sabato 25 gennaio 2014

OH SIRIA

Oggi, 25/1, conversione di San Paolo. Non è tuttora troppo difficile, a quanto risulta, rimanere folgorati sulla strada di Damasco.

giovedì 26 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 2/2

E' da così tanto tempo che non trova più segni nuovi su quel muro. Tanto tempo. Quanto? Forse da quella notte in cui lui si svegliò e la sorprese. Perché si svegliò quella notte? Cosa l'aveva destato? Poteva sentirlo anche lui, dunque? No, forse soltanto lo sospettava e ne era inquietato: leggero il suo sonno. Tutto sommato, poi, probabilmente, solo per caso, lui, si svegliò e la sorprese mentre parlava con Lui. Lo confessò, ed il marito si sedette e sotto al pigiama si notava il petto gonfiarsi a dismisura,
velocemente
velocemente
velocemente.
E senza muoversi le chiese E cosa ti dice? e a capo chino lei rispose Dice: pregate e piangete. A Natale e per le feste, pregate e piangete un po' di più.
Lei guardò la faccia del marito per cercare di capire se avesse inteso. Per sapere se lui non pensasse di star sognando. Lui allora le osservò la testa per accertarsi che quelle parole fossero davvero uscite da lì, o se le avesse soltanto sognate. Dice: pregate e piangete, ripetè lei, a Natale e per le feste, pregate e piangete un po' di più.
Lo facciamo... lo facciamo, disse lui, e s'alzò e tornò a letto. No: il marito non lo poteva sentire, Lui. Quella voce poteva tornare a echeggiare dentro alla cassa di risonanza che lo portò prima che nascesse, e solo lì può risuonare ora che la voce è tornata al luogo da cui è partita. E c'è tornata così
velocemente,
velocemente,
velocemente.
Per venire dalla terra sei passato attraverso me. Attraverso me transita ora per tornare alla terra.
Dopo pranzo lei rammenda. Le sembra che le si spengano tutte le luci intorno e tutto ciò che rimane da vedere stia lì fra le sue mani. Un punto dopo l'altro ed il buio intorno le accarezza il collo, ma è un gesto ipocrita: nel frattempo le ruba i pensieri. Dove li porta? Il marito intanto dorme un'oretta in poltrona, accanto al camino. Dietro alle palpebre, quel bagliore rossastro è tutto quanto possa vedere. Il fuoco si spegne, sente freddo e si sveglia, e mette altra legna, e va da lei e la saluta, ed esce di casa intrecciando le mani dietro alla schiena e s'incammina
len-ta-men-te,
len-ta-men-te,
len-ta-men-te.
Poi s'arresta e guarda un punto lontano, lontanissimo. Ormai ha deciso che non è proprio più il caso che stia a lungo ad osservare le cose che gli stanno troppo vicine: se trovasse che qualcosa è bello, non potrebbe dire che è bello; se vedesse qualcosa che fa ridere, non potrebbe ridere. Tutto ciò che potrebbe dire sarebbe: E' bello, piacerebbe a Lui. Preferisce non guardare più nulla che gli stia troppo vicino, o con troppa attenzione: ha dimenticato ciò che piaceva a Lui.
Se piange,
per Lui
piange.
Qualche volta si chiede: E se fosse che siamo morti noi? E se è così, in che posto ci troviamo, ora? In che cosa è diverso da quello in cui abitavamo prima? Se l'unica differenza fra questo e quel mondo è che questo è disabitato da Lui, allora pregherò che muoia, cosicché potremo tornare ad essere felici tutti insieme. Quando si riprende da questi momenti, si sente un come superstite circondato dalle macerie e dai rottami. Capisce la propria collocazione, ci si ritrova. Sì, ritrovarsi, ma, d'altra parte, cos'avrà, di bello, questo mondo per cui poi varrebbe la pena di perdersi? E si chiede Starà in un posto peggiore, Lui, del mio? Se qua non c'è più nulla che mi piace, il luogo in cui si trova non potrà in nessuna maniera essere peggiore di questo. Semplicemente sarà
un luogo
lontano,
immobile e lon-ta-no.
Ma qua. Lui qui vede che ciò che gli da una misura del tempo, che lo voglia o no, avanza. Non è forse una novità quel manifesto apparso durante la notte su quel muro? Non ha forse addobbato l'albero, riempito di luci la ringhiera del balcone, il vicino? Non torna il Natale? Non c'è, forse, dietro all'angolo, sempre qualcosa di nuovo? Non cresce, forse, il nipote? Che ha quel nome, quel nome, perché gliel'hanno dato? C'è anche da dire, da ammettere, forse, che a forza di pronunciarlo per riferirsi ad una persona nuova, diversa da chi era Lui, quel nome sta incominciando a perdere l'eco lugubre che prima gli risuonava in testa, e prende un colore diverso, e poi nessun colore. Sta perdendo ogni senso. E' un po' lo stesso di quanto gli sta accadendo con il nome di Dio. A forza di chiamarlo nelle preghiere, anche quel nome ha finito per svuotarsi d'ogni sostanza, d'ogni significato. Vorrebbe persino smettere d'evocarlo, di cercare assistenza e conforto con questa tenacia, lo fa sentire come un lacero e molesto questuante, ma
queste sono
cose che
non possono dirsi,
come quando quello fermò la moglie e le mise una mano sulla spalla e disse Coraggio, è la vita e lei senza guardarlo, si scostò da quel contatto e disse No, no-no! E' proprio il contrario, è la morte. Vorrebbe anche lui, talvolta, metterle una mano sulla spalla, qualche volta, così, senza parlare. Quant'è che non tocca più sua moglie? Che non gli fa una carezza sulla testa? Da tanto, troppo tempo, così tanto che non sai più dove andare a cercare il punto in cui incominciare a rammendare. Fili, i suoi capelli, che lui non ha più il coraggio di toccare. No, non è il coraggio che gli manca. Non sa più come, in che modo. E poi... poi, ora che il suo capo non è più una liscia parete, fra le fessure quando la fende il vento, stride sinistramente e pare che cigoli come una porta che canta di notte, e si depositano in lei e nidificano e muiono. Cosa?
I nomi
alle volte
si dan per paura.
Lentamente. Lontano. Un giorno, un istante. Un frammento di secondo in cui la strada improvvisamente impazzisce e s'impenna e lui si ritrova costretto ad inerpicarsi là dove un attimo prima passeggiava sereno. S'aggrappa ad ogni buio appiglio, posto aldilà di ciò che rappresenta il suo confine del visibile, e della cui presenza si fida ciecamente, sicuro com'è che ognuno di quei sostegni siano oggetto della sorveglianza che chi s'è posto fuori dal visibile gli dona. Questa, questa sì che è fede: chi s'affida a Qualcuno non è chi vive sottoterra e crede che esista la luce, ma chi sta in superficie e pensa che quella certa luce venga diffusa da un proiettore. La salità finirà. Proprio dietro all'angolo finalmente si scollina e
potrà
rotolare
giù.
A cosa serve, a cosa serve, si chiede, soffrire così, piangere sempre, svegliarsi ogni mattina con la disgrazia sullo stomaco? E' passato tanto tempo. Ci sono mattine in cui non ricorda più
la disgrazia
che
nome ha.
China il capo e storce la bocca, di riflesso. Tutto il suo corpo è ormai attraversato e percorso da un ernorme groviglio formato da un solo nervo che lo muove, lo fa vibrare e contorcere a suo piacimento. Che senso ha. Che senso ha, tutto questo?
Perfida,
perversione
perfetta.
Anche a me, sì, anche a me, Lui, lui, manca. Immensamente. Ma non come una persona che sia defunta, cosa che, lo ammetto, neppure io mi sono ridotto ad accettare. Mi manca come una persona che non incontro da tanto, troppo tempo e che non vedo l'ora di incrociare ancora, per caso, all'improvviso, voltato l'angolo.
E tutto ciò che
non è
stato.
E' Natale. Siedono a tavola, loro due. S'affliggono più di quanto già non facciano normalmente. E' così che devono fare. La porta si apre, ed ecco: Lui è ritornato. Così, semplicemente. Raggiunge i genitori a tavola e si fa portare un piatto, ma prima di incominciare a mangiare li guarda negli occhi e dice Io non sono Davvero quel Lui. Sono soltanto poco più di un burattino, d'un pupazzo di carne, una creatura plasmata dalle vostre preghiere e dalle vostre lacrime. Ma, d'altra parte, non lo fu Lui pure quando nacque?
Vi capiterà, forse, un giorno di questi, d'uscire per le strade del nostro ameno paesello e d'incontrare quel padre. Lo riconoscerete: cammina lentamente e ad ogni decina di passi si arresta e guarda lontano. Poi, sconsolato, scuote la testa. Avvicinatelo e provate a chiedergli il motivo di tutta questa sua afflizione, adesso che Lui è tornato: non saprà più dirvi, ora, che cosa gli manca.


