venerdì 24 luglio 2015

UN PEZZO DI CIELO DENTRO DI ME

Marcio, io, imperituro, sì. Marcio incontro alla mia precisa ferma destinazione, la meta stabilita, il luogo segnato sulla mappa del tempo che io sono che ho ch'è in me. Magnetico, necessario, quel posto m'attrae, con l'arte del gorgo poi, mi disorienta e risucchia.
Imperturbabile, io, sì, ma non tanto da trascurare, che, impercettibile, sì, ma non tanto da evadere il mio sentire, una goccia cadendo si frange, nello schianto s'infrange sulle mie ciglia e figlia quattro più piccole gocce che, percettibilmente si distribuiscono e giacciono sul mio zigomo, la mia guancia, il mio labbro. D'istinto, senza vera necessità, senza sete, tanto per fare, lo giuro, lecco quella goccia dal mio labbro e l'introduco nella bocca che l'accoglie già di per sé umida e a tutto questo indifferente. Dallo zigomo puntuto e sdrucciolo se ne distacca volando via un'altra, sorpresa da quel teso vento che nella fattispecie io sono, e si disperde, e atterra dove, io non so. Dalla guancia invece non si muovono, restano, s'asciugano, penetrano in me. Anche loro hanno un origine, un dovere, una destinazione precisa, un luogo, mille mille mille ne hanno avuti, tornano e ripartono da qui e chissadove, ed ora ultimo di quella serie, quel luogo, io sono.
Imperturbabile marcio ed una scheggia di cielo entra dentro di me.
Accidenti degli elementi.
Eccola, lassù, eccola nel grigiazzurro cielo, perturbata, la nuvola, l'astronave madre, che scorgo, controllo e sorveglio con la testa vigile dell'occhio; di più, altro, non voglio: alzare il capo, così che lei sappia di me, sbilanciando inoltre il mio lanciato passo, distraendo la mia imperitura marcia è troppo, è esagerato donare. Indifferent'ordunque m'allungo verso il luogo che so, scosso da fremiti d'impazienza urbanamente mitigati. Temo, e timore s'usa d'obbligo quand'udiamo cose che non credevamo udibili, temo di sentire la nuvola richiamare i suoi dispersi figli. Riecheggiano attorno, dentro, i nomi di quei discendenti di celeste stirpe, nomi formati da suoni indicibili, inspiegabili. Son dentro di me, ora, madre, non mancherò di restituirteli, non temere, ci sarà tempo e modo e luogo, e soprattutto, luogo.
Or che son consapevole d'aver frammenti di cielo dentro di me, il mio passo s'alleggerisce e sgrava, non più m'inerpico ansimante d'ansa in ansa su per gl'intricati erti vicoli, ma sorvolo, ora, le strade luride e retto, sfreccio veloce e netto.
Ancora, ancora, ancora salgo, m'innalzo, ancora, verso di te, a te, da te giungo, dunque, rimbalzando sulla tua schiena come il liscio sasso sul piatto dorso dello stagno, del fiume quieto, e quando cessato sarà il mio slancio, rendendoti i figli precipiterò nel raggiante tuo luminoso grembo.
Numinoso grembo.
Lumi e numi.

Ed ecco che mi porti attraverso nuovi solchi del cielo mutando perennemente il tuo aspetto, ti sfili e ricompatti, ti prendi gioco del vento che vorrebbe sollevarti le sottane ed assumi forme che quei di laggiù pensan di riconoscere e battezzano con nomi formati da suoni indicibili, inspiegabili. Stanca, sei, annoiata, ora, di questo vecchio gioco ed ecco che ti sciogli in pioggia e cadendo, io, ritorno, alla terra, e sul fondo dello stagno, dove riposo, il fondo del fiume quieto ansa dopo ansa, dormo e sogno, il fondo è, era il mio luogo, giaccio e ricordo che un piccolo pezzo di cielo prese casa dentro di me, un bel dì, marciando.

venerdì 17 luglio 2015

EXSIT

Luce: dentro!

