante lo spostamento da A a B, stamane, ho notato qualcosa di strano. O meglio. Sarebbe più corretto dire: Qualcuno di strano. Non avrei voluto, cioè, è una cosa che non faccio mai, non avrei voluto, ma, chissà il perché, ho sentito di doverlo fare. Ho alzato lo sguardo verso al terzo-quarto piano del palazzo che mi ritrovo di fronte ogni giorno a circa metà del tragitto. Ad una finestra stava una donna. A prima vista mi sembrava che la testa facesse capolino fra due grandi drappi neri. Ma poi, guardando meglio, ho capito che quelli erano i suoi capelli. Una montagna di capelli le incastonava una testa ferma e dura come la pietra, un viso terreo grigio, cadaverico. Gli occhi sembravano completamente neri. Ma così neri che non solo non riuscivo a distinguere la pupilla, ma quasi mi sembrava che non ci fosse neppure del bianco intorno all'iride. Sembravano gli occhi di uno squalo. E la cosa più inquietante è che sono certo che quella donna guardasse proprio me. Fra quella moltitudine di pedoni tutti uguali il suo sguardo si era proprio preso me, il mio corpo in transito. E non lo sollevava, quello sguardo. Non è che, colta in flagrante si sia imbarazzata o che altro, no. Lei continuava a fissarmi, senza battere ciglio. Così Io mi sono sentito in imbarazzo, ho chinato il capo, ho accelerato il passo sfilando oltre a quel suo palazzo. Là dietro mi sono fermato, a rifiatare. A riflettere. Ed io odio fermarmi per strada.


Ho passato la giornata, in B, a pensare a quella donna alla finestra. A chiedermi perché guardasse proprio me. Ad esaminare mentalmente ogni dettaglio del mio abbigliamento, per trovarvi un qualcosa di eccentrico, di strano, qualcosa di tremendamente fuori moda o fuori posto, qualcosa che lei, preparandomi i soliti vestiti, come ogni mattino, abbia incautamente, maldestramente o peggio ancora, dolosamente inserito. Ma: niente. Mi chiedevo insomma il perché quella donna guardasse proprio me, perché mi avesse scelto. A domandarmi, soprattutto, cosa abbia potuto carpire da me osservandomi lungo quel percorso. Cosa abbia concluso dal mio modo di camminare, di osservare, di fuggire. Chi possa pensare io sia, ora. E chi poteva pensare io fossi, prima di vedermi. O come mi immaginava. Nel caso in cui mi aspettasse, come sembrava. Ho passato la giornata sentendomi come derubato. Non come se qualcuno m'avesse spiato dalla finestra ma come se qualcuno m'avesse sfilato il portafogli. Quando vai a fare la denuncia ti accorgi che non riesci a ricordarti tutto quello che c'era dentro... Ecco, a questo punto del mio ragionamento, diventa essenziale capire soprattutto questo: cosa mi ha tolto quella donna?

Ho pensato, al momento di ripartire per tornare verso A, di cambiare strada, allungandola, magari solo un poco, per evitare di passare un'altra volta sotto a quel palazzo. Ma no... non voglio. Odio dover cambiare strada. E così ho osato partire senza paura, incoscientemente, come se niente fosse. Sono arrivato là sotto, là sotto a quel palazzo, ho accelerato, non ho potuto farne a meno, ho sentito il mio corpo procedere all'improvviso più velocemente, senza che io gli chiedessi veramente nulla del genere. Davo le spalle al palazzo. Lo sentivo. Lo sentivo addosso, incombente, sopra di me. Sì, lo confesso, avrei voluto girarmi per sapere se quella donna fosse stata ancora là, più per smascherarla che non per appagare la mia curiosità. Ma non ne avevo il coraggio e comunque sapevo, sentivo che si trovava là, allo stesso posto. Fissa, ferma come una pietra. Sempre più velocemente sono giunto all'angolo di un altro palazzo. Ho voltato. Ho respirato, profondamente ed a lungo, al riparo. Come quella notte, in cucina, affacciandomi, spiai, non visto e non sentito. La donna non c'era. Delle nere tende dietro al vetro di quella finestra, e nulla più.

Chi ha cucinato la cena che consumo stasera? Con quali mani, quali i pensieri?

Stamattina ho sentito di dover alzare lo sguardo verso quel palazzo ed ho visto la donna. Va bene. Non faccio mai di queste cose, eppure stavolta mi è sembrato indispensabile. Per un motivo che non conosco e che non voglio cercare di capire, d'accordo, l'ho fatto. Odio fare le cose senza sapere il perché le faccio, ma... ormai. E così, ora, mi vien da pensare... se in tutti questi anni in cui non mi si è manifestato il bisogno di alzare lo sguardo, quella donna fosse sempre stata là? Se per tutti questi (quanti?) anni lei mi ha scrutato, studiato... senza che io potessi mai accorgermene, senza che io potessi mi potessi mai difendere in alcun modo... di modo che lei abbia un intero repertorio di immagini, atti, sguardi, smorfie, saluti, falsisorrisi miei ed io niente, niente che le appartenga se non quel volto visto di corsa, in corsa... Quella donna è sempre esistita, là, a quella finestra, ogni qualvolta mi muovevo da A a B, è sempre stata, anche se io non la vedevo, essa era. Essa c'era?

La notte passata ho dormito. Lo so per certo, perché mi sono svegliato. E di soprassalto. Sudato. Reduce. Da un incubo. O forse non era neppure un incubo, ma sono queste, cose alle quali dovrei imparare a prenderci un po' la mano, forse questo è il mio primo sogno e non l'ho saputo riconoscere. Insomma ecco per farla breve cos'ho visto: c'è Fibonacci steso su di un fianco in mezzo ad una radura... si ode l'approssimarsi di un gruppo di cavalieri, sentiamo, ecco, arrivare dei cavalli - i cavalieri li presumiamo soltanto - si ode lo zoccolio, non so come si dica... beh ecco i cavalieri parcheggiano e vedo scendere da sella un uomo elegante, bello, nobile. Scopro - in sogno spesso queste cose non ce le dice nessuno ma noi sappiamo che sono proprio così chissà il perché - scopro, dicevo, che quell'uomo è Alessandro Magno. Si avvicina a grandi passi, con un'espressione molto umile in volto, umile ma determinata, verso Fibonacci. Giunto proprio lì davanti lo guarda e gli fa: Grande Fibonacci io sono Alessandro Magno beh adesso siamo proprio sicuri è proprio lui e per un decimo dei tuoi segreti io ti offro tutto quanto quanto vorrai chiedermi. Fibonacci si sporge con la testa, con lo sguardo passa sopra alla spalla del macedone. Passa qualche lungo momento... finalmente lo guarda negli occhi e, come se si svegliasse all'improvviso scoprendo d'avere il Re dei Re di fronte, gli fa: Sì, ecco, desidero che si levi, buon uomo, o io non riuscirò mai a finire di contare tutti i rami. 
Insomma, ecco, svegliato, sudato, forse spaventato, fuori dal letto. Lei era in cucina. Testa fra le mani, gomiti sul tavolo. Sveglia. L'ho mai vista dormire? Ovviamente non le ho potuto dire niente, neppure so se mi abbia notato. Forse no. No, no di certo. Così mi sono riavviato verso la camera da letto. Ma mi sono ricordato, stavolta, prima di coricarmi, di dare un'occhiata ad almeno un quadro su di una parete del corridoio. Ho scorto, nella semioscurità, due figure, in un angolo della tela. La figura femminile era leggermente sollevata da terra, circonfusa di una luce blu elettrica. L'espressione del suo volto era neutra, non sembrava minacciosa, ma puntava il dito verso la figura maschile, laggiù, in basso, un essere grigiastro, atterrito dalla paura, dalla schiena curva, in atto di allontanarsi schermandosi gli occhi con un braccio, tenendo l'altro verso la femmina volante, con la mano aperta, come a dire: ferma, basta! Questo io ho visto nell'angolo di quella tela. Poi sono tornato a letto, ma non ho dormito.


Per fortuna, oggi, ha piovuto incessantemente, e così, sia all'andata che al ritorno, (non che comunque io ne sentissi il bisogno) l'ombrello è stato una buona scusa per non dover mai guardare in alto. Ciò mi ha reso il passo più leggero. Forse pioverà ancora qualche giorno ed io finirò per dimenticare quella donna.