giovedì 19 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 1/2

Son passati vent'anni, ormai, da che il figlio è morto, e lui non vuole più soffrire, ma la moglie non è d'accordo. Così lui intreccia le dita delle mani dietro alla schiena e come suo solito s'incammina
len-ta-men-te
len-ta-men-te
len-ta-men-te
pochi passi e s'arresta per scrutare all'orizzonte un punto lontano, altri passi ed ancora si ferma, ecco, un'altra volta, lo vedete?immobile a fissare un indefinibile punto
lontano
lontano
lon-ta-no.
Si porta due dita sotto agli occhiali e si stropiccia le palpebre, stanche di prestarsi al gioco di occhi che ormai non fanno altro che recitare una parte. Intreccia ancora le mani dietro alla schiena, annuisce e riprende il cammino, lentamente.
Son tutte cose che - più o meno coscientemente – pensa d'essere costretto a fare per dimostrare agli Altri, quel gruppo di persone che si pone a mezza distanza da lui, in un cerchio ombroso da cui intuisce d'essere costantemente assediato, quelli che vorrebbero sapere ma non osano chiedere, far sapere a costoro che potrebbero immaginare che il dolore l'abbia sconfitto, schiacciato, annichilito per sempre che invece egli cammina e va, cammina e va, e osserva, s'interessa, si stropiccia. No, non credano neppure che sia però riuscito a prosciugare l'inesauribile fonte del suo dolore: lui lo porta sulle spalle, nelle tasche, sotto al paltò, al cappello... non vedete come cammina lentamente? Quant'è grave il suo passo, e solenne, ora il destro, ora il sinistro? Eppure, vedete, cammina e va, osserva, s'interessa. Si stropiccia gli occhi.
Quegli occhi
che non
vedono più.
Ed annuisce, sì. Ma non come lo fa chi vuol dire d'essere d'accordo con qualcosa o qualcuno, ma come chi mostra d'aver capito. Di ricordarsi la lezione. Che sa esattamente dove ha sbagliato, ma ormai.
Giunge di solito a quest'ora nei pressi dell'incrocio che da sulla piazza del comune, siede su di una panchina dopo averla distrattamente spolverata e piega la testa di lato, così, impercettibilmente, ed aspetta. Dopo pochi minuti, istanti, talvolta, risuonano bronzei i rintocchi dal campanile che lo scuotono e lo invitano a rialzarsi, e lui esegue benché apparentemente controvoglia, e poi si volta e torna sui suoi passi, verso casa dove la moglie l'attende per il pranzo.
Mangiare
è
necessario.
Il tavolo, apparecchiato, è mezzo vuoto: la figlia maggiore, sposata, vive, vive altrove, dispone cibo e piatti su di un altro tavolo, serve il cibo al marito e ad altre due persone, persone che prima non c'erano e che all'improvviso, un bel giorno, son sbucate fuori da lei: un maschio ed una femmina, ed il maschio, lei, senza paura o esitazione, nonostante la silenziosa, spesso, ferma opposizione incontrata negli sguardi dei famigliari e degli Altri, l'ha voluto chiamare con il nome del fratello, con il nome di Lui.
Con il suo
nome,
perché?
Per molto tempo rimangono le posate sospese a mezz'aria davanti agli sguardi dei due commensali, che recitano la loro muta, quotidiana preghiera di ringraziamento: non sono certo persone che diano per scontato il cibo. La moglie fissa lo sguardo sulla bocca di lui ed osserva il boccone sparire ungendone le labbra, sporcandone i denti ed infine producendo quel suono così spiacevole. Persino, poi, crede di intercettarlo con la coda dell'occhio mentre scivola giù nella gola, vede gonfiarsi quel collo e sgonfiarsi quel collo.
Gonfiarsi e
sgonfiarsi
gonfiarsi e sgonfiarsi.
Quella volta che Lui venne a tavola con quel buffo cappello in testa.
Ecco, ora non ha più fame e posa la forchetta, senza però lasciarne la presa, come a dire: respiro un attimo e poi mangio ancora, far credere che sia solo una pausa e non un arresto: ho ancora la posata in mano, non ho finito, è soltanto una pausa, non un arresto, e nel frattempo appoggia la vista in mezzo agli occhi della moglie e non gli riesce d'evitare di pensare a quando lei durante la veglia funebre gli sussurrò preferirei mangiarlo, lo vorrei mangiare invece di seppellirlo, e cerca ancora di capire guardando quella testa se davvero da lì uscirono quelle parole e fece finta, lui, di non averle sentite o se le sognò soltanto.
S'alzò da tavola, Lui e disse Ciao, torno fra poco ed uscì e se ne andò. Uscì, se ne andò. Ciao.
Lei guarda un punto del viso del marito e pensa quando alla veglia funebre disse E' ancora lui, non lo voglio seppellire, mangiamolo, mangiamolo! e cerca di capire guardando a quella testa se davverò lì entrarono quelle parole e lui fece finta di non averle sentite, o se lei soltanto si sognò d'averle dette.
Parole che entrarono
ed uscirono.
Gonfiarono e sgonfiarono.
Se sono state dette, se sono state sentite, come è possibile, pensano entrambi, che non sia visibile un segno chiaro di tutto questo sui nostri volti, in che modo impercettibile sono essi cambiati per sempre? Gli Altri, guardandoci, capiranno? Se pure lui le ha intese, non può aver capito. Non sa che se hai portato una cosa dentro prima che fosse davvero qualcuno, ti strapperesti il cuore dal petto pur di riaverla dentro di te ancora, ora che è tornata ad essere una cosa.
Lei raccoglie i piatti e li posa nel lavandino. Scorre l'acqua e si osserva le mani livide e ricorda di quel giorno in cui fu costretta a gettare i suoi vecchi guanti, logori da vergognarsi. Vergogna degli Altri, sia mai che pensino: Soffre tanto che non s'accorge neppure in che stato pietoso son quei suoi poveri guanti. Si dimenticò di comprarne degli altri e all'indomani, con quel gelo eccezionale fu costretta ad uscire a mani nude. C'erano, i guanti di Lui, ma lei non li usò.
Suo marito ha avuto per un certo periodo le nocche della mano destra screpolate, abrase. Prima di dormire aveva preso l'abitudine, a letto, d'accarezzare la parete che divide la loro camera da letto da quella di Lui. Poi incominciò a farlo con il dorso della mano, chissà il perché, poi, ancora, a battere: bussare lievemente, poi sempre più forte, contro a quella divisoria bianca, così forte, alla fine, che lei, ad una ventina di centimetri aldisopra del materasso, su quel muro, può distinguere i segni, toccare quelle cavità con la punta delle dita e contare le nocche della mano del marito inscritte nell'intonaco.
Mille e mille
sono i gravi
rintocchi.