Vengono e vanno, sì, già, è così, di continuo, tutti, tutt'attorno a me, sempre, ognuno tranne me. Oh, no, lei no. Resta, Chuen, ritta nella sala d'aspetto, immobile ai margini di quel turbine smerigliato d'uomini, donne e bambini che vanno e vengono. Lei, no. Ritta, sta, sola nello spazio che il suo corpo crea ed occupa e che il suo sguardo inconsapevolmente difende, in attesa, attesa immobile. E' evidente, sacrosanto, che davvero, stavolta, ci sia qualcosa che non va. E' proprio certo, santo cielo. Eppure non riesco a capire il perché si attardino tanto, così tanto per dirmelo, visto che ormai non avranno più nemmeno l'ombra d'un dubbio. Ci si ammala anche d'attesa, alle volte, non lo sanno? Ed ognuno di quelli che lì la circondano, a lei indifferenti o quasi, prima o poi ricevono la propria bianca busta e se ne vanno dopo aver ascoltato, strette in un breve sussurro, poche parole, accompagnate da un sorriso o no, supportate da una mano sulla spalla oppure no: poche parole, un saluto, e se ne va, la gente. Lei no, lei, lì ritta, sta, ferma. Silenziosissima, religiosamente silenziosa.
Per l'impazienza e la tensione che l'attanagliano vorrebbe, anzi, dovrebbe piangere. Si forma sui suoi occhi una patina che a vederla sembra l'acqua d'uno stagno immobile che incomincia a ghiacciare, ed attraverso quel filtro l'immagine del mondo le giunge sformata come quella di un oggetto immerso in acque un poco mosse e torbide. Non piange, però, si trattiene abbastanza... abbastanza. Ed un occhio ora prende a chiudersi e a riaprirsi a scatti, in disaccordo con l'altro, ostinatamente intento a rimanere fisso sul vuoto. Crede, lei, che tutto quello sbattere di palpebra sia così violento da non poter non essere anche rumoroso, molesto ed inquietante come il vicino sbatter d'ali d'un rapace, ed allora si tiene serrato quell'occhio con due dita, e cammina avanti e indietro, pensa, lei, che l'energia destinata a quell'involontario, indesiderato moto precipiti, così facendo, giù dalla testa fino alle gambe, ai piedi, dal pianto all'impiantito, avanti e indietro lungo alla parete candida della sala dove aspetta e tutt'attorno vanno e vengono. Ecco, arriva, ora, l'infermiera e seriaseria, mi dice: Venga, il dottore vuol parlare con lei due minuti, e accorgendosi della disperazione che va inscrivendosi sulla mia faccia mi getta il suo sorriso, elegantemente sfoggia quell'espressione rassicurante, provata e riprovata, non mancando nel frattempo d'osservare i miei occhi che vanno dalla sua bocca ai suoi occhi, brancolando in cerca d'un appiglio, d'un segno, un significato non detto, una speranza nascosta. Quel mio sguardo si perde e mi perde facendo sì che io dimentichi l'attimo e le giuste parole, quelle necessarie, da pronunciare alla vigilia del disastro. L'addio sull'orlo del baratro che non si può tacere. Ma no, null'altro, invece, avviene, in quei momenti. Continua, semplicemente, lei, a misurare la lunghezza di quella parete luminosa a corte falcate, a nervosi, scattanti brevi passi avanti e indietro, con lo sguardo rivolto al soffitto prima ed alle scarpe poi, e a quella bambina che la mamma – incosciente! - ha portato qui con sé. Di quella bambina può vedere solo la testa e le manine posate sulle spalle materne; tra le palpebre socchiuse di quei piccoli occhi scorge le pupille che la seguono come un pendolo mentre i suoi brevi passi la rintoccano su e giù. Qualcuno riceve intanto la sua busta, delle parole, un sorriso a cui in risposta ride, sorride e se ne va, salutando tutti rumorosamente, pesante è il suo incedere: quella persona è già uscita da molto ed ancora, qui, è possibile udire quei passi segnare il tempo del suo allontanarsi. Quella persona non capisce nulla.
Ovviamente, lei osserva tutto questo con stupore: crede sia un vero orrore manifestare in questo modo la gioia pubblicamente, soprattutto quando questa si riconduce agli esiti di un esame medico, quando questa è così strettamente associata a ciò che vi è di più intimo: la malattia. La gente dovrebbe uscire di qui facendo in modo che nessuno degli altri possa intuire se gli è andata bene o male, è orribile ricevere una brutta notizia o tremare di paura mentre qualcuno ride e se ne va sbattendo la porta, ma altrettanto orribili sono le lacrime che nella loro discesa appesantiscono fino a precipitarli i passi di coloro che se ne vanno leggeri, quasi volando. E' mostruoso, davvero. Perché per annullare gli effetti negativi che derivano da questa nostra forzata convivenza, dovremmo imparare a fregarcene di tutto, ma se fosse così, allora stare qui o stare altrove, sarebbe lo stesso. In un luogo com'è questo luogo, possiamo gioire o disperarci solamente se nessuno gioisce e si dispera. La tua libertà finisce dove la libertà del tuo prossimo non incomincia. Io sto qui, aspetto e so: so che questa volta la sentenza è stata scritta, che stavolta è Quella volta: ora uscirà quel cancelliere infermiera e mi dirà: Mi segua, il dottore del diritto le deve parlare due minuti, ed io le guarderò la bocca, e poi, in quella specie di tribunale, quell'uomo in camice toga e martelletto pronuncerà parole che non sentirò, perché già le conosco, già mi sono riconosciuta colpevole, già attendo uno sconto di pena, già ormai perduta fissando i suoi lineamenti che ondeggiando si sciolgono tra i vapori della mia mente che lotta per proteggere l'oscurità su cui galleggia, raccoglierò la mia busta bianca, con su scritto il mio nome, vera lordura del mondo, da quel tavolo tavola delle leggi, alzandomi. Oh, son tutte uguali, quelle buste, fuori, bianche e candide e pure ed innocenti, ma dentro, no. Dentro, no. Accennando un sorriso uscirò e quelli reciteranno frasi incoraggianti e poi, io, attraversando la sala fra gli sguardi appostati di tutta quell'altra gente che avrà frattanto inteso ciò che io sempre ho saputo, sfilerò silenziosa e morbida e saluterò, uscendo, con un filo di voce che non saprà di niente, un sapore però che loro giureranno d'aver riconosciuto chiaramente, e chiuderò la porta con cautela, pian piano sparendo, ed attraverserò la città come un fantasma, o meglio, come chi preferirebbe essere un fantasma, risalirò poi le scale che mi condurranno a casa, sarà, quella, l'ora in cui i vicini saranno tutti fuori ed allora piangerò e griderò, griderò e piangerò, e poi domattina quando al lavoro mi chiederanno com'è andata, io risponderò Non troppo bene, ma niente di certo e sorriderò e dirò che mi son state indirizzate parole preziose d'incoraggiamento e vagamente scivolando me ne andrò sorridendo, sorridendo.