Sarei stato perfino attento alle previsioni meteorologiche, avrei perfino ascoltato ciò che dicevano. Mi sarebbero state comode, come, più di un oroscopo personale, mi avrebbero detto qualcosa su di me, sui miei prossimi giorni, ma - non so il perché - non ricordo più dove si ascoltino queste cose, dove si leggano. Si leggono? Non mi sono mai piaciute le previsioni meteorologiche. Lo vedo da me, al mattino, che tempo che fa e la possibilità di saperlo con dodici ore di anticipo, non mi fa sentire Dio.

In A, nulla di nuovo.

Oggi ho sentito le mie gambe piegarsi svuotate. Non ho potuto affrontare quella specifica solita parte del solito tragitto che transita laggiù, fino a sfiorare il palazzo di quella donna così, nudo, senza ombrello, senza scudo... Quindi poco prima di imboccare il viale che corre sotto a quelle finestre ho deciso di accettare quell'idea che mi sembrava così odiosa e che ora tutt'a un tratto scopro essere invece un piano acconcio ed arguto: ho deciso di cambiare strada. Proprio così. Ho pensato: giro a destra, percorro l'isolato intorno all'edificio a fianco, torno sulla solita strada dove il tratto che voglio evitare già sfuma in quello successivo. Così ho pensato. Già. Ma poche decine di metri dopo aver imboccato questa variante ha incominciato a prendermi una certa ansia. Quanto più a lungo del solito mi toccherà camminare, oggi? Arriverò in ritardo? Se mi dovessi smarrire, se non riconoscessi più i luoghi dove mi ritrovo, come farei a chiedere indicazioni?

Con quale voce, con quale forza, con quali precise domande?

Dopo trecento metri il panico mi aveva tolto il fiato, svuotato l'ardimento, schiaffeggiato. Così mi sono deciso a retrocedere, tornare sulla vecchia strada, soffrire, sì, comunque, ma perlomeno con la sicurezza di non smarrirmi, di non giungere in ritardo. Succedesse quello che doveva succedere, avrei almeno potuto incolpare qualcun altro della mia sofferenza. Ero lì lì per tornare sulla strada vecchia, quando all'angolo scorgo una bancarella. C'è un signore che vende degli oggetti. Sono cappelli. Quel signore è un cappellaio. Qua penso un'altra cosa: un cappello dalle larghe falde mi coprirà dagli sguardi che giungono dall'alto e mi impedirà di ricambiarli. E'stata una buona idea, credo. Mi avvicino alla bancarella già operando una scelta. Ancor prima di fermarmici ho già visto il cappello che voglio. E' grande, scuro, con un fiocco viola... larghissimo. Lo indico al cappellaio. Ma quell'omone è distratto. Sta parlottando con un altro cliente, che si sta provando un cappello, che lo compra, e poi i due si salutano. Capisco il meccanismo. Mi devo provare il cappello. Lo faccio. Il cappellaio inarca le sopracciglia. E' un cappello da donna, signore... Forse per lei sarebbe più adatto questo... E me ne indica uno bianco, con una fascia nera, di paglia... lo provo... con dei gesti forse un po' equivoci gli faccio intendere che ne vorrei un altro un po' più largo. Me ne passa uno, allora, enorme. Sembra un ombrello. Me lo calca sulla testa. E' perfetto. Con questo è proprio a posto, signore. Poi quando uno è un bell'uomo come lei, con qualsiasi cappello starebbe comunque bene. Dice sorridendo: con qualunque cappello, non con qualunque cosa. La furbizia proverbiale dei commercianti... Ma mi fa pensare. Soprattutto il fatto che mi abbia definito "un bell'uomo". L'altro giorno, allo specchio, mi sono guardato senza pensare di accertarmi se lo fossi. Devo ricordarmi, la prossima volta che passerò davanti ad uno specchio, di stabilire con oggettività se sono un bell'uomo. Più che altro per sapere se quest'individuo mi sta sfottendo oppure no. Comunque il cappello lo compro. Mi rendo conto di non avere il portafogli. No. Invece no, ce l'ho. E' da molto che non lo apro, non compro mai niente. Estraggo delle banconote. Il cappellaio mi declama il costo dell'articolo, quasi cantando. Il cliente prima di me ha contrattato. Io sento di non riuscire a farlo. Allora guardo le banconote, cerco quella giusta, quella della cifra esatta che mi è stata richiesta. Non c'è. Ne trovo una di taglio grosso il doppio. E' il minimo che ho. Forse sono ricco. Il cappellaio cerca il resto. Mi consegna due piccole banconote. Poi si cerca in tasca come un forsennato in preda alle pulci delle monete. Le estrae. Ne ha un pugno. Cerca quelle adatte. Me ne consegna una decina. Sì, dieci precisamente. Me le porge tendendomi la mano chiusa. Io tentenno, poi apro la mia, gliela porgo facendo un mezzo inchino. Lui le lascia gocciolare dalla sua alla mia mano. Lo guardo negli occhi, provando un moto di ripulsa. Mi deconcentro così, ed indietreggiando istintivamente faccio cadere a terra tutte le monete. Trovo estremamente umiliante raccogliere le monetine per terra. Se non lo fai pensano tutti che tu sia uno sprecone, un riccone eccentrico e ti danno dell'idiota. Se lo fai goffamente pensano che sei un maldestro pitocco senza dignità. Le raccolgo, ma sono sparpagliate dappertutto sul marciapiede. Ci metto un po', le conto: sono nove. Scorgo la decima monetina sotto alla bancarella. La vedo perché sto così piegato. Se un passante non si piegasse, non la potrebbe vedere mai quella monetina. Penso così che non si possa accorgere nessuno che io stia trascurando di raccogliere anche quell'ultima moneta e che nessuno avrà così niente da dire a riguardo. E la lascio là. Non dovrei mai cambiare strada, questa è la verità.

Odio il vento. Muove le cose. Sposta gli oggetti, mischia malamente odori e suoni. Rende insidioso ogni ambiente, anche quello così famigliare e collaudato del mio quotidiano viaggio da A a B e ritorno. Sì, c'è il vento. Ma non piove. Ed io mi debbo tenere con una mano il cappello calcato in testa dimodochè ora tutti notano molto chiaramente il fatto che io, da oggi, indosso un cappello. Magari se non ci fosse stato vento non c'avrebbero neppure fatto granché caso. Ed osservano che io lo tengo, con una mano, che io ho una gran paura di perderlo e così si mettono a riflettere su questa cosa. Non hanno niente di meglio da fare? E alla domanda "chissà perché costui tiene così tanto al suo cappello?" che io devo aver stampata in faccia, talvolta qualcuno vaga con la mente in modo tortuoso, fino a giungere, ne sono sicuro, a queste conclusioni: non piove, il sole non batte forte, non fa freddo. A cosa gli è necessario? Penserà d'essere bello con quella cosa in testa? Si vergogna della propria calvizie? Avrà sbagliato tinta e nasconde dei capelli verdi? Avrà un taglio in testa e si vergognerà di mostrarsi con la testa fasciata. O sanguinante. Avrà dei funghi. Avrà le corna. Avrà qualcosa da nascondere. E così ragionando, costoro, non fanno altro che compromettere il mio onni-tentativo di nascondere agli altri la cosa che ho più preziosa: me.