martedì 17 dicembre 2013

CIRCLE REVIEW N.4

E' on line il quarto numero della rivista The Circle Review, che ospita interventi di:
Chiara Prezzavento (laClarina)
Lucius Etruscus
Roberto Chiavini (Taddeo)
Katia Laudicella (Silmarien)
Daniel B. — Peekaboo among the brambles (nascondio tra i rovi)
Emma Pretti
Loretta Fusco
Giovanni Capponcelli (The Evil Monkey's Records)
Bianca Garavelli
Annarita Faggioni (Il Piacere di Scrivere)
e del sottoscritto me medesimo.
I miei pezzi li potete trovare a pag.26, prosa e pag.110, poesia.
E AGGRATIS!
Tutto qua:

http://ilcircolodellearti.myblog.it/the-circle-review-rivista-culturale-letteraria-del-ring/ 

giovedì 12 dicembre 2013

IN ALBIS -finale-

Riaprirà gli occhi, lei, sul divano. Si risveglierà. Si metterà seduta e penserà:
Mio nonno diceva che Dio c'ha dato i cani, Mio padre, che aveva in odio i gatti, pensava che i cani fossero stati creati per scacciarli. Il topo, diceva mia madre, il topo è Satana. Che l'angelo della morte fosse emanazione di lassù o di laggiù, è questione che non si è mai risolta. Mio marito non crede a nulla di tutto questo. L'angelo della morte. Ha ucciso Dio. L'ha cacciato in fondo ad un pozzo, o imprigionato nell'alto di una torre. Nell'alto di una torre, sì, che si sentirà più a casa. Quindi nel pozzo. Pozzo o torre, fatto sta che qui ora c'è molto più spazio, si respira, finalmente. Ora vado, devo preparare la colazione. Mi dispiace, per il gatto.


Bisogna stare attenti.

mercoledì 4 dicembre 2013

IN ALBIS -29-

Il nostro uomo in bianco attraversa la strada insieme ai tre e quando questi, presto, si dividono, decide di seguire i due che avevano accostato il vecchio, e che ora procedono verso la fermata dei bus: un ragazzo, all'apparenza uno studente, ed una donna sui trentacinque anni. Vuole ascoltare i pensieri del ragazzo:
sì, che, è una merda, ma che cosa ci vuoi fare, tanto alla quarta ed alla quinta ora c'ho educazione fisica, almeno non devo far finta di stare attento, posso concentrarmi tranquillo tranquillo su di lei, che finita poi, la vado a trovare a casa, finalmente, il mio amorino bello, stanotte ho sognato che giocavamo alla lotta nel fango, glielo devo raccontare, magari però non le dico che mi sono svegliato col cazzo duro, io ci penso sempre a lei, cavolo, anche quando dormo, me la tengo sempre in testa, cioè, sì, anche nelle mutande, che cosa devo farci, sono giovane, mi tira, ci penso così tanto a lei che a volte quando mi chiede: cos'hai fatto oggi? io le rispondo: perché? Non c'eri? Figa, che ridere, son proprio matto, io!dove cazzo è quel pullman di merda, non c'ho fretta d'arrivare a scuola, ma non ho voglia di correre, già c'ho ginnastica, poi, chi me lo fa fare, poi, non so, è il foglio di carta che è sempre utile, dicono, ed utile a far cosa te lo dico io, merda, che coglioni, che palle, che noia, che vita del cazzo.cazzo di vita.e lei, cosa starà facendo? Si starà alzando adesso picipici, senti che caldo, che figata, oh, cioè, la neve è strabella, ma adesso arriva l'estate, meraviglia, era ora, non ce la facevo proprio più, oh ecco il pullman
Ecco il pullman. Il nostro extruso vi sale, senza biglietto, non visto. Con il ragazzo e la donna, se li tiene vicini. Rimane in piedi fra loro, tutti e tre agganciati alle maniglie lungo il passaggio. Ascolta – noi diciamo ascolta per capirci, ma non è ascoltare come l'intendiamo, ma captare ci sa di pedante – i pensieri un po' di questo, un po' di quella.
e poi vado da lei e stiamo insieme tutta la giornata, coi suoi che sono fuori, vai, figa, che bello, oh, guarda questa qui, dev'essere un po' troia, se non fossi fidanzato me la sbatterei in due secondi, questa è una che ci sta sicuro, ma io sono un tipo fedele, capito?se no andrei giù in fondo e le chiederei di farmi un segone e lei me lo farebbe, ma amo troppo la mia picipici, però, questa qui, immaginatela mentre gode, che figa, ma io voglio stare sempre insieme alla mia morosa, voglio sposarla vestiti di bianco, che bianco è il mio colore preferito, anche se la mia morosa dice che non è un colore, ma se non è un colore, che cazzo è? Io con lei voglio starci sempre e insieme voglio che viviamo per sempre,