All'improvviso, finalmente, senza un vero motivo, la coglie una certa, inattesa tranquillità: può di nuovo sedersi. Batte le unghie perfettamente curate sul bracciolo logoro ed opaco, solo per pochi secondi, immediatamente consapevole di stare probabilmente arrecando disturbo agli altri, così, interrotto il tamburellare, accavalla le gambe e batte ritmicamente col piede. Una forza, una forza brutta avverte, che tenta di prendere il sopravvento su di lei, che tenta d'uscire dal suo corpo per rivelarsi e gridarle il proprio temuto, impronunciabile nome; e giunta a questo critico punto, la sua mente, senza invito, evoca d'incanto le figure del suo passato, le care immagini tutelari: un nonno, il padre e la sorella minore, accidenti, tutti morti proprio a causa di quello stesso male che lei vien qui ogni anno a farsi diagnosticare, nell'eterna certezza d'esserne divenuta facile preda, convinta che quel cacciatore che la va da sempre braccando abbia facile gioco con lei, potendola scovare guidato dall'odore del suo sangue così famigliare. Tutti, tutti glieli aveva portati via, accidenti.

E non solo per affetto, conforto o nostalgia, la sua mente evocava queste figure antiche, no: cova, anche, verso di loro, rabbia, la rabbia che si prova per l'untore, per chi ha minato le fondamenta di una vita innocente, la sua, nata senza colpa. E si trasfigura la loro immagine, e si trasforma tutto l'ambiente che la circonda, come sempre, quando, giunta a questo punto, la sua testa proietta questo film. La scena si apre con uno squarcio che improvvisamente si spalanca, accompagnato da un terribile schianto, proprio in mezzo al soffitto, dal quale discende un mulinello vorticante, sfolgorante, luminoso, ed ecco che dal dissolversi di quel turbine, sottolineati da uno scampanìo lontano, vediamo emergere i suoi tre parenti in bianche, povere vesti, che giungono a guarirla. La sorella, anch'essa una vittima dell'ancestrale untore, sta in un angolo della sala da dove impartisce gli ordini al padre ed al nonno, guidandoli nella loro missione, alla quale danno ora il via, precisi, operosi, tecnici. Il padre si avvicina a Chuen e le accarezza gentilmente la testa e le spalle, poi le tiene una mano fra i capelli mentre il nonno, su cenno della bambina, incomincia a scavare nell'addome di Chuen: cellula dopo cellula, tutte le parti malate di quel corpo vengono espulse e come dardi fiammeggianti tracciano nell'aria piste fumose. Una coltre grigia che disorienta il cacciatore, che indispettito, frattanto, se ne va, e ricopre l'angolo dove rimane invisibile la sorella. Il padre ora le tiene la testa fra le mani e le sussurra le solite, rituali parole che mai lei è riuscita a comprendere. Eppure sa quanto sia fondamentale che riecheggino dentro di lei, che nel suo corpo comandino con il loro grido alle truppe le giuste manovre da effettuare per scacciare il nemico. Non importa sapere, anzi, probabilmente è necessario che non le capisca, quelle parole: forse, se le intendesse, non varrebbero più nulla. Sì, certo, le analisi sono già state fatte, ma non importa: Loro sanno cambiare il presente come il passato, toglieranno il male dal mio corpo ora, come lo toglieranno da ciò che era il mio corpo un mese fa, o quando comunque fu aggredito da questa cosa, e poi mischieranno i caratteri e i segni così che nessun medico saprà più interpretarli, gli toglieranno da sotto agli occhi quelle prove che fino ad un attimo prima consideravano certe ed inoppugnabili, e poi caleranno su di loro l'oblio e quelli si chiederanno: Cosa ci stiamo a fare da così tanto tempo davanti a risultanze così evidentemente negative?ed io sarò sana, lo sarò sempre stata, benché in realtà io sia ogni volta, dal Loro intervento, guarita. Basta! Che ci stiamo a fare? Si chiederanno ancora e poi esclameranno: Datele la sua busta, salutatela, mandatela a casa, non è questo il suo posto, lasciate che vada dove potrà ridere e gioire, libera. Loro possono cambiare il presente ed il passato, Loro possono tutto e perché riescano a noi basta volerlo, basta crederlo.

Ora, lentamente, si dissolve da quell'angolo il fumo, e gradatamente riappare la figura della sorella, che ora altro non è che un involucro ulcerato, un povero sacco di carne piagato dalle innumerevoli ustioni provocate da quelle brucianti saette, che il suo corpo ha attratto immancabilmente. Lacrime e sangue sgorgano dai suoi occhi e grumi brunastri di tessuto distaccato, scivolando sul suo devastato corpo tracciano delle piste pulite di nuda pelle. La conducono via, ora, e sostenendola se ne vanno, accostano la porta silenziosi dietro di loro. Lei, lei viene richiamata alla realtà di tutti dalla suoneria di un cellulare. Lei lo spegne sempre il suo telefono quando entra in uno di questi luoghi di preghiera, trova che le persone che lo lasciano acceso siano vittime d'una malattia che nessun medico qua dentro saprà diagnosticare e naturalmente, curare. Perdipiù questa suoneria, nella fattispecie, non è altro che un ballabile di gran moda che lei detesta con tutto il cuore, come tutto quanto è in voga. Negativo. Basterebbe che da quella porta sbucasse quella donna, che mi consegnasse quella sua candida bustina e dentro ci fosse scritto Negativo ed allora potrei persino ballare tutta notte su queste stupide, brutte note, con un uomo, sì, con quell'uomo che detesto, e che mi fa la corte, che vorrebbe figli senza sapere che il figlio che avrebbe da me passerebbe gran parte dell'insperata vita adulta maledendolo, con quell'uomo danzerei tutta notte e cadremmo sfiniti, abbattuti dal primo scintillio della luce dell'alba come fosse un colpo di fucile.

