INVERNO GIORNO - ULTIMA ALBA: AZIONE

Lui è immobile, dritto, col capo chino. Forse gli occhi sono chiusi. Mentre lei, lei... gli cammina intorno, senza posa, senza stanchezza, tenendogli sempre gli occhi addosso, come con noi fa la luna. S'avvicina, poi, ed arriva a parlargli sfiorandogli con le labbra gli occhi, la bocca, il mento. Abbatte definitivamente quella naturale barriera di rispetto ch'era sempre, necessariamente, esistita fra lei -allieva- e lui -maestro-.
Lui. Lui sembra una pianta spezzata, senza vita. Stride eccome, il contrasto con il fondale, che ci vuol ricordare l'arrivo gioioso della primavera. Lui sembra una pianta che non si potrà aggregare a quel ciclo di rinascita.
Lei invece è vitale, partecipa a questo cambiamento e il suo orbitare concentrico ci sembra la danza di un rampicante, pronto a chiudere quella traiettoria, pronto ad estinguere quell'ultimo alito di vita nascosto in quel tronco spezzato ed agonizzante, stritolandolo, suggendone la dimenticata linfa. Trasformandolo.
La luce, perfettamente calibrata su di loro, fa però solo risplendere lei. Lui la assorbe, sembra già una cosa morta, se ne nutre disperatamente.
Lei, infine, dicevamo, gli parla. Anzi. Sussurra. E' così vicina al suo viso che quasi le basta soffiare le parole senz'emettere suono. E lui non è certo se realmente queste parole riesca in qualche maniera a udirle o non siano invece in qualche modo decriptate e tradotte dalla sua pelle stessa, umida del calore di quel fiato muto, ed in grado, chissà come, di leggerne ed interpretarne la forma.

Il sole sa che il nostro pianeta gli parla. Ma le preghiere che gli s'innalzano restano intrappolate, prigioniere del cielo. Raggiunto l'apice della loro ascesa, precipitano a terra, trasformandosi in terribili maledizioni e bestemmie.

Lei sussurra:
“Maestro... voi non dite tutta la verità...”
Il fondale la ricorda solamente, la primavera. E' una scenografia simbolica.
“O meglio... la verità che mi avete raccontato, contiene in sé anche la via della sua stessa negazione.”
Lui continua a non muoversi. Sì, continua, perché certamente, è, la sua, un'azione di grande forza, e di resistenza.
“Maestro...”
Gli accarezza i capelli, ora, spettinandolo. Poi, gli sfiora la guancia, e le labbra. La sua mano scende accarezzandogli il collo, quindi stringe la spalla.
L'abbraccia.
Ecco.
Il rampicante finalmente sugge l'ultima linfa di quella pianta. La strangola, la mette a morte. Ma solo simbolicamente, è ovvio. Come la primavera dipinta sul fondale.
Dal buio, improvvisamente, giunge una voce. E' gridata. E quindi sgradevole, inopportuna, ma, a quanto pare, inevitabile:
“Va bene, va bene così per oggi. Abbiamo finito, ci rivediamo domani alla solita ora. Grazie, arrivederci.”
Si sentono, dal buio, passi allontanarsi.
Rimangono, loro, invece, così, abbracciati, o meglio, lei abbracciata a lui, che ancora non ha mosso un dito. E qualcuno spegne quell'ultima luce su di loro, e sulla primavera dipinta. Quella pianta ed il suo rampicante svaniscono nell'oscurità totale.
Si sente odore di polvere che arriva dal basso.
Rimangono, loro, immobili, là, al centro di quel mondo buio.


Ecco che finalmente lei si scosta, fa qualche passo indietro e rimira il “maestro”. Lo guarda ancora a lungo, potendone in realtà solo ricordare i dettagli e riuscendo solo ad intuirne la forma, in quell'oscurità. Senza dire una parola si allontana. Lui si scuote sentendo i suoi passi. Alza la testa, volta le spalle a quei suoni ed anche lui se ne va, lasciando vuota quella notte.

Quando si ritrovano sono in strada e camminano fianco a fianco, in silenzio. Fuori, dove stanno ora, è notte vera. E' buio vero, sempre che anche qui non sia solo tutto finzione, ma una grande finzione, una finzione universale, un luogo dove accade che la luce venga spenta e non sai da chi, non sai come. Non sai nemmeno se sia pure la stessa mano, poi, che riaccende quella luce o un'altra, o che queste siano forse in lotta, e che possa accadere, un giorno, che una mano abbia la meglio sull'altra e sia sempre buio, poi, o sempre luce.