mi si doveva rompere la macchina proprio oggi. Certo. C'è mezzo metro di merda per terra ed io devo andare a piedi. E devo viaggiare su di uno schifo di bus. Pieno di maschi adolescenti che mi guardano. Gli adolescenti hanno un pessimo odore. Li attirerà il mio profumo, poveri noi. E le mie tette, ed il mio culo. Poi si vede che sono ricca. E cosa possono volere di più, questi sfaticati? Ho un bel lavoro, io. Mi sono sbattuta. Ho fatto carriera. Hai dovuto scendere a compromessi, però, mi si dirà. Ok. E allora? Io, l'ho fatto, non altre. Non è comunque anche questo un merito? Fare ciò che altri non fanno, perché non sanno o non hanno il coraggio di fare, non vale forse qualcosa? E lavoro, io. E fatico anche per avere un bel corpo, io. Ho un bellissimo corpo. Perfetto. Un bellissimo lavoro. Da dire che uno è figlio dell'altro. Non ha ancora figli, povera, dicono. Ma io ho un bellissimo lavoro, un lavoro che tutti vorrebbero. Quando i vostri figli se ne andranno, sbattendo la porta, sputandovi in faccia, e vostro marito allora sarà già lontano, con una come me, se se lo merita, a voi, cosa resterà? Sono sola, sì, e allora? Avevo bisogno di più tempo per il lavoro. Quello mi portava via ore, ore, ore. Un vampiro. Ho l'agenda piena, adesso, ed ogni riga segnata lì significa: soldi. Vorrei essere un uomo per poterlo piantare in culo a tutti quelli che mi stanno fissando qua sopra. E' più facile, essere un uomo. Puoi puzzare. Come questo, questo imbecille, che cazzo guardi? Vedi, che l'hai abbassato lo sguardo, fesso, te la fai sotto, che cosa credi, d'impressionarmi perché mi pianti gli occhi addosso? Dovrei prenderti in considerazione perché la tua faccia trasuda ormoni? Vai in bianco, bello, vacci, c'andrai sempre... Guarda quel vecchio sul marciapiede che corre, sembra un deficiente, dove corre, dove dovrà andare, così di fretta, alla sua età? Avrà fretta di morire. Dovrebbero rimettere la pena di morte. Ma non solo per i reati gravi, dovrebbero sopprimere anche tutti quelli che non ce la fanno, che non ce la Vogliono fare, che vogliono vivere alle nostre spalle. Ecco, poi, t'arriva uno con una macchina così. Che cosa gli dici? A parte che è bianca e non starà mai pulita, ma cosa vuoi dirgli a uno così? Lui ce l'ha fatta, definitivamente, a posto, per sempre. Ce l'avrò anch'io quella macchina, non crediate. Quel vecchio è quello che era fermo al semaforo, che ha fatto finta di non guardarmi. Sarà frocio. Ecco perché corre. Una macchina così ce l'aveva quel tipo, quello elegantissimo, come si chiamava, devo averlo scritto da qualche parte, anche lui faceva finta di non guardarmi, perché a quel livello t'interessano solo quelle che sono pronte davvero, arrivate in fondo. Presto lo sarò. Metto via ancora un po' di soldi e con qualche ritocchino veloce qua e là divento ancora più bella, se possibile, ed allora vedrai che qualche gradino ancora di carriera in più me lo faccio. Poi non serve neppure scendere più a compromessi, ad un certo livello, basta che si sappia che saresti pronta a farlo e si avanza gratis. E poi, poi. Poi li faccio scendere io, a compromessi, gli altri. Quelli che saranno rimasti giù. Sotto di me. Sotto. Me. In ginocchio... Sì, mi sta squillando il cellulare e sì, non rispondo. E allora? Che ti frega? Saranno cazzi miei. Non rispondo perché tu non veda il mio cellulare. Non si sa mai. In questo posto non lo sapessi che aspettano solo di allungare le mani. Mi guardano come se fossi l'albero della cuccagna. Ma non c'arrivate quassù. In bianco, tutti in bianco, fessi. Pensa... mi guarda ancora, quel figlio di troia. Quello lì ha proprio la faccia di uno che scappa a casa ad ammazzarsi di seghe pensando a me... abbassa lo sguardo... abbassa lo sguardo, merda brufolosa, pus e sborra, ecco quello che sei. Basta uomini. Basta uomini o tutti uomini. Troppo stress. Essere un uomo, sì, forse
Quando il pullman si ferma davanti alla scuola, il ragazzo, nello scendere, si gira giusto un attimo per rimirare il didietro della signora.
e ha anche un bel culo quella puttanona

L'uomo in bianco scende dietro di lui, ha deciso di seguirlo. Pensa che valga la pena di conoscerlo meglio. Fino in fondo.