Esce, quella donna, da quella stanza, finalmente. Porta con sé due buste, due buste, porta. La prima la consegna alla signora con la bambina, ed alla bambina accarezza la testa, e proferisce qualche parola ed un saluto gentile e quelle se ne vanno raccogliendo tutte le loro cose, e la piccola fa ciao con la manina e quasi tutte le persone lì attorno rispondono ciao con la mano, poi la donna con la busta rimanente va da lei. Gliela consegna e le dice Vada pure, è tutto a posto. L'espressione che assume la sua faccia dicendo quelle parole, sfugge al controllo di Chuen, che già affondava dietro ad un muro liquefatto, vibrante. La signora con la bambina le tiene la porta aperta, lei ringrazia – sì, questo l'ha sempre saputo fare benissimo, esprimeva da sempre un gran talento nelle manifestazioni di gratitudine, un automatismo ben sperimentato anche nelle più disgraziate situazioni – senza dir parola, soltanto annuendo e sorridendo. Finalmente fuori, fuori... Con la mia candida busta, soli. Apri, apri! Parole, neri segni, nomi, numeri, cose che non so, non capisco, non m'interessano. C'è scritto Negativo? C'è scritto. Danza tra le righe e le lettere che lo compongono e che lottano tra di loro, ma c'è. Controlla ancora: c'è. C'è. Il tempo della mia vita ancora non è destinato a finire, ha avuto una dilazione. Potrò vivere tranquilla ancora per un anno. Loro, hanno fatto il loro dovere, anche stavolta. E' giusto, me lo devono. Torneranno a guarirmi ancora ed ancora, anno dopo anno, finché in me ci sarà una forza che non conosco che creda in loro, finché avrò la forza di resistere in questo ed in ogni luogo, mi guariranno finché io vorrò essere guarita. In fondo, cova nel buio del dubbio, la più terribile fra le malattie. Ora io posso gioire, festeggiare. Ma non qui, non qui, non sulle disgrazie altrui. A casa, poi, sola.



Buio:fuori!

venerdì 10 luglio 2015

DALL'UOVO DI CONIGLIO

Cercava la Pace, ma rispose al telefono.
Udì dentro al ricevitore quel suono che di solito suo padre emetteva allorquando materiale esoticamente necrotico gli si muoveva dall'intestino, e, tangibilissimo, realistico all'inverosimile, percepì quell'odore di morte che a quel suono seguiva all'istante, senz'eccezioni, in via diretta da quelle viscere marcite che il corpo di suo padre custodiva per uno strano scherzo del fato, pur restando mostruosamente ancora vivo.
Il tanfo – ovvio – non gli giunse però così come quando lo percepiva Realmente, quando si trovava Davvero a poca distanza dalla bocca del padre, potendosene dare una sola rappresentazione relativa, contingente, ma gli si personificò invece, a distanza, ideale e perfetto, assoluto. Non lo seppe reggere per più di qualche secondo e, telefono in pugno, scattò verso il bagno turando con la mano libera la bocca, fino alla tazza, sì, la tazza del cesso, dove finalmente potè dare libera uscita alla cena, che colpevole solo d'essere stata pessima, risultava tuttora ingiustamente detenuta.
Continuo, frattanto, sentiva il gracchiare vicino della voce del genitore amplificato dal cavo della mano, e ripreso fiato quanto bastava, gridò:
Aspetta! Cosa? cosa devo aspettare? Papà, aspetta, sto vomitando! Stai vomitando? e cosa?
Ecco cosa: trovata la via di fuga aperta, anche il pranzo, scaltramente, l'infilò, e tornò come giusto, anch'esso, a rivedere la luce.
Una volta terminata l'attesa della rievocazione del cibo, esibito un distratto interessamento agli avvenimenti recenti della vita del figlio, Padre si lamentò a sufficienza del proprio infausto caso clinico, tuttora manifesto nel peggiore dei sintomi (la vita), e si congedò.
Figlio tornò al bagno, dove si lavò la bocca e prese in considerazione l'ipotesi di lavarsi anche i denti, intento che poi non attuò perché testualmente “troppo stanco ed incapace di volere altro”.
Stette per un certo tempo accucciato davanti al lavandino.
Tenendosi aggrappato al bordo.
La testa fra le braccia.
Sentì freddo.
S'alzò.
E barcollante fece ritorno al tavolo da dove era giunto poco prima. Lasciò cadere la testa sulle braccia e non pensò.
Chiusi gli occhi, vide scorrergli davanti cavalieri medievali armati che fendevano reggendo fiammeggianti torce, una nebbia rossa. Fumo, forse. Fuoco, forse.
Sentì freddo.
Forse sangue.
Fastidio. Ancora.
Ma certo. E' evidente, questa casa è fredda, è gelida.
Forse fuoco che sanguina.

I sogni non riscaldano le case vuote.
Il sangue che brucia, forse.
Pensò a qualcosa da scrivere.
Luoghi in cui la constatazione del nulla è tutto.
Perché costui ambisce ad esser scrivano, di professione. Di quelli che scrivon cose di fantasia. Che raccontano frottole.
Bisognoso di tranquillità pensò a Quello, che si lamentava del fatto che mai nessuno avesse scritto un'epopea della pace.
Sentì che il padre stava morendo.
Ma di quale pace si può scrivere? Solo l'atto dello scrivere è già un'azione di guerra. Un conflitto che si allarga al lettore, poi, laddove ce ne sia uno.
Che il padre stava morendo, sentì. Lo stomaco. Sensazione che non gli giunse nuova. Da anni, il padre stava morendo. Da sempre.
Oh, ci si abitua a tutto.
Ma stavolta l'aveva sentito, al telefono.
Questo è igienico.

Oh non amò mai davvero suo figlio, né il suo stomaco. Amò il suo mal di stomaco, questo è tutto.