Prima o poi, questa guerra avverrà. O forse è già stata combattuta da tempo e la mano vincitrice, conquistato il potere di quella perdente, inscena in continuazione la notte, o il giorno, che non gli appartengono. Noi non c'avvediamo della differenza. Verrà un giorno in cui questa finzione cesserà, perchè la mano vincitrice vorrà mostrare al mondo il suo trionfo.

Scivolano fuori, insieme, dal vicolo stretto addossato al teatro. Gettano, seppur nel buio, un poco d'ombra. Questa si fa sempre più scura tanto più s'avvicinano alla scintillante strada che incrocia il loro cammino alla fine di questa stretta, prima, breve parte di viaggio. A pochi metri dall'incrocio, saliti sul marciapiede lungo la grande strada, si prendono per mano. Non è una dimostrazione d'affetto, è un istinto. La loro pelle ode le parole mute che giungono dalla pelle altrui.
E mentre gente li scarta indifferente e gente essi indifferenti scartano, avanzano, nella luce artificiale, fra le persone, verso le proprie case.

Le loro case stanno nella città, come tutte le altre case. Eppure, il mondo che le ospita non è tanto grande quanto quello che loro nascondono fra le proprie pareti. E nulla rispetto a quello stretto nel perimetro dei loro cuori.

Li vediamo, ancora, camminare insieme. Ora lei sta stretta al braccio di lui. Non è amore: è praticità. Si sfila più agevolmente fra le tante persone. Si sente meno freddo. Si pensa al teatro, alla scena dell'abbraccio.
Lui tiene alto e sospeso il suo sguardo fintamente vigile. Deve sembrare, a qualcuno a cui la cosa possa interessare, fra quanti l'incrociano, ch'egli la protegga sotto alla sua ala.

Ma non ha protezione, lui, da offrire e non ha, di certo, neppure ali. Gli rimane solo un po' di calore. E il suo movimento è solo finzione.


Si separano, finalmente, all'ennesimo incrocio, silenziosi, con saluto di sguardi, che non è saluto ma solo sguardi, è solo educato congedo, è solo: vedo, te ne vai, è solo -oramai- il ricordo di un arrivederci.


Le loro case li accolgono gelidamente. L'inverno, la morta stagione, tarda, quest'anno, a morire.

Un secondo prima che abbia inizio la prima alba d'inverno, proprio soltanto fino a quell'istante, la notte era sicura d'aver vinto la guerra, d'aver preso definitivo sopravvento.

Quando le pareti delle case incominciano a restituire un po' del calore preso dai loro abitanti, è già tardi, ormai, ed è solo tempo per dormire.
Squilla, il telefono di lui. Già sa che è lei, dall'altra parte della città, dalla sua casa, collegata da un filo, che lo chiama. E così risponde senza parlare. Ed essa senza parlare lo ascolta. Non è una telefonata muta. E' una buonanotte. E' una promessa.

La notte scorsa lei lo ha sognato. Le chiedeva di accompagnarlo in un luogo poco lontano, ma lei si spazientiva e gli rispondeva che doveva imparare a cavarsela da solo, che non poteva aver sempre paura di dover fare due passi senza di lei. Così s'era mossa da sola verso il luogo che lui le aveva chiesto di raggiungere insieme, e poi, voltandosi, s'era accorta che lui era scomparso. Non era la prima volta. Capitava sempre che sparisse, così, senza lasciar traccia, e non c'era mai stato modo, in quei casi, di ritrovarlo senza che lui lo volesse. Ciò la inquietava estremamente, ma aveva dovuto rassegnarvicisi. Tornava, così, in questo sogno, a casa. Poi, nel suo letto venne svegliata da un campanello. E veramente si svegliò, perchè veramente credette di sentir suonare. Ma incerta se quello squillo fosse sfuggito dal sogno o penetrato dalla realtà, rimase dubbiosa sul da farsi sotto al tepore delle coperte. L'idea, inoltre, che nessuno avrebbe suonato a quell'ora alla sua porta, l'aveva tranquillizzata, ma non del tutto.
Qualcuno, si convinse, l'aveva davvero chiamata. Nel sogno o nella realtà. Scorse, nel frattempo, lame di luce disegnate sulla parete di fronte, Luce che penetrava dalle fessure della tapparella socchiusa, che timbravano su quel muro un pentagramma vuoto e ronzante. Si decise così ad andare alla finestra dove le si parò davanti imperiosa, quasi violenta, un'enorme luna piena che dominava il cielo, colorando la distesa di neve sottostante d'un azzurrognolo chiarore quasi abbacinante.
Tutto il mattino seguente lo passò chiedendosi se la luna, in sogno, o qualcuno per la luna, suonando il campanello, avesse voluto richiamare la sua attenzione.