martedì 26 novembre 2013

IN ALBIS - 28 -

E così il nostro intruso se ne va. Scende giù, in strada, e si avvia distrattamente per la via. Si dirige verso una panchina e vi si siede. Il topolino, trottando, lo raggiunge e riprende posto nel suo solito taschino.
Sembrava che si fosse finalmente tranquillizzato, che avesse deciso di riposare, di star lì a crogiolarsi un poco sotto ai raggi di questo tiepido sole. E invece no. Eccolo riprendere la strada, seguire un povero vecchio ed ascoltarne i pensieri:

che sono un tipo solitario, me lo dicono sempre, sempre, e costoro riflettano sul fatto che io sto lì con loro, ad ascoltarli, mentre me lo dicono, e lo fanno senza riflettere granché, solo perché mi vedono passare sempre da solo, perché mi piace camminare, lo amo, per scelta non ho un'automobile, e ti dicono guarda che un'auto ti può sempre servire, ed io credo che sia tu quello che serve all'auto e penso che visti i tempi che corrono sia molto più utile essere allenati a camminare a lungo, poi io mi sento libero, e voglio anche dire: chissà quante persone ti sfrecciano vicine, rinchiuse in un'automobile e tu nemmeno le vedi e non puoi sospettare quanto siano sole, sole più di me, lo sono di più perché io almeno vedo le persone che mi camminano vicino, io ho delle persone che mi dicono che sono un tipo solitario, quelli che guidano, quelli, chi glielo dice? Che sono vecchio non me lo dice nessuno, eppure chiaramente lo sono, sembra offensivo dire ad uno che è d'età avanzata, mentre non ti freni per niente a dirgli che è un lupo solitario, anzi, che nessuno se lo prenderebbe. Fa terribilmente caldo, oggi, maledizione, ieri mattina ancora nevicava e qui già si prepara l'estate, guarda tutto quel bianco sui tetti, ai miei tempi tra il gelo e l'arsura passava qualche periodo d'avvisaglia, di tepore, oggi è tutto così veloce ed affrettato, come i giudizi della gente, che pensano che io sia solo perché non mi vuole nessuno, non ci crederebbero che è una mia scelta, come andare a piedi, e d'altra parte se lo sapessero, via a dire che sono pazzo, mi farebbero ricoverare se sapessero che preferirei camminare sui tetti, se potessi, per non doverli ascoltare, e davvero è falso dire che non mi vuole nessuno, io una donna ce l'avevo, quelli, l'hanno mai avuta?io ce l'avevo e la lasciai, sì, la lasciai di primavera, in una giornata tiepida, come ce n'erano una volta, la lasciai così, su due piedi, come si dice, a piedi, così, da un momento all'altro, ma perché? Perché amavo la mia malinconia e la mia solitudine più di lei, diranno che sono narcisista, narciso che si specchia nel fango, ma era terribilmente più difficile abituarsi a lei che lasciare la mia tristezza che così bene conoscevo, e di cui godevo, in fondo, di quella mia noia, poi, che le giornate si fecero più lunghe senza di lei, ed il tempo è prezioso, ora lo è ancora di più, che stringe, eppure vorrei che volasse, il tempo, sfiorasse i tetti e s'imbiancasse, vorrei, vorrei che lei fosse accanto a me, per camminare insieme, per lamentarci insieme del caldo e di noi e della fanghiglia. Uno se ne lamenta in solitudine, in vecchiaia, e pensa d'aver sprecato la propria vita, ecco, pensano di offendermi dicendo che sono vecchio e brutto e senza alcuno scrupolo mi dicono in faccia che ho sprecato la mia vita come un idiota, un idiota che tra l'altro peggiora il suo stato dichiarando d'aver fatto delle scelte, dandosi delle arie, un idiota coerente, un idiota per scelta, mica uno che il destino l'ha subito, ma uno che al bivio ha sempre scelto la strada peggiore, e non è qui il male e questo è il problema. Il male è dover scegliere. Al bivio fatti statua ed attendi, questo era il precetto che dovevo seguire nella mia vita. Dicono che il destino uno se lo fa da solo: sarà per questo che sono un idiota, che io non ho mai saputo fare nulla di nulla, e dev'essere perché non ho mai amato la fatica, e non lo dico volentieri, e paradossalmente, ogni volta che faccio/facevo qualcosa la portavo avanti così male che naturalmente fatico/faticavo dieci volte di più di tutti quelli normocapaci, che avevano un'abilità, una qualsiasi, io solo labilità e basta, ma, diavolo, perché si deve fare tutta questa fatica per vivere soltanto, per vivere male, poi? Camminare, solo camminare posso e voglio, se non fosse che c'è sempre tutta questa gente in giro. O al limite vorrei che la gente non mi fissasse, sempre. Se non ci fosse nessuno, o se nessuno mi guardasse, la mia vita diverrebbe giusta. Ecco, quei due mi guardano, accidenti. E' anche perché ho questo diavolo di menomazione, psicologica, intendo, dall'adolescenza: ogni volta che mi accorgo che qualcuno mi osserva mentre cammino succede che il mio passo diventa maldestro, goffo e pesante, macchinoso, manco fossi sui tetti a compiere nella neve una marcia, marcia la neve; ed allora mi concentro sui passi, sull'incedere, incomincio a contarli ed uno e due, ma poi riesco solo a pensare a quelli che mi guardano, allora sudo e scappo via, di corsa, i brufoli non li ho più, da tempo ho smesso di crescere, perché mi è rimasta questa cosa? Credo abbia a che vedere col sesso, con la mia fobia del contatto, con una strana ingiustificabile cosa che ho in testa che mi fa sentire lo sguardo degli altri come fosse una cosa tangibile, come un raggio che parte dal buchino che c'è in mezzo agli occhi che puntandomi, mi viene addosso e mi tocca e mi guarda dentro e mi scopre e sputtana. Ecco, senti, sta arrivando una donna, senti il rumore dei tacchi, il ticchettio, non porto l'orologio, odio il ticchettio, non mi fa dormire, neanche con una giornata così ha saputo rinunciare a delle calzature del genere e senti come sprofonda nel fango, ecco, adesso mi toccherà aspettare che il semaforo pedonale diventi verde vicino a questo sbarbatello e a questa donnaccia, io le odio le donne coi tacchi alti, non hanno capito niente, ed eccomi a giudicare, come quelli che odio, proprio non dovrei, è proprio vero che la mia vita senza questa gente attorno sarebbe una vita più giusta. Cos'altro posso fare? Non ho mai saputo fare nulla, la mia vita non ha mai avuto neppure l'ombra di un significato, mai che l'abbia guidata un'ambizione... le donne coi tacchi alti... mi piace pensare al sesso, ma non mi è mai piaciuto farlo... nessun significato... e diventa verde, su,dai!prima che incominci a sudare... l'unico senso è il dispiacere, sono un pensiero dolente che cammina, un rimpianto che si trascina, una pennellata di grigio sopra alla neve candida, se sapessi che esiste un pulsante che mi consegna alla morte così, da un momento all'altro, giuro si dio che lo premerei senza esitazione, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, 