Chiudere gli occhi.
Aggiungere buio al freddo.
Riaprirli per trovarsi al cospetto di un medico che per scuotere Figlio da quel suo granitico, preoccupante, impietrito torpore, declamò parole chiave: “D'altronde, già è un miracolo che suo padre abbia potuto vivere così tanto dopo l'insorgere della malattia.”
“Già”, l'uomo di granito pensò... “Proprio così. Un Grande miracolo.”
Il corpo freddo del padre, davanti. Un corpo che improvvisamente, così, da un momento all'altro, non chiedeva più nulla, non si lamentava più di niente. Non stava a dettagliare ogni minimo malanno, non chiedeva d'aiutarlo a cercare le ciabatte o il telecomando. Non desiderava più. Non temeva la morte. Così improvviso fu quel mutamento che a lui, a Figlio, parve tutta una truffa, e continuò a pensarlo altrove, caldo, querulo, insopportabilmente logorroico e piangereccio.
Poi al funerale si sentì meglio. Molto meglio. Sollevato. Quasi felice. Vide cavalieri medievali gozzovigliare e festeggiare brindando alla morte di un dio attorno ad un fuoco color del sangue. Sentì stringere le mutande. O no. Forse le sentì stringersi per ben due volte.
Rinvigorito, sentitosi così forte da poter mostrar pietà Povero vecchio, però, pensò: con un pizzico di coraggio in più avresti affrontato e vinto tutto questo e m'avresti guardato negli occhi, un giorno, morendo. Perché poi in fondo eri solo un codardo. Eh, sì, avevi un coniglio nel cervello. Un coniglio nel cervello ed una carota nel cuore. E con gli anni il coniglio scendeva giù e sempre più giù e si mangiava sempre più di quella carota eccoecco.

Ma è tutto sempre così facile a dirsi.
Eh oh no.
No.
Non è neppure facile a dirsi, niente.
O tu avessi avuto un padre come sei stato tu non avresti certo potuto avere un figlio da

Camminare. Alzarsi al mattino. Non cadere. Tutto questo non è pace. Non c'è pace nel respiro, nel battito sereno del cuore. Epica della pace. Solo pensarlo è già una contraddizione.

Nella morte, forse? no, neppure nell'esser morto, quindi nel non essere: quindi, nessuna pace.

Casa sua tornò ad essere vuoto meno lui.
Aveva, figlio, dentro, maldigerita, sbocconcellata, una vita.
Gocce di sangue. Una dopo l'altra, un giorno dopo l'altro.
Vivere per traboccare: il tempo di scrivere: quello in cui tutto quanto risalì dalle viscere, volle esser vomitato.
Riveder la luce.
Rinascere.


Ed ecco il silenzio che subdolo ed invisibile penetra dalle finestre socchiuse, spazza via le parole dalla sua testa, un rapido stormir di pensieri e poi, via, più niente, giusto un lampo in cui capire che sta accadendo,

domenica 15 marzo 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -FINALE

Passati pochi anni i cittadini si resero conto che non dovevano più fare molta strada per giungere al luogo dove svettava: sembrava infatti che quello, con la sua miracolosa crescita, stesse loro venendo incontro a gran velocità, che presto avrebbe certamente invaso i confini di Juron. Ladnock nel frattempo s'era fatto sempre più debole e vecchio, lo spettacolo della danza delle stelle, dei rami e degli uccelli, ormai s'era trasferito sullo sfondo delle sue palpebre perennemente chiuse. Non riusciva più a parlare con l'albero, neppure a sussurrargli tutte quelle parole che avrebbe voluto dirgli, e questo l'intristì molto. Sentì che si stava spegnendo lentamente, e a un certo punto gli rimase solo l'energia sufficiente a capire che era giunta la sua ora. Raccolse le poche forze residue, accarezzò la corteccia e serenamente morì. La pianta rombò allora col frastuono del terremoto e si richiuse tutta attorno a lui in un battibaleno, se lo tenne dentro al suo tronco caldo, e nessuno lo poté più vedere.
Durante il corso della notte che seguì alla morte di Ladnock, l'albero proiettò una luce così forte che la gente che abitava nelle case poste in un raggio di diversi chilometri, non accendeva la luce per vederci: apriva le finestre. Ed il mattino dopo, all'alba, l'albero produsse così tanta rugiada che alla prima luce del sole tutt'attorno sembrò che durante la notte il cielo avesse fatto piovere brillanti. Fu quello un grande prodigio: erano davvero pietre preziose, quelle, ed ogni cittadino poté raccoglierne almeno una, e si dice che abbiano, queste pietre, benefici effetti sulla salute delle persone e degli animali.
Inevitabilmente arrivò l'ora in cui molta gente, ormai stufa di vivere nelle case, oppure stanca di doversi sobbarcare continuamente quel viaggio fino all'albero per amor suo o per raccoglierne i frutti, decise di andare a stabilirsi chi sull'albero, fra i rami, chi intorno al tronco. Ed in molti, molte famiglie incominciarono così a vivere in quel luogo, anche se quelli che decidevano di stare intorno al tronco erano costretti a traslocare molto spesso, perché continuava inarrestabile la sua crescita, ed in certi periodi ci si doveva spostare addirittura di giorno in giorno per assecondarla.
Ora che sono passati molti, molti anni, da queste parti sono molte di più le persone che vivono sui rami o all'ombra di essi di quanti non abitino le case della città. La quale ha preso visibilmente a rimpicciolirsi, come ritirandosi davanti all'inesorabile avanzata dell'albero, che, nel frattempo, dopo aver invaso la periferia, ha incominciato a divellere le fondamenta delle prime case del centro. Qualcuno, tra politici e giuristi, non troppo felici dell'andamento della faccenda, propose di cambiare quella legge che li obbligava a subire tale avanzata, ma quando si misero d'accordo per un simile emendamento si resero conto che comunque, qualsiasi provvedimento avrebbero preso, ormai sarebbe stato tardi per tentare alcunché per arrestare l'albero.
Presto non ci sarà più alternativa a vivere nei suoi pressi. Esso è, e sarà sempre di più, il mondo in cui abitiamo ed abiteremo, crescerà infinitamente ed i suoi rami che continuano a sfamare l'umanità arriveranno un giorno non lontano a toccarsi avendo completato il giro del globo terrestre. Allora il pianeta sarà l'albero, e nient'altro, e noi mai più potremo tornare a vedere la luce del sole.