A casa mi sono deciso a tornare allo specchio per verificare quanto fossi bello. Era necessario, perlomeno per sapere con una certa dose di sicurezza se il cappellaio dell'angolo sia un furbacchione o un onesto venditore. Beh, mi sono tolto persino la camicia per potermi guardare più completamente, per poter vedere anche il petto, eccetera... insomma, la bellezza non è soltanto nel viso... benché effettivamente il cappellaio di certo non poteva giudicare la mia bellezza prendendo in esame altre cose, oltre al viso, che non poteva vedere. Così davanti allo specchio la verifica sarà utile soprattutto per me, più che per giudicare il grado d'onestà del cappellaio. Ecco. Mi sono guardato. Molto a lungo. Non so se il mio viso sia bello, questa è la verità. Non so neppure, devo confessarlo, come sia un viso bello. Non saprò mai se quel cappellaio mentiva oppure no. Però ho qualche notizia interessante da riportarvi riguardo al mio busto. Premetto che da qualche giorno, incessantemente, provo un fastidioso prurito-solletico all'altezza della scapola destra che non mi riesco a spiegare. Già che c'ero, davanti allo specchio, grazie ad ardite contorsioni, e, lo ammetto, con l'ausilio di un secondo specchietto che ho trovato lì attorno per caso, sono riuscito a vedere la scapola e ad individuare il problema: da lì mi usciva una piuma. Già, sul serio. Una piuma bianca. Tant'è, lo posso provare, ce l'ho qui nel con me, nel portafogli, l'ho conservata, la tengo lì dentro, come curiosità e se qualcuno mi chiedesse qualcosa a riguardo potrei mostrargliela, è interessante. Strappandomela, ho sanguinato. La punta di quella piuma è ancora rossa. Del mio sangue. Notizie del mio davanti: sono completamente glabro, e a scanso di ulteriori rilevamenti e/o ritrovamenti, posso affermare, con un certo grado di sicurezza, di non avere capezzoli. Nossignore. Non li ho proprio trovati, benché io sia dell'idea che tutti quanti dovrebbero averli. Anzi, ho saputo che qualcuno ne ha addirittura tre. Ne ho conosciuto uno, una volta. Beh, forse funziona così: ogni due uomini che nascono con tre capezzoli, per compensazione ce n'è un terzo che non ne ha neanche uno. Non c'è da preoccuparsi. Poi, finché c'è la salute...


A tutto ciò è seguita, per fortuna, una bella giornata di fittissima nebbia. Non posso nascondere (!) quanto io la gradisca. Quanto la preferisca a qualsiasi altro soggetto atmosferico. Era talmente fitta che per fare da A a B ho potuto orientarmi soltanto seguendo le crepe formatesi sull'asfalto dei marciapiedi. Tra l'altro, queste crepe, che fino a pochi giorni fa pensavo di detestare ed oggi mi tornano così utili, mi hanno suggerito una cruciale riflessione di cui vi farò al più presto partecipi, ma prima vi vorrei parlare della mia preferenza per la nebbia. Aldilà del fatto che in una giornata come questa mi da l'indiscutibile vantaggio di sfilare invisibile sotto alle finestre di chicchessia, in assoluto, la nebbia è meravigliosa. Ci si sta dentro come protetti, avvolti, custoditi. Non c'è niente di brutto, attorno. Tutto è ugualmente bello, distante. Non vi arrivano suoni stridenti o boati senza che questi prima abbiano dovuto nuotare nell'aria prima di raggiungere le vostre orecchie divenuti così ormai dolcemente attutiti, ormai inoffensivi. I vostri nemici non vi vedranno mentre gli passate proprio ad un palmo dal naso. Non vi aggrediranno. Voi non li vedrete e potrete tornare a casa senza ribolliture di sangue. Se proprio per sfortuna finirete per inciamparvi sopra, o loro sopra a voi, e finirete per essere uccisi o per uccidere, nessuno vedrà cos'è successo e sarà come se non fosse avvenuto nulla. O meglio: male che vada la giornata finirà con un numero inferiore sotto alla voce nemici vivi sul pianeta.

Delle crepe sull'asfalto del marciapiede, che seguo come una guida, e della riflessione che mi hanno condotto a fare: funzionano come una guida perché le ritrovo, ogni giorno, immutabili, fedeli; ma non ci sono state sempre; nessuno ha mai detto di aver visto formarsi delle crepe nell'asfalto, e neppure che qualcuno gli abbia raccontato d'averlo visto succedere; eppure c'è un momento in cui queste si formano. Ogni sera, rientrando in A, trovo quella donna. Sempre. C'è sempre stata? O in un momento, non vista, è entrata, venendo da un altro punto? Ogni giorno è lì, ogni giorno la vedo. C'è. Ma è solo una questione riguardante il tempo, il tempo che cambia, quella che voglio affrontare, e concerne soprattutto la donna che ho visto a quella finestra: da allora il mio mondo è cambiato perché è successa una cosa che ha segnato una cesura: all'improvviso il tempo ha avuto una svolta. Si è formato un concetto del passato che devo affrontare, perché è un passato vivo, presente, è - all'istante - un'ombra che si proietta sul mio divenire. E' apparso qualcosa che prima non c'era. Ma, anche stavolta, io non ho visto il compiersi dell'evento. L'ho ritrovato così. Bell'e fatto. Come dicevo, quella donna, poteva trovarsi a quella finestra fin dal giorno della fondazione di Ur. Ma segna comunque una cesura, perché io quel giorno ho guardato verso quella finestra. IO sto cambiando.


Cielo!
Centellino centimetri.
Cado, casco: crollo. Certo. Creo. Come?
Canto. Canti. Conti. Corti. Corri. Corolla. Corollario.
Circumnavigo. Circondo, cingo così: catalogo che controprova.
Cerco centri circolatori, circa.
Chi ci chiama, chi ci costringe? Chi … chi ci chiede certe cose?
Caviale crusca caffè cacao cioccolata colante
cenere calda casa crepitante calore cazzo censura: cerotto che copra culi.
Che cavolo!
Cento, centomilioni, centomiliardi, celati, corrotti, cinici.
Circolano. Certo. Cervello!
Città. Cittadini. Civilizzati, colgono. Chi coltiva?Carpiscono. Cerchi-campi con compassi-celesti.
Cito chirurghi chitonati che cincischiano coprendo crani clorotici, che cureranno collaborando con concavo cibernetico cacchio:
chela chimica.
Carta canta.
Canto ciò che il cielo canta.
Carpisco. Capisco.
Cresco.


La donna, alla finestra, nel quadro, in cucina, indicava me. Stamattina presto o stanotte tardi, nella semiveglia o nel sonno, nella semicoscienza o nel sogno. Con lei un uomo elegante - c'era inciso, a piccole lettere, "dottore", sulla fronte - con lei quest'uomo. Scuoteva la testa con grande precisione.

Anche la donna. Quella. Mia madre, mia figlia, mia sorella, mia moglie, compagna, amante o solo o addirittura mia coinquilina socia o prigioniera schiava o padrona o Dea di tutto tutti e tutte, Terra.

Lei e l'altra.


Lei è l'altra.

Ho notato che la fatica di camminare diventa sempre più manifesta... mettere un piede davanti all'altro sta diventando sempre più difficile... alzare la gamba per portare la sua estremità ad occupare uno spazio in cui desidero faccia leva per proseguire il mio cammino in quella direzione - è così che funziona, ed ora che l'ho capito non mi riesce praticamente più - . Ormai le gambe trascinano i propri piedi, e con essi, me. Ma i piedi stanno reagendo all'inedia di quelle loro ingrate padrone. Per sfidarle infatti hanno preso l'iniziativa di saltellare. Tutto il mio corpo, così, alla faccia delle gambe, sempre che così si possa dire, saltella in avanti. Se ne frega di non poter camminare. Saltella. E' un modo più divertente di procedere, non così efficace, forse, ma con lo svilupparsi d'altra, meglio predisposta muscolatura, troverò un'armonia in questo movimento. Diventerà sciolto e naturale. Sarò anche più veloce di prima e attirerò meno l'attenzione... sì, perché, un po' per vergogna, ma anche un po' per verifica, tengo quasi sempre lo sguardo basso, ormai, ma non mi sfugge che tra la gente che incrocio, questo mio modo di procedere sta attirando maledettamente l'attenzione.


Non so, infine, se se sia questa mia forzata/osa postura, o una malattia, o una manifestazione metafisica, ma - fatto sta - mi va crescendo una gobba mostruosa. Se da una parte mi tiene protetto il collo dagli eventuali colpi di freddo, dall'altra non dev'essere quel che si dice propriamente un bello spettacolo. Sì, insomma, tutto l'insieme potrebbe risultare persino un poco inquietante.

Ma ho trovato un cappotto.

Un grosso cappotto.

Beh, ormai è stagione e quello non darà troppo nell'occhio. Questo grosso cappotto, che ho riesumato da dentro ad un armadio a muro in A (non era una porta su di una stanza segreta) era lì da chissà quanto tempo e un poco puzza. Ma non tanto. Chissà a chi appartenne. O se, semplicemente, con l'arrivo della primavera, l'ho io stesso deposto lì, agli antipodi dell'anno. Ma forse è una cosa che feci prima che il mio Tempo ripartisse, si ri-azionasse, Riprendesse a scoccare s'impennasse si svegliasse ecc. ecc. Làddove "ecc." leggasi per "eccentrico", questo tempo. Laddove quel tempo si sia fermato, e quando, e quando ripartito e dove non so se abbia senso parlare di quando, se parlo di cose prive di tempo. 