mercoledì 20 novembre 2013

IN ALBIS -27-

Apre gli occhi.
Li richiude.
Sullo schermo delle palpebre vede proiettata l'immagine di corpi che galleggiano sul fondo melmoso di un pozzo. Di lei. Sono i corpi di suo marito e dei suoi figli. Si dissolvono, in quella fanghiglia. Ma lei prova la sensazione che anche così continuino a vivere, a muoversi, a lottare. Che la sostanza di cui erano costituiti si riorganizzi. Le sembra che all'improvviso, da quel fondo limaccioso e ribollente, provino a trarre materia per risorgere, per ricostruirsi, o forse, semplicemente, per nascere.
Riapre gli occhi.
Vede un uomo, in bianco, seduto di fronte a lei.
Chi sei? Da dove sei entrato? Sei il dottore? Sei un vicino? No, non sei il dottore. Sei un poliziotto? Da dove vieni? Non sei un poliziotto? Sei l'idraulico? Come sei entrato? So che non sei l'idraulico, non servi più. Non sei venuto da nessuna parte. Da quanto tempo sei qui? Stavi nell'armadio? Eri già qui. Sei qui da sempre? Hai approfittato di una distrazione, vero. Cos'hai fatto? Era calata l'attenzione, c'eravamo deconcentrati un poco e... Non vedevamo più, sembravamo ciechi... ne hai approfittato. Ecco, è così. Sei l'odio? Il rancore, il male? Oddio. Non importa. No, davvero. Non voglio sapere chi sei, cos'hai fatto. Di cosa potrei rimproverarti? Guarda cosa ho fatto io. Sono io, il male, altrochè. E' la verità. Adesso. Adesso cosa farò? Non sai parlare. Non puoi? Non puoi perché sei la verità. Che farai adesso?
Richiude gli occhi.
Ed in quel febbrile, strano, breve sonno, nel delirio, o in ciò in cui si trova, vede i suoi famigliari, o meglio, li riconosce, perché essi non sono altro che informi ammassi di fango, sul fondo di un pozzo. Li vede e li può udire, sente quel suono vischioso vomitevole, ora nota che al fango che era il marito è cresciuta un'escrescenza che usa come una mano, e con questa, pescando dalla mota, si costruisce un altro braccio ed un'altra mano e con questa accarezza il fango che saranno i suoi figli e scolpisce il viso della bambina e le dice Eccoti un nasino bello, bello come il tuo, ed al bambino tornisce le gambe Con queste puoi correre più veloce della paura, e disegna dei bei capelli, ondulati, alla figlia e dice Questi saranno i tuoi capelli, belli e lunghi come li desideravi, ed al figlio ritaglia due occhi acuti ed intelligenti e dice Con questi occhi vedrai nel buio, nessuno ti si potrà più nascondere, e formò spalle, braccia, ginocchia ed orecchie; bocche, piedi e schiene, e tutto il resto ai suoi figli, che nel frattempo a loro volta aggiungono parti al corpo del padre, e lo modellano sussurrando ininterrottamente: Con questo corpo sarai un uomo buono, che non avrà mai fretta di far del male.
Poi, all'improvviso, supponendo che quell'uomo sia ancora lì, chiede:
Ora morirò io, vero? Ecco cosa sei. Ecco come ti chiami.
Tu mi ucciderai.
Tu.
E sentì una voce.
Da molte parti, ma da una sola.
Molte voci, ma una sola.
La udì, chiaramente:
no.
Riapre gli occhi.

Quello glieli chiude, come si fa ai morti.

lunedì 11 novembre 2013

MI ME TI CI

Lascia tutto e vieni.
Con me, con me,
oltre le ore
oltre le nostre ombre impagliate,
oltre i luoghi logori che siam divenuti.

Con me
a scordar l'abuso che i cieli c'impongono

scivola con me, buia,
nella notte.


sabato 9 novembre 2013

IN ALBIS -26-

Lei lo contempla seduta sul letto. Pensa: Non t'ha afferrato, il tuo amico angelo. Pazienza. Ma a noi non piace, non ci piace affatto, vero, Mukil?giocare con i cagnolini morti. Non è modo. Non è divertente.
L'aveva visto, poi, lei, l'angelo, anche lei nelle stesse modalità che il fratellino aveva descritto, ma non l'aveva rivelato perché temeva lo scherno. In quella visione lei gli chiese: Sei un angelo tu?sei l'angelo della morte?se sei l'angelo della morte, non esisti. Sia detto, questo, come piccolo inciso.
Accorre il padre, risuonano i suoi passi famigliari. Per un breve attimo sospende il suo incedere, un istante prima di entrare nella stanza dei bimbi, eclissando la visuale al nostro intruso, giusto il tempo necessario per gridare: Guarda che razza di macello hai combinato! Ti rendi minimamente conto di che ora sia? Sai che arriveremo tardi, adesso? Che gli racconteremo?
Detto questo, scavalca il figlio esanime e le si avventa contro, incominciando a squoterla per le spalle Brutta cattiva! Le grida e lei Bravo papà, sei forte e lui la squote con ancor più decisione e la figlia: Sei forte come un toro, papà! Dietro alla sagoma dello scatenato padre il nostro ospite vede solo i capelli di lei fluttuare ed il gatto che continua a brandire sbatacchiato qua e là, poi improvvisamente la sente ridere e gridare TicTac mentre lui urla vocali a caso, raschiandosi la gola per lo sforzo, e sbuffa, e soffia, e poi nell'impeto gli sfugge la presa, la figlia gli scivola via, cade distesa sul letto, supina, e continua a ridere e nel riso: Le corna, le corna, olè, olè! E lui, furioso, le strappa di mano il gatto e con quello le tappa la bocca e quella mugola e ride ancora un po' e muggisce e geme ride poco poco, con quello le tappa la bocca, una volta e per sempre.
Esce dalla stanza, il padre, scosta col piede il cadavere del figlio, che è proprio lì, sempre in mezzo al passaggio, dannazione, bisognerà levarcelo. Barcolla, il vecchio, grida all'indirizzo della moglie: Dove sei?maledetta, dov'è la mia colazione, è tardi, è tardi per dio, tardi per tutto, ormai, maledetta, c'è tutto fuori posto, sistema i tuoi figli, tutto in disordine e non hai mai un cazzo da fare, guarda qui, vieni, subito, maledetta!