martedì 3 marzo 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -13-

Passarono i mesi e quella pianta crebbe incessantemente sotto all'amorevole sguardo di Ladnock, diventò a breve un albero meraviglioso, maestoso, che, di pari bellezza, lì attorno non se ne vedevano. Ladnock, che ormai era da tutti additato come lo scemo del villaggio, un povero vecchio a cui si è spappolato il cervello, si stufò alla lunga di sentire tutte quelle voci e decise di trasferirsi sotto al suo albero. Viveva, dormiva al riparo di quei rami che aveva visto crescere, e che conosceva uno per uno, e che presto incominciarono a dare sorprendentemente degli strani, succosissimi frutti. A lui bastava mangiarsene uno alla settimana perché non sentisse più né fame né sete. Poi, quando l'albero crebbe ancora, i frutti diventarono ancora più grandi, e a lui bastava mangiarne uno al mese. Giunse l'inverno e Ladnock non sentì freddo: dal tronco s'irradiava un tepore confortevole, quasi domestico, che chissà, forse le radici andavano a pescare da profondità inusitate della terra. Inevitabilmente, alla lunga, la gente venne a sapere di questa storia ed incominciò, prima alla spicciolata, poi in massa, a venire a far visita a quello strano vecchio un po' squinternato e a quell'albero prodigioso. Già che c'era, qualcuno incominciò a cogliere alcuni dei suoi frutti per farne commercio in città, ma presto si rivelò un pessimo affare, infatti quei frutti avevano la strana proprietà di rimanere sempre freschi attaccati ai rami, e giunti al punto di maturazione la loro crescita si bloccava e non marcivano mai, ma se li coglievi e non li mangiavi entro pochi minuti, esplodevano letteralmente in una poltiglia appiccicosa e maleodorante, che la gente per pulirsi di dosso impiegava diverso tempo, e spesso inutilmente, perché capitava che per giorni quell'odore s'impregnasse nella pelle. Quindi molti furono i cittadini che incominciarono, per sfamarsi, a recarsi a quell'albero, e poi facevano ritorno alle loro case.
Ladnock, nel frattempo notava che tutti lo salutavano e lo riverivano, passando di là, manco fosse un santo eremita, ed un po' si sentiva a disagio per tutto questo. Non capiva se addebitare questo voltafaccia della gente alla loro ingenua volubilità o se, semplicemente, in precedenza, aveva conosciuto soltanto le persone sbagliate. D'altra parte se ne fece velocemente una ragione, quella gente lo conosceva come il vecchio dell'albero e per lui questo era un riconoscimento più che sufficiente, ed a tutti indirizzava un dolcissimo sorriso.

Nel corso di una notte si assistette ad un altro incredibile prodigio: calata l'oscurità, le foglie dell'albero presero ad emanare un bagliore violaceo, tenue, sì, ma che tuttora, dopo ogni tramonto si rinnova e risplende così chiaro e netto che anche nelle notti nebbiose fin dalla città è possibile scorgere quella luminescenza. Ed intanto l'albero cresceva, e cresceva, e cresceva, nutrendosi degli stessi suoi frutti che ogni tanto lasciava cadere a terra, e che venivano come risucchiati dalle sue stesse radici. Ladnock, ormai, troppo in là con gli anni, non riusciva più a reggersi in piedi e l'albero incominciò a crescere intorno a lui, abbracciandolo stretto come in una specie di nicchia naturale, calda ed accogliente, dove il vecchio dell'albero passava il suo tempo guardando in alto, verso gli uccelli ed il cielo fra i rami, e tutto: nuvole, foglie, i frutti, lo stesso sole, tutto gli sembrava danzasse per lui, gioisse per lui attraverso un'eterna, gioiosa coreografia.