Ho detto che una delle possibilità per cui questa gobba mi stia sorgendo così prorompente da dietro alla testa sia quella di una manifestazione metafisica. In realtà mi sono espresso malamente. Figuriamoci, non ho neppure idea di che cosa possa significare, io, metafisica. Ma esprimevo con quelle sbagliate parole l'idea che mi sono fatto - nascostamente, voglio dire, è un'idea che non riferirò certo a nessuno - riguardo alla possibilità che questa gobba sia un segnale che il mio corpo mi sta dando agendo alle sue spalle - ih! Proprio alle spalle - del cervello. In poche parole: il cervello si preoccupa di guidare gli occhi sulla traiettoria dei piedi, del suolo, anche allo scopo di evitare che gli occhi medesimi vadano ad incrociare altri occhi, occhi altrui guidati da altri, altrui, cervelli. Ecco, insomma, questa gobba, invece, vuol dire al mio cervello (secondo questa mia assurda teoria): vedi: tutto il tuo corpo vuol salire, vuol saltare, vuol crescere, vuol provare una linea verticale, non solo rotte orizzontali. Non preoccuparti sempre che il tuo corpo faccia quello che credi sia meglio per evitare che la gente pensi stia sbagliando. Tieni la testa alta. Sì, insomma è questo il delirio metafisico che mi ero immaginato riguardo alla mia gobba. Ma non lo dirò mai a nessuno. Ci mancherebbe.


Del resto ho notato che col cappotto l'ho fatta grossa. Letteralmente. La gobba sembra così ancora più grande ed impressionante. Ma la gente potrebbe sempre pensare che il cappotto sia molto più grande e corposo di quello che è davvero, e che non c'è nessuna gobba.

E... c'è gente alla fermata del tram e io... questa ve la voglio raccontare... dico: so che c'è gente perché vedo un sacco di piedi fermi alla fermata, sì, fermi alla fermata, non ci si ferma solo il tram, alla fermata, beh, dicevo, arrivo io ed all'improvviso vedo tutti i piedi che fuggono all'impazzata, in tutte le direzioni, come birilli dopo lo strike del bowling... che finisce che quasi mi metto a fuggire anch'io in una direzione qualsiasi per evitare l'oscura minaccia ed allora per forza di cose alzo la testa, i corpi che stavano fuggendo sui loro rispettivi piedi ora si sono fermati e le teste si voltano verso di me ed i loro occhi mi guardano con un'aria di rimprovero che sulle prime non mi spiego, quindi, pieno di vergogna torno a chinare il capo e capisco... prima di me, fra loro, era arrivata la mia ombra. Quella li aveva terrorizzati: l'ombra di un uomo senza testa.

Torno in A. Sono un po' scosso. Trovo la porta socchiusa. Un filo di vento esce dalla casa. Entro. C'è una scritta, su di un biglietto, che penzola giù, appeso al soffitto. Deve averlo scritto lei. Strano. Non sapevo che scrivesse. Che sapesse scrivere. Comunque non mi aveva mai scritto, prima. Nessuno l'aveva mai fatto. Tanto che io dubito di saper leggere, ma, d'istinto, guardo e faccio un tentativo. "La cena è in tavola." So leggere. La cena è in tavola... Suppongo che questa comunicazione stia a segnalare la sua assenza. Comunque è l'ammissione che è proprio lei a cucinare la cena. O perlomeno a portarla in tavola. O a notare che qualcuno l'ha fatto. D'altra parte il biglietto non è neppure firmato. Certo, non sarebbe d'aiuto. Non ricordo il suo nome. Potrebbero averla rapita. Ma a che pro lasciarmi questa comunicazione? Poteva comunque chiudere almeno la porta. Allora vado. Vado verso la tavola. La famosa tavola. Sorreggerebbe la cena, stando a quanto si dice. C'è una grossa scatola dove di solito sta il mio piatto. Che vogliono? Che mangi la scatola? No... un altro biglietto. "Apri la scatola. Rompi il contenuto e trova la sorpresa." Non ho voglia di riflettere su queste parole. Alzo la scatola, che non ha fondo, e basta.  Sotto, invece di un piatto, un nido. Al posto del cibo, nel nido, un uovo. Un nido. Penso agli uccelli che l'hanno costruito. Col sole in bocca. Poi, a notte fonda, con la testa sotto l'ala. Poi, via, a migrare. Tornare a questo nido. Questo nido che ora sta al posto del mio piatto. Devo rompere il contenuto. Immagino sia l'uovo il contenuto da rompere. Non so se me la sento. Non voglio romperlo. Vorrei, piuttosto, covarlo. Perché dovrei romperlo? Non ho mai rotto un uovo, io. Non lo voglio fare. Sento bussare. Non è dalla porta, è dall'uovo. Fuggo, fuori. Non tornerò mai più in A. Andro a B senza partire da A. Troverò un'altra A. B sarà A. Troverò una nuova B.


Concludendo, pensandoci proprio bene, tutto ciò che sopportavo in A è che quando ci stavo, sapevo che c'era B che m'aspettava. Lo stesso, quando stavo in B, non mi vergogno a dirlo, riuscivo ad arrivare alla fine della giornata solo per il fatto che potevo pensare che ci fosse A, che mi aspettava. A causa della gonna alla finestra, ora so che ciò che mi piace, nella mia vita, è di fare da A a B, e nient'altro. E' questo che ha cambiato le cose. Il fatto che ora io sento che tutto ciò che amo è messo a repentaglio. Vedete, come sono cambiato? Ora, grazie al fatto che una minaccia, più minacce, incombono su di me, ho scoperto persino d'amare qualcosa. E di avere paura di perderlo. Ciò mi rende più umano e più doloroso vivere.

Poco sopra temo d'aver detto "gonna" alla finestra. Ultimamente, per imperscrutabili ragioni, che la moderna neurologia non potrebbe comprendere, mi è capitato spesso di scambiare la g per la d.

Stavo in B. In B a fare conti. Niente di nuovo, niente di strano. Ed ecco che arriva un tizio, un collega, suppongo. Mi dice che mi aspettano nell'ufficio del direttore, ed ecco che allora, via, veloce, saltellinosaltellino, per i corridoi, incomincio ad amarli questi corridoi, sono più belli del mio ufficio, danno più indeterminatezza, l'ho sempre odiata, io, l'indeterminatezza, ma adesso mi da un senso di sicurezza, mi da una speranza, non so se riuscirò a spiegare questo concetto... voglio dire, un ufficio è un ufficio, meglio non può andargli, pure un corridoio è pur sempre un corridoio, ma conduce in un luogo, non è un posto dove si va per rimanerci, ci si va per andare altrove, e durante il tragitto è più che legittimo pensare che il luogo in cui ci conduce sia migliore di quello da cui arriviamo, migliore di quello in cui transitiamo, ecco perché, io dico, l'indeterminazione di un corridoio mi trasmette speranza, ma solo per modo di dire, perché come sapete, como io so bene, questo finirà solo per portarmi all'ufficio del direttore, ed io senza voce e procedendo a saltelli, temo, non riuscirò a fare una gran figura, ma che ci devo fare, questo è quanto, questo è quanto sono io, altro non ce n'è, ce ne vuole a saltelli a farsi questo corridoio, ma ecco, è finito, c'è la segretaria a vigilare alla porta del direttore, sia mai che qualcuno entri per rapirlo o che quello tenti di fuggire nella notte, quella segretaria mi dice che sì, il direttore mi stava aspettando, ma ha dovuto assentarsi e dice che mi avrebbe mandato dal vicedirettore molto volentieri, ma che quello è in vacanza, e che devo raggiungere allora l'ufficio del tizio, invece, che fa le veci del vicedirettore, ecco, è quello il corridoio, mi dice, me lo dice sporgendosi dalla scrivania, per guardarmi i piedi, l'ho vista, infatti, poco fa, sospettosa riguardo al mio incedere ed anche riguardo alla mia gobba, ma quella, l'ho notato, l'ha guardata solo con la coda dell'occhio, con pudore, forse è una brava, educata ragazza, forse invece se mi avesse incrociato per strada con le amiche si sarebbero fatte una risata, m'avrebbero sfottuto, palpato la gobba, beh, meglio che niente, c'è gente che per farsi toccare da una donna si farebbe persino impiantare una gobba, og una dobba, mi sto confondendo, un cappotto, forse, tant'è ecco che prendo la strada per l'ufficio di chi invece, fa le veci del vicedirettore, veni, vidi.