E s'aggira cercandola per casa, ma a letto la maledetta non c'è e sposta mobili e scaglia oggetti a terra e cerca la moglie sotto al divano, sotto ai comodini, che rovescia, nei mobili della cucina, che prende a pugni, dov'è, Lei? Lei stava, quieta quieta, svenuta al lato del letto, incosciente, beata, dalla parte in cui lui non poteva scorgerla semplicemente entrando in camera. Già è in cucina, lui, nel frattempo, si arma di un grosso coltello, di due grossi coltelli e ricomincia il suo giro gridando ed imprecando T'ammazzo, troia, esci se ne hai il coraggio. Uno strano rantolo si mischiava al suono della sua voce, come un gorgogliare, troppo accelera il suo cuore, troppo velocemente la casa rotea intorno a lui. Lei intanto, a forza di dai, si sveglia, e non pensa: oh, son caduta, caduta dal letto, svenuta, ma dice a sé stessa: Toh, sono uscita dal vaso, son traboccata tra-boccata. Ed il corpo di lui gridando ed imprecando rotea vorticoso su se stesso ed alla fine graziosamente s'abbatte sul divano, si abbandona, caduto il coltello, reclina il capo, chissà, è forse, giunto anche il suo momento per svenire. Arriva, lei, che, raccolta l'arma, veloce, spensierata, amorale, gli taglia la gola. Il marito schizza in avanti, alla velocità del sangue, col sangue, e tutto l'insieme cade sul tavolino di fronte al divano, riverso e prono il corpo, spalmato e schizzato il sangue. Lei s'avvicina, estrae da una tasca l'uomo nero, quel pupazzo. Lei gli abbassa i pantaloni del pigiama. Lei gli sposta le mutande. Lei glielo infila nel culo. Infila nel culo. Nel culo. Culo. E accarezzandogli la nuca gli sospira all'orecchio: Ecco, siamo pari. Siamo pari. Pari. E cade, semisvenuta, ancora, sul divano.

mercoledì 30 ottobre 2013

IN ALBIS -25-

Quelli, allora, l'un con l'altro s'aiutarono a rimettersi in piedi, e poi, ancora ridendo, baciandosi, piangendo, s'accompagnarono a letto e piangendo, ridendo, esausti, finalmente s'addormentarono. L'intruso, che si sentiva ormai uno di casa, passeggiò silenzioso ed a lungo tra una stanza e l'altra, senza sapere che fare. Nella lunga notte solo il fruscio del lino sui corpi, solo il respiro pesante di quei corpi addormentati. Vegliò ancora un poco su ognuna di quelle persone, invidiandole, il sonno gli mancava, era una fonte alla quale non si poteva più ristorare. Riepilogava, intanto, mentalmente, i fatti avvenuti dal suo arrivo lì. La conclusione fu che tutto ciò che doveva fare, lui l'aveva fatto, il lavoro era pienamente compiuto, e forse era giunto il momento di andarsene. Era ora di cambiare aria, per lui. Domani mattina, pensò. Presa questa risoluzione si accucciò in corridoio, fra le due camere da letto, posizione che gli consentiva di gettare uno sguardo, grazie alle porte lasciate aperte, vegliamo su di voi, su ognuno di loro.
Quasi vomitato dal taschino della camicia, il topolino sgusciò fuori, trottò attraversando tutta la casa, s'infilò sotto alla porta d'ingresso e sparì.

Quando sbadigli mettiti una mano davanti alla bocca. Non gridare. Non alzare le mani. Quando entri in casa di qualcuno che non conosci bene chiedi sempre permesso. Non giocare coi soldi. Stai con la schiena dritta. Non avanzare cibo. Non dire bugie. Dì: grazie. Dì: buongiorno, arrivederci, ciao. Non mancare mai di rispetto a quelli più grandi di te. Non giocare col cibo. Non masticare a bocca aperta. Non appoggiare i gomiti sul tavolo. Quando attraversi la strada guarda prima a sinistra. Non toccare. Rimetti le cose al loro posto. Chiedi scusa. Non contraddire quelli più grandi. Dai del lei. Non giocare col fuoco. Quando la casa brucia tutti si scaldano. Piangi, che ti verranno gli occhi belli. Non giocare coi coltelli.


Già da un pezzo, ormai, oggi, la luce dell'alba, bianca, aveva preso a filtrare tra le vecchie tapparelle, a sfidare quel duro sonno. Già da un pezzo la madre avrebbe dovuto essere in piedi per avviare le solite procedure: svegliare i piccoli, preparare la colazione, lavarsi... Ma non si udiva nulla. Ancora si dormiva, già. O no! No, fermi, zitti, sì, qualcosa si sente provenire dalla stanza dei piccoli. La bambina s'è finalmente svegliata. Stringe il gatto. Si sente ora un miagolio venire da quella stanza. E' lei. Gioca. Miagola, fa le fusa, soffia. Il fratello la sente, nel sonno si rigira nel letto, chiama: Mukil... Mukil... Mukil è morto. Si sveglia, ora, lui, anche lui, osserva contrariato la sorella. Lei ora lo nota. Gli chiede: sei un cagnolino, tu? Se sei un cagnolino, adesso ti veniamo a mangiare, ci vendichiamo di te, brutto cattivo, non c'è scuola oggi, oggi mangiamo i cagnolini come te. E lui: Scema che non sei altro, non dire cavolate e lei gli si avventa sopra, ancora nel letto, e gli da un piccolo morso sulla spalla, e lui si sforza di spingerla via, ma non riesce, ha modo di pensare: allora sei proprio grassottella, lo pensa ma non lo dice, non la vuole offendere, prova a sollevarla con le gambe, allora, ma è inutile, quella non si smuove per nulla. E allora lei Sei debole, fratellino, non sei forte come papà e lui le sposta la faccia con una manata, ha modo di pensare che ha un pessimo alito, ma non glielo dice, lei lo sfotte Oh si ribella il piccolo fedele cagnolino e lui caccia un grido, alchè lei, con crudeltà, improvvisamente, gli morde a sangue la mano che lui le tiene ancora contro alla faccia e che ora ritira inorridito e scende una lacrima sulla guancia del fratello, che ora ha paura, ma non lo dice, si spalancano però i suoi occhi, di stupore, di dolore, lei gli tende contro Mukil e minacciandolo: Adesso ti mangiamo e lui, singhiozzando, disperato: Mukil è morto, è morto, scema, e allora lei urla E Questo chi è? e soffia per spaventarlo, ma dannazione, quello già è terrorizzato, per quanto possa, reagisce e le tira i capelli, più forte che può, per cercare di spostarla, ma lei gli morde la faccia, con una tale, feroce determinazione, che gli strappa un bel pezzo di guancia, lui riesce a scalzarsela di dosso, il dolore gli è servito a ripescare un'insperata energia, è in piedi sul letto, la sorella sta per avventarglisi contro ancora, per morderlo, lui la scansa, ma perde l'appoggio con un piede, cadendo si torce in avanti col busto, agita le braccia alla cieca, cercando un appiglio qualunque, ma la sua prima parte del corpo a trovarne uno è la tempia destra, contro allo spigolo del comodino, cade a terra, muore.