martedì 24 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -12-

Ladnock rinunciò a passare da casa e s'incamminò verso la città, senza per altro aver in mente una meta precisa. Lentamente sfilava tra i grigi cubi di cemento del centro, così frastornato da non riuscire a conservare neppure la prontezza di dedicare uno sguardo a quei balconi fioriti che si sforzavano onestamente di colorare la città e che certamente, anche loro, sono stati oggetto di cure amorose, povero Ladnock... no, non li guardava nemmeno, forse ora non gli avrebbero evocato altro che sensazioni sgradevoli. Giunto ad un grande incrocio rimase a lungo incerto su quale direzione prendere, poi si accorse che da quando era partito non aveva fatto altro che camminare in direzione del sole. Ed in direzione del sole decise di procedere ancora, a quell'incrocio. Oltrepassò il centro e molto più velocemente di quanto pensasse si ritrovò in un battibaleno la periferia alle spalle. Finalmente incominciò a vedere un un po' di verde, davanti a sé: un boschetto, oltre al fiume, dall'altra parte della valle attirò la sua attenzione e lì decise di andare. Guadò con facilità quel corso d'acqua quasi asciutto a causa dalla persistente siccità e penetrò finalmente nello spazio adombrato da quegli alberi secolari, giunse poi in una piccola radura, e, sfinito, s'addormentò. Calò la notte intorno a quel boschetto, sopra alla città. Pacificamente dormiva Ladnock, abbracciato al suo fagotto di morti fiori. I suoni notturni del bosco, che per molti sono sinistri o addirittura spaventosi, non svegliarono Ladnock, anzi, il sonno sembrava tanto più quieto quanto più il bosco parlava alle orecchie di quel dormiente. A mezzanotte, però, quattro fuochi fatui danzarono intorno a lui, ed il suo fagotto gli sembrò agitarglisi fra le mani. Allora spalancò gli occhi ed i fuochi fatui si spostarono poco oltre, e danzarono su di un monticello di terra bruciacchiata. Ladnock spostò col piede i primi strati di terra che quella danza sembrava indicargli. Gli parve di vedervi affiorare un gomitolo. “Fuoco fatuo”, disse, “fammi più luce, che non riesco proprio a vedere bene”, e subito due o tre fuochi si riunirono proiettando una luce intensa ed ondeggiante grazie alla quale Ladnock potè vedere quella piccola buca che s'era aperta con i piedi sul terreno. Infilò un dito e si rese subito conto che quelli lì erano capelli. Vuotò allora il proprio fagotto sopra a quella chioma e ricoprì la buca. Era giunta ormai l'alba, i fuochi fatui impallidirono e Ladnock s'incamminò per tornare a casa.
A prima vista insensatamente, Ladnock prese a farsi e rifarsi tutti i giorni la strada fin laggiù allo scopo d'annaffiare quella scarsa terra smossa e bruciacchiata. Non possiamo nascondervi che più di una volta egli declamò in gran solitudine, rivolto a quel terriccio, anche certi discorsetti di cui però non è dato sapere l'esatto contenuto. Un giorno un piccolo filo verde fece la sua comparsa e Ladnock fu felice come se fosse diventato padre.

Quel virgulto divenne a breve una pianticella, poi fu sempre più grande, sempre più grande, giorno dopo giorno. E lui gli parlava sempre di più, come se diventando grande potesse capire più parole e concetti più difficili e quella cosa cresceva, a volte, a vista d'occhio, letteralmente. E Ladnock non stava più nella pelle, durante le poche ore che ormai passava nel suo appartamento: non riusciva a far altro che pensare a quella piccola e apparentemente insignificante piantina. Addirittura, talvolta, prima di andare a dormire ripassava mentalmente i discorsi che le avrebbe tenuto all'indomani, che non voleva mica presentarsi impreparato.

lunedì 16 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -11-

La soluzione che più volte quegli illustri dottori della legge avevano paventato, s'andava attuando mentre quelli, riuniti in Procura, trattenevano Ladnock, che, tornato a casa, subito si rese conto di quale terribile provvedimento era stato adottato per risolvere il problema in sua assenza.
Si tenne una mano sul lato giusto della faccia, lui, persino tenne la testa china, per sicurezza. Ma proprio posando lo sguardo a terra, capì subito: tutte le parti sporgenti delle piante, tutti i fiori che sfuggivano alle sbarre, tutto quanto cercava d'uscire, insomma, era stato reciso e gettato ai piedi del balcone, lì davanti ai suoi occhi. Affacciato c'era il signor Ni, che chiese, ironico:
“Ha mal di denti, signor Ladnock?”
“No, mi tengo la mano sulla faccia per fare un favore ad un magistrato.”
“Cosa ci vuol fare, Ladnock”, proseguì Ni, vedendo che quello teneva lo sguardo fisso sui fiori a terra, “prima erano di tutti e adesso non sono più di nessuno, tutto sommato, quasi-quasi non è che faccia questa gran differenza.”
“La differenza che passa tra la vita e la morte”, commentò Ladnock, “per quanto né io né lei siamo in grado di qualificarla granché meglio.”
“Com'è diventato, però, lei... così scuro... suvvia, non ci pensi più, adesso. Adesso è libero, alla mattina può svagarsi un po', finalmente, non ha più impegni.”
“Io non facevo niente di male.”
“Ma la legge è legge. Se ciò che lei fa fuori dalla proprietà di qualcuno ha effetto all'interno della stessa, è ovvio che ciò che sta facendo è illegale. Facciamo un esempio: lei scaglia un sasso da lì dov'è verso la mia finestra. Quello entra in casa e mi spacca la testa, che fa? Viene a dirmi che ciò che ha compiuto è perfettamente legale perché ha compiuto l'azione fuori dalla mia proprietà?”
“Di tutti e di nessuno, già. Chiunque avrebbe potuto cercare di aiutarle a vivere così come chiunque avrebbe potuto ucciderle.”
“E' la legge.”
“La sua testa, ora, signor Ni, è sua e mia, sporta in quello spazio. Di tutti e di nessuno. Viva e morta. Fossi in lei, un poco ci rifletterei.”
Al signor Ni quest'ultima affermazione parve così oscuramente stringente e minacciosa, che impallidito, non trovò meglio da fare che richiudere subito la finestra, e come si dice, rimettere la testa a posto.
Ladnock guardò i fiori a terra e sospirò profondamente. A forza di trattenere le lacrime, ultimamente, s'immaginava che gli si fosse formato un mare, dentro, in cui sguazzavano aggressivi, carnivori pesci iridescenti, dai colori del tutto simili ai fiori della signora Kontiki. Istintivamente raccattò tutto e ne fece un fagotto, non tralasciando di raccogliere anche rami, rametti, foglie e foglioline che erano rimaste sparse tutt'attorno. Finito questo lavoro, citofonò a Suroki e gli chiese di scendere per un attimo perché aveva bisogno di chiedergli alcune informazioni. Giunto che fu Suroki, i due si salutarono e Ladnock lo interrogò:
“Ascoltami bene, buon Suroki... dato che tu sei uno specialista, per quanto sia ammissibile, dimmi: dove possono averla seppellita la signora Kontiki, gli elfi?”
“Gli elfi oscuri.”
“Ecco, quelli oscuri. Perché oscuri? Che hanno di differente? Stanno troppo al sole o, al contrario sono oscuri in senso lato, voglio dire...”
“Sono cattivi.”
“Se sono cattivi come dici tu, perché mai dovevano avere a che fare con la signora Kontiki?”
“E' un popolo che ama e rispetta il potere. Probabilmente la signora lo esercitava su di loro, o loro ne erano affascinati. Oppure non vedevano l'ora che morisse per avere la possibilità di prelevare il suo corpo per farci dei riti o chissà cos'altro.”
“Ammesso che abbia senso tutto ciò, dove li fanno questi riti, secondo te?”
“Beh, quelli sono abitanti del sottosuolo, insomma, è il solito giro, la solita storia vita-morte-resurrezione-fertilità, sa quella roba lì e compagnia bella.”
“Non mi stai aiutando granché, Suroki. Mi stai dicendo che devo cercare la signora Kontiki in cantina?”
“Oh, no. Buona, questa. No... Però sono sicuro che lei già sa dove cercare senza saperlo. Se ci sono di mezzo quegli elfi, sa, e lei la sta cercando per una giusta causa, mi sembra inverosimile che non ci sia qualcosa dentro di lei che già, probabilmente, le stia suggerendo la via.”
“Ammesso che abbia un senso tutto ciò, Suroki, ammesso questo, ed io ammetto di non aver capito granché da tutto ciò che hai detto, ti saluto e ti ringrazio tanto, e ti consiglio di studiare un po' di più, perché mi sa che vai un po' più a tentoni di quello che credevi sull'argomento. Ripassa!”