Ufficio. L'ufficio. Entro. Ecco, sulle prime colui il quale fa le veci del vicedirettore sembra accogliermi con un certo calore, ma diventa diffidente nei miei confronti tanto più avanzo zampettando dalla porta del suo ufficio alla sua scrivania, così lontana... così lontana... lontaaana... ... mi sorride, comunque, benevolo, comprensivo, mi fa un cenno. Intende dire che mi devo sedere. Mi siedo e il suo sguardo cade inevitabilmente sulla mia gobba. Segue un lungo silenzio. Abbastanza lungo.


Rotto qua e là da uno stridio che mi sfugge chissà come dalla bocca.

Piuttosto fastidioso.

Quasi continuamente, per la verità.

Squeak-skeeirk. O qualcosa di simile.

Che fa le veci del vicedirettore invece inarca molto un sopracciglio.

Nel silenzio, così, solo squeak-skeeirk-kreahak, ed un sopracciglio così inarcato che finirà per scalzare quella specie di parrucchino.

Poi. Lui parla. Sì, con naturalezza, ricomposto, col sopracciglio là dove dovrebbe stare, sopra alle ciglia, non sopra alla testa, che non è un soprattesta. E così si esprime: seriamente. Dice che gli ultimi bilanci che ho stilato non vanno bene. Gli ultimi, intende, dei passati 5 o 37 o 100 anni. Non capisco bene.

Si interrompe, un pochino preoccupato, quando nota che come unica considerazione in merito io sia in grado solo di buttare la testa indietro e boccheggiare. Avevo bisogno d'aria. Avevo voglia di sapere  cosa si vedeva dalla finestra alle mie spalle. Respirato; guardato. Rimesso la testa a posto. Gli occhi - sbarrati - simulo concentrazione - negli occhi di colui il quale riveste le veci dell'egregio vicedirettore. Ed ecco, lui ri-parla-. Un po' abbassa lo sguardo. Un po' è imbarazzato. O forse un poco intimidito. Ma ri-parla. Dice che i miei bilanci sono tutti in negativo. Da 5, 35, 100 anni, non ho capito bene. All'improvviso perfino m'impietosisce, quasi mi sta simpatico. Gli sorrido! Largamente, apertamente. Era da un bel pezzo (5,10,150 anni) che non sorridevo. A lui sorrido. Largamente, fissamente, apertamente, indecentemente. Non più pratico di tale pratica, in pratica: oscenamente. Un po' sorride anche lui (ma di circostanza, in pratica, e, pure di circostanza, mi sembra, del sudore cola dalle tempie. Parrucchino sintetico?) e dice: D'altronde come può un'azienda ricavare profitto se i suoi bilanci sono sempre negativi, e come può retribuire i suoi dipendenti, se proprio questi stabiliscono che l'azienda non possiede denaro da destinargli? Per un attimo mi sembra che il ragionamento non faccia una piega. M'inchino. M'inchino per modo di dire, perché tutto ciò che sono in grado di replicare è un lungo, acutissimo, quasi perfetto: Squerlk. Me ne compiacerei, ma forse non è il momento adatto. Così penso che recupererò i faldoni con le pratiche dei conti degli ultimi secoli per dimostrargli che non c'è nessun errore, quella è roba di cui sono pratico. Ed ecco allora salto dalla sedia come un pupazzo a molla e senza mollare sorriso e sguardo intelligente in soli quattro balzi sono alla porta. Gli faccio un gesto che spero lui capisca. Cerco di spiegargli che tornerò presto, prestissimo. Con le prove della mia innocenza. Annuisce. Non gli resta altro da fare. Riprendo il corridoio, i corridoi. Sono belli, puliti, splendenti. Chi li manterrà così bene? Con quanta fatica, quali pensieri? Sono lunghi i corridoi. Lunghi e placidi e lucenti ed indeterminati. I corridoi hanno il suono dei passi. Mi ci vuole molto a percorrerli. Arrivo all'archivio. Faccio una stima. Sono quattro tonnellate di faldoni. Da riportare, pratica per pratica, a colui il quale, egregiamente, ricopre il ruolo reso vacante da una momentanea assenza del dottor vicedirettore. Quattro tonnellate. Ce la posso fare: ho la soluzione! Ne porterò uno alla volta. Ci vorrà solo un po' di tempo. Solo tempo. Nient'altro. Riprendo i corridoi. Avanti e indietro. Che a forza di avanti e indietro, che senso hanno l'avanti e l'indietro? Un po' a sinistra, un po' a destra, giro su me stesso, salto, atterro, volo. Stanco. Un po' stanco. Avanti. Un'altro faldone. Indietro. Avanti. Per non disturbare il signore che fa le veci, glieli lascio fuori dalla porta, non voglio dover bussare ogni volta, che noia, pover'uomo. Un altro faldone. Corridoio. Bello, quieto. Non sa più nulla. Non risuona neppure di passi. Se non i miei. Ma sono passi, i miei? Mmmmmh. Salto. Saltellino. Squearkl! Mmmmmh. Bello l'effetto eco nel vuoto. Squearlk! Il corridoio risuona di me. Bello. Quieto. Avanti. Indietro. Sono stanco. Faccio un riposino. Sì. Il corridoio. Bello, lucente, pulito, silenz... squeaarkl! 



Esimio, fiorì.
Ecco. Finito. Esco, fango. Esamino ferite. Errori forzati, eccezioni fortuite. Estimo futile. Elevandomi fallisco. Esagero, forse?
Esserci funziona, e. Fare.
Egregio fato, eco fumoso, estro fatato. Esaltanti fori.
Entra, forza. Esci, fai essere, fiorisci.

Mi svegliano delle voci. Tengo comunque gli occhi chiusi, sia mai che mi possa riaddormentare.  Provo anche a pensare a bassa voce. Non sento passi. Non sembra neanche più di stare in un corridoio. Anche il suono delle parole ha un'altra qualità. Un riverbero più ampio. Penso di ritrovarmi in un luogo più grande. Molto più grande. Mi hanno spostato nel sonno, è evidente. Dove? La qualità del riverbero non è granché, diciamocelo, quindi escluderei l'auditorium. Non si fa musica, non si canta. Stanno parlando di me. Sento il mio nome. Voglio dire: io non ricordo esattamente quale sia il mio nome, ma "sento" che è quello che stanno pronunciando. Dove siamo? In che posto si parla di me, dunque? A teatro? No... cioè, sì, forse, che le voci che sento sono proprio impostate, sembra che stiano recitando. Ma parlano di me. Quale autore avrebbe scritto un'opera su di me, e poi, atteso un mio momento di rilassamento, m'avrebbe rapito e condotto a teatro durante la prima, così, per farmi una sorpresa... ma no! però, perché dovrebbe essere impossibile? Credo di avere un'idea geniale anche stavolta: Aprirò gli occhi! Magari lentamente, senza farlo troppo notare. Ecco... piano piano... un po' di luce... gente elegante... troppa luce... niente sgranocchiare di patatine... no, non è un teatro... è un tribunale. L'aula di un tribunale. Oh! Mi stanno processando. Dicono che Oh!hO tentato di murare vivo il sottovicedirettore nel suo ufficio. Toh!

Eccellenti fioriture.
Esseri folli.