giovedì 24 ottobre 2013

IN ALBIS -24-

Quando i nostri rientrarono in casa, l'aiutante topolino ancora correva a perdifiato per concludere in tempo il proprio lavoro e, stremato, uditi gli abitanti di quella casa farne ritorno, tentava di dileguarsi in un bel buco dove trovare ristoro. Infine, constatata l'inospitalità di queste abitazioni moderne, infilò il solito taschino della camicia del nostro intruso che gli offriva come sempre il massimo dei comfort. I famigliari, compiuti i sacri rituali del rientro, ovvero infilarsi in un vestito comodo, diciamo un mezzo pigiama; le ciabatte; lavarsi con cautela, che, si sa, là fuori c'è tutto lo schifo del mondo; abbracciare il gatto morto di casa, si sedettero finalmente a tavola per la cena di buon appetito. Si sa, l'aria di campagna stuzzica la fame. Ma no, non per tutti, forse. Sembrava infatti che il figlio maggiore non se la sentisse di mangiare granché: assorto e silenzioso, stava tutto compreso nel lucente pensiero dell'angelo suo protettore. Malauguratamente, cedendo all'insistenza dei genitori che agiva come un grimaldello contro a quel suo tacere, raccontò. Questo: aveva sognato di correre per un prato, e di essersi fermato – proprio appena in tempo, all'ultimo momento – sul ciglio di un pozzo che improvviso gli aveva spalancato la bocca sotto ai piedi. Non riusciva a vederne l'acqua o il fondo, poteva solo udire delle indistinguibili voci, lontante, rintronare là sotto. Poi, sempre dal fondo di quel pozzo, improvvisa, gli giunse la voce della madre che gli diceva: torna, torna qui, come se gli fosse stata scoccata dal centro della terra e lui, spaventato, si voltava a cercare aiuto ma non poteva notare altro che un'alta torre. Stava per recarsi lì, a chiedere soccorso, quando la torre incominciò a piegarsi e rimpicciolirsi, fino a prendere il sembiante di un uomo nero e minaccioso. Sentiva che quello l'avrebbe certamente spinto giù nel pozzo e così corse via, scappò. E si svegliò da quel sogno. E per un momento, un istante, gli parve d'intravedere nella propria stanza un angelo. Un angelo, tutto vestito di bianco, ma senza ali, che gli sorrideva, che gli trasmetteva pace. Cosa che lo convinse che quello doveva senz'altro essere il suo angelo custode, nonché la sua più che sicura protezione contro a quell'orrendo uomo nero che tornava a minacciarlo in sogno. Ma, si chiese il bimbo, per punirmi di quale peccato? La madre a questo racconto inizialmente si mostrò turbata, perché le parve che contenesse troppi elementi in comune a quello stesso sogno che lei aveva fatto. La cosa le sembrò più che strana. Magica. Ragione di più per credere che il figlio avesse davvero visto un angelo, e concludere che quello avrebbe protetto tutti. E se ne rallegrò. Il marito invece ne era contrariato, disse che ci mancava solo che i figli adesso incominciassero pure ad adorare gli angeli, che quella casa sarebbe diventato l'antro della fattucchiera. Lei obiettò che se gli si faceva credere all'esistenza dell'uomo nero non gli si poteva negare, come luminoso contraltare, la speranza salvifica degli angeli. Ed infatti è una follia alimentare anche il pensiero della possibilità che esista una cosa che si chiama uomo nero, che abiterebbe gli armadi dei bambini. Allora, oscuramente, lei, sottolineò quanto al padre convenisse che il figlio continuasse a credere all'uomo nero. L'antro di una strega, davvero. E la bambina attaccò a piangere. La fantasia, bisogna che i bambini sognino. Ma questo ha gli incubi! Sarà anche un poco colpa tua. Ma cosa dici? No, mamma, papà, non è colpa di nessuno se ho Gli si devono inculcare queste favole, gli si permette di pensare che esistano cose che forse possono addirittura interagire con la Taci! Con la realtà Taci! E non gli si può raccontare Taci, che lo so dove vuoi Mamma E tu non piangere, piangi sempre! Taci! Papà! Gli si raccontano le favole e non gli si può dire che il gatto è Mamma!
Mamma. Sì, mamma, col punto esclamativo, scappò fuori al bambino. Poco educato, ma efficace. Non si trattenne, nonostante avesse ben chiara la ferrea regola del non gridare, da che vide che la madre era saltata su e con tutta evidenza stava per colpire il padre – nonostante il non alzare le mani – oppure comunque sembrava avere tutta l'intenzione di zittirlo in qualche, malo, modo. A quel punto la bambina, ça va sans dire, in lacrime, balzò dal proprio posto e si frappose fra i due, non volendo essere da meno, il fratellino, al volo, si gettò nel mezzo della mischia. Spinse e levò tutti, e alla mamma, pietrificata, improvvisamente pentita, sfuggì un sorriso, e, osservato il figlio gli concesse un: Eccolo, questo sì che è un uomo vero. Così, disse. E il padre, anche lui sorridendo: Un uomo vero che ha paura dell'uomo nero. E la bambina rise, rise fortissimo. E così attaccò a ridere anche il fratello. E la madre. Ed il padre. E tutti e quattro, ridendo, s'abbracciarono, stretti stretti, pulsanti. E lacrime incominciarono a sgorgare, di gioia, di felicità, di pace. Quelle lacrime che sciolgono il groppo in gola, per capirci. Un'ilarità incontenibile, allora, li travolse, sembravano come impazziti ed il vecchio ad un certo punto si piegò e temendo di cadere si aggrappò istintivamente alla moglie, trascinandola a terra, e lì, rotolandosi, risero, risero, risero. Su di loro, gridando, si gettarono i figli e si poteva vedere quel mucchio sussultare e sobbalzare, qua e là rimbalzando e trascinandosi per la stanza. I loro visi diventarono paonazzi ed allora un poco si arrestarono, giusto per prendere fiato. L'uomo in bianco, l'intruso, li guardava appoggiato allo stipite della porta, accarezzando il taschino.
Piangendo.