Passa un giorno. La mano che porta luce strappa al nemico qualche centimetro di terreno.

Stavolta, dopo aver telefonato, prima d'andare a letto, si ricorda di guardare dalla finestra. Il cielo è pesantemente rannuvolato. Non passa un filo di luce. La notte sarà buia e senza sogni. Senza chiamate.

Mah! Anche la mattina seguente è buia. Il grigio cielo d'inverno non perdona neppure il sole, oggi. O... forse... c'è da credere che quella mano che vuole la luce spenta stia vincendo la sua guerra santa.

Lui, arriva, come sempre, un po' in anticipo. Ma stavolta non le va incontro, rallentando magari il passo, com'è solito fare. Si ferma sul vecchio ponte, a guardar giù il fiume che inevitabilmente scorre. Lei, giungendo dalla solita strada, sulle prime non lo vede. Finalmente, poi, lo scorge, gli si affianca ed insieme, gomiti sul parapetto, guardano giù.

Non averlo visto subito, come ogni mattina, le ha fatto ricordare il sogno. Non glielo racconta, ma gli dice: “Anche se sei sparito, io ti ho perdonato. Sai quanto mi hai fatto soffrire?”

Oh, moltitudini, quale meraviglia, ancora? Quali significati cercate, scrutando nell'oscurità che voi stessi avete generato? Tutto va come deve, semplicemente.

“Lo sai?”, insiste.
E lui, senza guardarla: “Se non lo sapessi, il tuo perdono sarebbe stato inutile.”
E così, insieme, si incamminano.

Se il fiume da un momento all'altro scorresse in senso opposto a quello attuale, non starebbe facendo altro che seguire la corrente. Una corrente nuova, La corrente.

“Si dice: ...essere liberi come uccelli... vorrei volare libero come un'aquila... volare libero... libertà... libertà... sempre, parlando d'uccelli, gli abbiniamo il concetto di libertà.”
Così lui parla, seduto, calmo. La sua voce è grave, profonda, ferma. E' stridente: il suo corpo è così gracile, così secco. Essenziale... esiziale.
“Ma cosa credete che siano liberi di fare, gli uccelli? Dove credete che siano liberi di volare? Quale libertà credete che essi abbiano?”
La sua classe ascolta, silenziosa e ferma. Siedono per terra. Il fondale rappresenta un portico. Vuol forse essere un richiamo alle antiche scuole greche di filosofia.
Agli studenti assorti, pensierosi, chiusi in una muta riflessione, fa eccezione Lei. Lei lo fissa a testa alta. Il suo sguardo è ironico. E' di sfida.
“Essi devono procurarsi il cibo, poi migrare, poi riprodursi, poi procurare il cibo per la prole, poi crescerla ed educarla. Educarla a cosa, secondo voi? A volare. Per migrare, indietro, e ancora. E' questa, la loro libertà? La libertà ideale a cui noi tendiamo?”
La luce a questo punto sfuma e si concentra sul maestro, immergendo il resto dell'aula nel buio. Lei si alza e gli sorride. Arriva vicina al maestro e gli tocca una spalla, così, come si farebbe per consolare un bambino. Squote impercettibilmente la testa. E lui continua a fissare davanti a sé e:
“E tu? Cos'altro credi di poter essere, di differente da ciò che sei? Tu, tutto ciò hai fatto e farai è determinazione di una scelta obbligata imposta dalla tua natura. Ciò che sei e ciò che ti circonda decidono ciò che farai. E proprio quando finalmente prenderai la via più folle, più inusitata, che tu credi così lontana dalla tua natura da poterla sfidare, ti accorgerai che quella strada era l'unica che potevi imboccare e che tutto quanto ti vado dicendo, è verità.”
Ora lei si volta, dandogli le spalle e coprendolo alla vista dell'aula e della platea.
Si stringe le mani attorno alla gola.
Ma ride.
Ride follemente.
Qui si chiude il sipario.