Eccolo, lo spettabile vicedirettore. Sta facendo deposizione. Parla di me. Ora mi indica. Io lo guardo e gli faccio un largo, simpaticissimo sorriso. E lui mi toglie i suoi occhi. Dice che Sì, in effetti mi aveva in qualche modo incaricato di verificare dei vecchi conti, ecco, gliel'aveva ordinato il vicedirettore al quale era arrivato il comando dal direttore, al quale si sa, le cose arrivano da dove le definizioni si confondono in una nebbia mistica, ecco, ma certo non s'aspettava una roba del genere (così s'è espresso) che poi non mi ha più visto tornare, ero stato strano, sono strano, sembravo proprio un tizio strano, facevo strane cose, ed Ecco quand'era arrivata l'ora per tornarsene a casa, ecco, non gli riusciva più di aprire la porta dell'ufficio e non ne capiva il motivo, così, alla lunga ha cercato di forzarla ma lui di certo, come ammette, non ha la forza di un vicedirettore o di un direttore o di chissàcosa sta lassù, sempre più in alto, poi per l'irritazione ha cercato di sfondarla ma nienteniente quasiquasi finisce per sfondarsi una spalla e allora ha telefonato alla segretaria, quella è arrivata e gli ha gridato da fuori la porta che l'ingresso era bloccato da un muro di faldoni e allora lui ha replicato Ma che li sposti, signorina, e lei, la signorina, si è giustificata dicendo che non ce l'avrebbe mai fatta da sola, erano troppi, E allora chiami qualcuno, dice lui. E qui si ferma il racconto. Prende fiato, si asciuga il volto madido. Mi ri-guarda. Sembra un po' disgustato, quell'ingrato. E io gli tolgo il sorriso. E quello ricomincia: Sì, ecco, e allora hanno chiamato i pompieri, sissignore, i pompieri. E quelli, in otto che erano c'hanno messo un'ora a spostare tutta quella roba, che io non so neppure che gli è preso a quel signore là (parlando di me, ma senza il coraggio d'indicarmi o di guardarmi) di tentare di murarmi vivo, che gli avevo fatto, io? E poi l'abbiamo trovato in un corridoio che dormiva, sissignore, tranquillo e placido, come se niente fosse successo ed allora abbiamo chiamato la polizia ed ecco che quelli se lo sono portati via in braccio come un bambino e, per direttissima, eccoci qua. Qua-qua. Quaqquaraqquaqqà. (Questo non l'ha detto, lui. L'ho pensato io. Ma neppure io l'ho detto. Non è che si deve dire tutto quello che si pensa. E poi è meglio evitare, prima che si convincano che sono uno strano tizio davvero.)

Quando mi chiamano a deporre, scatto, tutto contento. Metterò fine a questo equivoco, finalmente. Mi scoccia pensare che la gente creda che io sia un tizio che se ne va in giro a murar viva la gente solo perché non la pensa come lui. Poi, per di più, quell'ingrato mi stava pure simpatico. E quella finestra, nel suo ufficio... non poteva uscire da quella? Sarà stato il primo piano, santocielo, si faceva un saltino, che sarebbe stato mai... comunque mi avvicino alla poltrona alla destra del Giudice, vicino a lui, dove sarò interrogato. Lo faccio con piccoli, eleganti, lievi saltelli. Voglio dimostrare (e chissà quanto mi converrà) che non sono un matto. Così nel frattempo rivolgo ossequiosi eloquenti sguardi alla giuria accompagnati da piccoli eleganti lievi squeek-squeart in tutta scioltezza... ed eccomi seduto. Sorridente. Rassicurante. Arriva il tizio che impersona il pubblico ministero e mi chiede se davvero volevo murare il sottovicedirettore, se l'ho fatto perché temevo di venir licenziato, se non mi sembra d'aver agito in modo perlomeno esagerato, ecceteraeccetera qua qua qua papparappappà... e mi accorgo, ascoltandolo, che cola biancastra dalla mia bocca copiosa ma Non del tutto inelegante una cascatella di salivaccia bavosa che credo comunque non deponga proprio a mio favore, oh no insomma volevo provare a dire qualcosa a mia discolpa ma senza parole così come sto... con quali pensieri, con quali gesti? Non potevo spiegar loro che io volevo solo accumulare quei faldoni là fuori perché non lo volevo disturbare ogni volta... sarebbero stati pronti per l'inverno, ecco. Finita. Posso solo continuare a sbavare, capo chino. Mi sono intristito. Ecco, il pubblico ministero chiede al giudice che si commini il massimo della pena previsto per questo genere di reati. E' una brutta cosa, secondo me. La gente grida, inveisce. E... la giuria non ha neppure fatto in tempo ad uscire che già è rientrata, il sottovicedirettore piange, il pubblico ministero tenta di consolarlo e gli porge un fazzolettino, ed io qui che sguazzo in una pozzanghera di saliva, tutta roba mia, per carità, ma chi viene ad asciugarmela... ecco il signore vestito da giudice che riceve il verdetto gli da giusto una scorciatina, mi sembra soddisfatto, beato lui, io intanto sto producendo un bel laghetto che arriva a lambire i piedi dei giurati del pubblico del pubblico ministero del pubblico ministero pubblico ed ecco il giudice ne da lettura, ecco dice che l'imputato è colpevole, ecco, l'imputato è condannato a morte e giù urla di giubilo forsennato che fanno tremare le mura degli spalti su al loggione si sgolano ed il coro chiede il bis, la sentenza, si dice va eseguita immediatamente tutto per direttissima, non c'è tempo da perdere, efficienza, per dio, mi chiedono se ho qualcosa da dichiarare ed io che penso che la pena sia perlomeno almeno un poco eccessiva - che gli posso dimostrare come il sottovicedirettore che adesso vedo abbracciato alla moglie con gli occhi sulla segretaria poteva tranquillamente sfuggire alla tumulazione scivolando giù dalla finestra - ed ecco muto nel glaciale nuovo silenzio d'attesa smonto dalla bella poltrona in un sol balzo sono alla finestra e prima di saltar fuori oltre ai drappi ai sipari scorgo quelli che mi rincorrono per acchiapparmi ma finiscono tutti col sedere per terra scivolando su quel mio bel mare vischioso che ho prodotto io e che popolerei di pesciolini belli se ne avessi il tempo ma quello stringe devo dare una dimostrazione di come sia semplice sfuggire alla morte e mi butto in strada, saranno quattro metri, speriamo capiscano il mio messaggio, quattro metri che sono, è solo un salto in mezzo ad un poco d'aria impilata.


Volare, bruciare, nuotare, seminare.

In strada. E neanche troppo lontano in linea d'aria, dal corridoio A-B. Ma anche qui è bello. Sorprendentemente. Perché non ci venivo mai, qui? Ora. Cosa si fa in questi casi? Sarò braccato... In questi casi, la tana è una trappola, si sa. Non li voglio sentire abbaiare. Fuggirò. E a lunghi saltelli affronto il rettilineo, poi, via, in curva, brevi zampettii molto accurati, ... traiettorie impercettibili ... ma sono stanco, oh, ormai mi stanco molto velocemente, è stata una giornata, son state alcune giornate, molto stressante, troppo stressanti... poi ce li ho tutti addosso, tutti, tutti molto vicini, giuria, giudice, pubblico ministero, poliziotti, quella donna, il loggione tutto, il sottovicedirettore, e il direttore - chissà - , il boia, tutti vicinissimi, anzi, alcuni saranno proprio qua dietro, alle mie spalle, stanno seguendo la mia traccia odorosa, non oso girarmi per controllare, altri avranno aggirato l'edificio e me li troverò davanti, tutt'attorno, è evidente, non posso più scappare, non so dove, arranco, come, barcollo. Cado. Mi rialzo, barcollo. Devo cercare un rifugio, non ho più fiato, devo nascondermi, non ho respiro, non respiro.

Un portone socchiuso. M'infilo. E' buio. Troppa luce fuori, troppo buio dentro. Non vedo nulla. Inciampo, cado. Sono inciampato contro ad una panca. Vedo. E' buio, ma vedo. E' una chiesa. Vuota. Vuota di persone, ma: dipinti. Scritte. Vietato fumare. Uscita d'emergenza. Vie di fuga. Sistema antincenso. Alfa ed omega. Divieto di crocifissione. Mantenere la fila. Questa chiesa non è un albergo.Dietro all'altare c'è dipinta una figura minacciosa. Dovrebbe essere nell'atto di benedire, credo, ma tiene il braccio alzato, mi fa paura. Temo che voglia calarlo per colpirmi. Mi piace di più lo stesso personaggio qui, in questa scultura di legno. E' a braccia aperte. Credo mi voglia abbracciare, ce l'hanno messo. Con chiodi corde spine sangue tagli nel costato e tutto. E come t'abbraccia, inchiodato. Che roba. Che tempi. E' fresco, qui dentro. Si sta bene. C'è anche un bel profumo, tutto sommato. E' silenzioso, non risuona di passi o squearlk o grida o condanne a morte, ora. Silenzioso. Mi accoccolo alla base della scultura. Dormo. Sogno. Questo, sogno: che quella gente che mi insegue arriva qui, mi trova. Mi sollevano come si farebbe con un sacco della spazzatura. Mi portano dal boia. Il boia mi guida in una grotta. Sotto terra. Fresca, silenziosa. Dopo un lungo cammino, al buio, arriviamo in una stanza dove troviamo quella donna, e pure l'altra, quelle donne, in una, legate al terreno. Legata al terreno. A braccia aperte. Ed ecco, mi prendono e mi stendono sopra di lei, faccia contro faccia. Mi ci crocifiggono sopra. I chiodi penetrano la pelle delle mie mani, dei miei piedi, poi si aprono una strada metallica nelle mie carni, spezzano le ossa, bucano la pelle delle mie mani, dei miei piedi dall'altra parte, uscendo, per poi penetrare la pelle delle mani e dei piedi di quella donna, aprono la sua carne, spezzano le sue ossa, e poi, uscendo, si fanno un varco ancora nella sua pelle e si inchiodano giù, nella dura eterna roccia. A terra.

Precipitare, ardere, annegare, seppellire.

Ma no, io no, Per Dio, non mi farò inchiodare, noSsignore, manco per niente, né con una donna sopra né con una donna sotto, non ho proprio nessuna intenzione di farmi penetrare da chiodo alcuno, ho altro da fare, io, che star qui a farmi crocifiggere sulle carni altrui, con rispetto parlando, non ho proprio ambizioni di martirio né di santità e per quanto riguarda l'occasionale dicitura calendaristica concernente il succoso bonus agiografico riguardante l'eventuale mia verginità, di questo non voglio parlare, dacché non so davvero nulla a proposito, ma di certo preferirei, a scanso d'equivoci, comunque, chiaramente, non debuttare in tal senso facendomi penetrare da roba che per quanto possa non essere pure arrugginita di certo mi potrebbe provocare ben altro che febbri più o meno letali ecco io me ne voglio andare da questo luogo squallido di martirio morte omicidio e resurrezione eventuale, devo fuggire al sicuro, questo posto da dove fuggo è l'antro di un macellaio, uno che promette il paradiso con la scure in mano, ma... dove, dove trovare riparo se tutti mi inseguono, tutti vogliono la mia cavolo di pellaccia, e manco io so perché, né so dove sia tutto questo più o meno incominciato se non che da quel giorno in cui vidi quella strana donna alla finestra tutto è girato in modo che da un impiegato anonimo e gaiamente amnesiaco qual ero - grigio ma perlomeno al sicuro - mi sono trasformato in una ricercatissima preda per antropofagi giurisprudenti certamente assassini alla caccia di prede da santificare e/o scorticare - mica sono cannibali che s'accontentano di mangiare roba che trovano già morta, e poi chissà di che cosa, quali infezioni - ed ecco, dato che la mia mobilità è comunque decisamente inscarsitasi col tempo ecco mi rendo conto che la mia fine necessariamente non si andrà a situare troppo lontano [concetto spaziotemporale] ed ecco dunque realizzo che l'unica soluzione che mi si prospetti al momento, sottilmente vendicativa e forse agli occhi di qualcuno pure del tutto gratuita, sta nell'entrare nella casa di quella donna della finestra, entrare da lei, prenderla e da quella finestra ohggiesù finalmente lanciarla.

Per rimirarla poi da dove lei rimirò me. 
Ecco la vedetta.
Vendetta.

Ecco, allora, di corsa, come di corsa posso fare, esco, sbandando, sbattendo, apro con una spallata il portone di questa chiesa ed eccomi di nuovo finalmente in strada alla luce, all'aria. Guardo a destra e a sinistra, anzi, prima a sinistra e poi a destra, questa cosa qualcuno deve avermela insegnata, è così che si deve fare, questo è l'ordine giusto. Beh, comunque né da un senso né dall'altro giungono folle inferocite, guardie armate, popolani infoiati alla luce delle fiammeggianti torce, che è ancora giorno, è ancora chiaro e comunque niente torme villiche indemoniate, neppure con torce spente, per non parlare di forconi, siamo pur sempre in città, forse esagero dicendo che tutto ciò mi delude. Ma... sia. La strada è libera. I pochi che passano sembrano non notarmi o non volerlo fare. Forse non sono ancora famoso. Il palazzo della donna è laggiù, davvero poco lontano. Con due balzi attraverso la strada, tre, altri, piccoli balzi ed eccomi alla portellina d'ingresso di quel palazzo, SQUEERKL KREEEAK ed ecco i liberi viandanti sulla libera strada che ora un poco mi notano, ma l'ingresso mi viene spalancato da un portiere certo non troppo zelante, sta col capo chino, non ho neppure suonato, né c'ho tenuto troppo che mi si vedesse bene in faccia, potrei essere un malintenzionato ed anzi proprio lo sono, ma forse il portiere questo l'ha capito, lo sa bene che a sbarrare la strada ai cattivi ci si fa solo male, ah sì, io sono così, son cattivo, costui pensa che io sia cattivo, beh, no, non lo sono affatto o forse sì comunque la cosa non lo dovrebbe riguardare, da quando in qua i portieri si permettono di emettere giudizi morali sugli ospiti, ma basta, ora lasciamo stare, sono dentro, vado lassù, la prendo e la butto giù, già questo è il programma: io da giù a su, lei da su a giù e tutti felici e contenti... è il terzo piano, sì, questo lo ricordo bene, sulle scale volo, faccio i gradini treatre, quattraqquattro, cinqueacinque, le salto le scale, le divoro, ecco, eccolo il piano. Dovrò riflettere sulla mia incapacità di procedere in orizzontale e di spiccare nella corsa verticale, ma un'altra volta. Sento, poi, di aver sviluppato un senso dell'orientamento praticamente bussolico, è una parola che m'è venuta quando ho capito subito qual era la porta giusta e non era facile, che sono tutte porte uguali, ma la mia, quella giusta, quando pensavo di provare a bussare mi sono accorto ch'era socchiusa, sì, o meglio, nell'ottica del bicchiere mezzo pieno, era semiaperta ed ecco la spalanco piombangomici contro ma appena entrato ho stavolta l'accortezza di chiudermela alle spalle perché non voglio darLe una via d'uscita così facile quando tenterò di prendermela in spalle per gettarla dalla finestra, anzi, è intelligente che prima che io la trovi e la prenda, apra la finestra, che rischia di risultare un'azione difficoltosa, in seguito, con in braccio una donna che potrebbe non essere troppo felice del trattamento che le viene riservato, ecco, eccola la finestra maledetta, che se fosse stata murata io adesso sarei un libero grigio sanoesalvo impiedatuccio neurolabile pieno di piano futuro, mentre adesso tutto quel futuro, per colpa di questo assurdo buco nel muro, si va consumando intero in questi pochi ultimi istanti di caccia.


Prima di aprire la finestra, ho guardato, seminascosto, giù di sotto e ho visto la strada che io percorrevo quand'ero felice e non sapevo cosa fosse la felicità, l'ho saputo solo scontrandomi con l'infelicità e questa è una cosa proprio triste e osservo la faccia di quelli che passano laggiù, e nessuna di quelle facce è la mia faccia, son tutte persone che non hanno conosciuto l'infelicità e non sanno cosa si stanno perdendo e allora un po' per salvarli, un po' per dannarli, li guardo da quassù, fissandoli, nella speranza che mi vedano, si sconcertino, gli capiti ciò che è capitato a me quando stavo la come loro, protetto da un'illusoria cupola d'invisibilità, e che poi finalmente vaghino liberi nel mondo a comprar cappelli, a cercare qualcosa di bello per coprire la loro nuova scintillante gobba, a murar vivi sottovicedirettori d'ufficio e i più fortunati a murar vivi direttori addirittura.

Del final di corridoio arrivo in dirittura.

Mi volto: la sala è vuota, deserta. Niente di niente. Nemmeno polvere. Un nulla molto curato. Solo muri. Buchi nei muri, finestre. Nelle altre stanze il medesimo, confortante, vuoto e silenzioso ordine. Dov'è la polvere? Nessun'ombra di lei, né di nessun altro. Nessun odore di donna. O di uomo. Non orme. Non impronte. Non insetti. Mi stupisco che questo sia davvero un luogo. Solo un contenitore. E la mia ombra. Polveroso, il mio corpo. Goffo, mostruoso corpo. Ombra riecheggiante nel nulla. Miserrimo contenuto.