Sorridono, sorridono ancora, fuori dal teatro, all'aria aperta, all'ultima luce del giorno, al cielo di latte, silenzioso.
Ai primi fiocchi di neve.
Ai primi fiocchi di neve che cadono sugli ombrelli aperti di alcuni passanti.
Sorridono, infine, ascoltando il suono di quei piccoli fiocchi, che finiscono la loro corsa su quegli ombrelli. La sinfonia della morte del volo della neve. Lui cerca di ricordarsi dove già ha sentito quello stesso suono. Nella sua memoria irrompe improvvisa l'immagine di alcuni scarafaggi che galoppano festanti fra le briciole sulla tovaglia di tela cerata della nonna. Anche la neve e gli scarafaggi hanno qualcosa in comune.

Non si spegnerà il loro sorriso, neppure quando, mano nella mano, in piedi sul parapetto del ponte, si guarderanno quell'ultima volta prima di spiccare il volo, bellissimo, un magnifico volo d'uccelli senz'ali, di esseri che volano non potendo volare, di esseri meravigliosi, silenziosi e sorridenti. Ed intorno? Sì, tutt'attorno il mondo. La vita, il tutto, la neve, i passanti bagnati le auto i fanali i riflessi le vetrine le borsette le pozzanghere i marciapiedi il fiume i pesci nel fiume il cielo gli uccelli nel cielo il sole nascosto la luna nascente -attorno- in questo grande attimo rimane intrappolato, nulla sfugge a questo volo, tutto ne è parte, tutto vi si cristallizza, silenzioso, sorridente. Beato.


Si erano svegliati, qualche giorno prima, in una stessa casa, in uno stesso letto, condividendone, moltiplicandone il tepore. Volevano sfuggire ad un sentimento che li legava, per puro spirito di contraddizione ne sfidavano la natura, il corso, la direzione. E quanto più si dibattevano, tanto più i lacci di quella natura li stringeva insieme, l'uno stretto all'altra, indissolubilmente.


Ora. Pensavano davvero di guadagnarsi la libertà, d'affrancarsi dal mondo, di dettar legge alla legge. Invece, solo, cadono, senza neppure troppa grazia, da quella balaustra, i loro corpi. Per un poco nuotano, e senza troppo lottare, giusto quel tanto che l'istinto impone loro, sbattuti lontani l'una dall'altro da correnti veloci ed ovvie, muoiono. Poi: gonfi, pesti, proni sul filo dell'acqua e poi: spiaggiati altrove, lontano, vicino. Non ha importanza. Nel luogo dove devono. Non uno vicino all'altro. Non abbracciati. Stretti e sorridenti, no... alla natura non serve una foto struggente per prendersi la prima pagina.

Un buon dio raccoglie le loro anime, che non hanno avuto la forza necessaria a sollevare quei loro tristi corpi fin lassù e le eleva, per un attimo, al suo cospetto. Gli permette, in quest'eterno istante, di godere di quella beatitudine di cui saranno poi privi nell'eterno vero, in quell'eterno a seguire che li aspetta. Vedano. Sappiano ciò che perdono.
Ed ecco, li rimanda nel mondo, attraverso un rosso luminoso spalancato sipario nel mezzo del cielo.

Ma in una celeste dimora in cui non si farebbe altro che emettere giudizi, da un tribunale fra le nuvole, quale genere di beatitudine vi sareste aspettati, idioti? Quali giudizi! Credete veramente che un dio che tutto ha creato, così, dal nulla, suo primo, vasto dominio, e che quindi porta impresso il suo marchio di fabbrica stampato a fuoco sul cuore d'ogni singola cosa vivente e non vivente dell'universo intero, compresa tutta quella parte, la più consistente di cose, quelle che non possiamo vedere, credete dunque che questo creatore possa veramente fare distinzione fra bene e male, alto e basso? Come può il tutto in sé stesso riconoscere ciò che di giusto o di sbagliato si situa in sé? Oh, tutto è come dev'essere, tutto è come deve andare. Non c'è nessun centro, media. Paragone. Tutto è legge e non c'è nessuna legge. Tutti siamo uguali di fronte a nessuna legge.

Il senso della vita.
Il senso di tutto.
E' in ciò per cui esso appare.


Ed è terribile.

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