Una cosa... solo una cosa in tutto questo enorme appartamento... quest'abitazione senz'abitanti: questa cosa è un quadro. Un quadro, affisso ad una parete, qui, in questa che sembrerebbe una camera da letto senza letto, un quadro ed un chiodo, un chiodo ed una cornice ed i muri e le porte e le finestre e, soprattutto, quella finestra è quanto davvero importa sia contenuto in quest'oggetto che non è neppure una scatola, finché vuota, e che dovrebbe ospitare persone e proteggerle dal caldo, dal freddo e dal mondo ma no, non contiene nulla. Il quadro l'ha dipinto lei, la donna che stava con me in A, lo riconosco. Riconosco la sua mano, i suoi pensieri. Quella donna che stava con me in A ed è poi è sparita, lasciando vuota quella casa e forse ciò che pensavo sul fatto che le due donne fossero una non era del tutto sbagliata, da che, com'è sparita quella, pure questa l'ha raggiunta nello stesso nulla, ed ecco io credo che se tornassi di corsa ad A non troverei altro che i muri ed i pavimenti, gli infissi, l'intonaco e null'altro se non un quadro, un chiodo ed una cornice. Chissà dove è stato gettato il martello! Ma il quadro, ecco il quadro, io lo voglio descrivere, perché potrebbe aiutarmi a capire quale strano significato può avere questa strana pittura, questa tela delirante: una riga orizzontale taglia il rettangolo della visuale. Dal centro verso l'alto, radici. Dal centro verso il basso un albero di rami spogli. A una radice è appeso un impiccato, i piedi tendono verso il centro. Ad un ramo è appeso un impiccato, i piedi tendono verso il centro.Se la linea orizzontale non fosse una barriera, ma solo una fragile linea ideale, facile da sfondare con il peso del proprio morto o morente corpo, l'uomo appeso ai rami, se si tagliasse la corda, sprofonderebbe fino al centro della terra. Ma l'uomo appeso alle radici, livero dal cappio, volerebbe fino al cielo.


Non posso mettere l’appartamento a soqquadro.

Ed allora, che faccio?

Allargo le braccia.

E grido.

Grido forte, fortissimo, altissimo. Sento, finalmente, in questo guscio di nulla, in questo uovo vuoto, nido abbandonato, sento, finalmente, viva materia che riempie, che smuove, sento i muri vibrare, le mie grida riecheggiare giù per la tromba delle scale, su per la tromba delle scale. Crollerà, questo palazzo, Grazie alle mie grida. Non solo le mie. Infatti, quando, tra urlo ed altro mi costringo a prendere fiato, sento altre grida. Non mie. Sono i vicini di casa. Questa categoria così specifica. La casa. I vicini di casa. Sì: gridano pure loro. Ma non come faccio io, non con le mie intenzioni. Urlano aiuto aiuto polizia, chiamate la polizia, c’è un pazzo nell’appartamento 6 o 7, 3, 8 o 2, 18 o 0 O cos’altro non so, pare che all’improvviso io abbia del tutto perduto il mio orecchio per i numeri ed una volta non avevo altro, ma tant’è ecco adesso la torma di selvaggi mi tornerà alle calcagna, devo fuggire, fuggire ancora, ed allora esco, esco asciutto e vergine, senza vendetta, senza carne, senza crollo e/o trionfo filistei spiaccicati e/o convertiti, niente di niente dal nulla tornato vuoto silenzioso fuggo, fuggo in alto, verso il tetto, dalle scale, verso l’alto perché, come le fiamme verso l’alto so solo bruciare.

Eccomi. Sul tetto. Sul tetto che ospita me.

La fiamma.


Un poliziotto, come quelli dei telefilm americani degli anni '70 - non l'ho mai incontrato, ma lo riconosco, è lui - non me lo sto sognando, è proprio così, con quel cappello - avrà qualcosa da nascondere? - proprio come in televisione il cappello - quando uno è un bel poliziotto è un bel poliziotto - m'è saltato fuori sul tetto si staglia virile contro alle nubi contro 'l cielo - guarda te mi vien da dire, chiami la polizia, si dice sempre, e pensa un po', quella arriva davvero - a gambe larghe piantato giù come una quercia, grida e si agita ma non gli cadono ghiande, grida a me, mi vuole, vuole me oh dio cos'ho io che lui vuole, oh ecco, ci mancava, come se non me l'aspettassi, ecco estrae quella stupida pistola, che stupido ad estrarre quella stupida pistola per puntarla contro di me, contro di me che non ho niente contro di lui, niente per lui, non ho niente per te, mi fermo e voltato verso di lui proprio glielo direi, a braccia aperte mi metto - le mani in alto son pronte  a colpire, le braccia larghe ad abbracciare - glielo faccio vedere, guarda, non ho niente, proprio niente per te, mi dispiace, ripassa, e mi risponde, quello, ma non capisco cosa, è perché non sento, sì, ecco, cioè, no, non sento più, da quando sono sul tetto sento solo vibrazioni e profondi boati di cui non so individuare la provenienza, percepisco il movimento con grande precisione e rapidità mi sento veloce e leggero, una direzione mi chiama, non una destinazione, ma un nuovo concetto, un senso inatteso, non sono né A né B che mi chiamano, ma quella cosa che nasce quando A scopre che da qualche parte è sorto B, guardo quell'uomo testardo e glielo ripeto, senza voce, certo, glielo ripeto, un grido, un canto forse mi esce dalla gola, ma se ne frega, quello, o non capisce o non capisce e se ne frega e questo è il guaio e giunge fino a pochi passi da me e spara, spara in aria, che gli avrà fatto l'aria?spara per spaventarmi, quel folle, ma io, io sono già spaventato, non vedi?e adesso corre, corre pure, adesso, verso di me ed io allora d'istinto mi giro perché vorrei almeno non vederlo, che mi farà piangere così, cosa gli ho fatto, cosa vuole da me?non ho niente per lui, niente per nessuno, non sono niente per te, per nessuno, nessuno per nessuno, niente per niente, niente per nessuno per niente, voglio solo aria, aria, aria, io voglio solo fare da A a B, lo voglio essere, è questo il mio desiderio, senza che nessuno spari in aria per fermarmi, è mio diritto - è il mio dovere -invece, ecco, come una belva, un rapace salta verso di me aggrappandosi al primo mio brandello che gli capita sotto agli artigli, lo tira verso di sé per prendermi tutto, è questa la sua strategia, habbrancato una manica del mio cappotto e questo finisce per facilitare la mia rotazione e denudamento ed in mano gli rimane solo il cappotto - voleva il mio cappotto, invece, forse?beh, eccotelo! 
E mi si scoprono le spalle, le spalle del gobbo di notredame, la gobba del gobbo di nostrasignore, di nostresignore, ma gobba non è e si spiega finalmente non stavo diventando un cammello si spiega tutto le spalle erano ricoperte di piume tutto si spiega le ali si spiegano, due ali grandissime, che meraviglia, però quel pazzo non molla, non si meraviglia, lui, getta il cappotto, il mio cappotto, gliel'avrei lasciato se l'avesse voluto, ma lo getta, non lo vuole, vuol me, proprio me, nient'nessun'altro, allora devo, voglio fare un altro passo lì sul bordo, sul cornicione, e poi, ne voglio fare un altro, ho le ali, devo volare, devo volare perché ho le ali, ed infatti spicco ho spiccato, volo, sto volando santoddio, sto volando io oh voi laggiù formichine diavoli dannati, eccole, eccoli tutti, là sbigottiti in strada, le bocche spalancate in tonde, urlanti vocali e gli occhi pronti al pianto di stupore, di vergogna, meraviglia, piangano, piangano pure, adesso io volo, ho le ali, posso volare, posso volare quindi ho le ali, planare, posso, migrare e tornare a primavera, nello stormo, con lo stormo, tienti il cappotto, terrò la testa sotto alla mia ala calda, piangano, piangano, piangano pure.
Vorrei!
Voglio!
Posso!


burn
verbo: burn, blaze, glow

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