“Arrivederci, signor Ladnock... studierò, non si preoccupi!”

domenica 8 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -10-

Il sole illuminò molte volte, senza grandi variazioni, la stessa scena: ogni mattina il signor Ladnock s'armava d'annaffiatoio, faceva su e giù da casa per riempirlo, e nel frattempo sempre più numerosi erano i fiori che s'affacciavano fra le sbarre di quella ringhiera sotto agli sguardi ormai quasi annoiati, assuefatti, degli altri condomini che trovando lo spettacolo cosa ormai usuale e superata, sembrava non se ne dessero più gran pensiero. Si limitavano a notare di come, contemporaneamente alla veloce resurrezione di quel balcone fiorito, tutta quella ginnastica sembrava facesse rifiorire anche il signor Ladnock.
Che però, un giorno, venne intercettato da un portalettere che gli consegnò una piccola busta gialla. Niente a che vedere con le buste della signora Kontiki, questa aveva un buon odore di cartoleria, ma nulla in confronto a quel buon profumo di casa delle buste della signora. Dentro, Ladnock ci trovò un invito a comparire l'indomani mattina in tribunale, dove avrebbe dovuto essere giudicato per violazione ripetuta della proprietà privata. Non perse troppo tempo a chiedersi chi poteva averlo denunciato – mentre apriva la busta, tutte le finestre dei condomini si chiudevano – decise, in sovrappiù, di non presentarsi proprio per nulla, all'indomani, in tribunale, perché non poteva accettare l'idea che i fiori sarebbero stati un giorno senz'acqua né parole, sicuro, poi, com'era, che sarebbe stato comunque condannato. Cosa potevano capire, loro, delle sue ragioni e di quelle dei fiori? Questo suo sentirsi incompreso, al pari dei fiori, gli accese una punta d'inconsueto orgoglio e se ne stette tutto fiero a rimirare il balcone per lungo tempo. Poi, cosa potevano fargli, quelli della legge? Vecchio come sono, pensò, non potranno più neppure incarcerarmi.
E così, l'indomani mattina, mentre in un'oscura, umida aula di tribunale si discuteva, anche piuttosto vivacemente del suo caso, lui era lì, al sole, all'aria aperta, ad abbeverare quelle creature meravigliose, tornate quasi all'antico splendore. Come sarebbe stata contenta, la signora Kontiki! Eh, già, l'acqua, dai primi fiori che spuntavano fra quelle sbarre, era defluita giù, giù, giù, ad inumidire la terra di tutti gli altri che, improvvisamente rinvigoriti, trovavano la forza per alzare la propria testa verso il luogo in cui sarebbero stati a loro volta sfamati, e da dove, con lo stesso procedimento, potevano chiamare a raccolta altri, più lontani. Che bella mattinata fu, quella, in cui lo processavano in contumacia: il signor Ladnock potè a lungo discutere con i suoi fiori senza che nessuno alla finestra l'ascoltasse o interloquisse con qualche molesto sproposito.
Nel primo pomeriggio giunsero delle guardie allo scopo di comunicargli solennemente la sentenza, che consisteva in una salatissima multa e in un'interdizione: il signor Ladnock non avrebbe più potuto avvicinarsi al balcone della signora Kontiki. “Ma come posso fare?” Chiese lui sbigottito, “Ci passo davanti tutte le volte che devo tornare a casa.”
“Questo, in effetti, è un problema”, risposero loro, “è probabile che non c'abbiano pensato.”
Ed una guardia allora suggerì:
“Portiamolo in Procura per discutere di questa cosa e vedere se laggiù trovano una soluzione.”
“E come mi ci portate,” chiese il signor Ladnock, “se per farlo mi dovrete far passare davanti ad un luogo che mi è interdetto?”
“Certo, è un bel problema”, risposero le guardie.
“Adesso telefono”, saltò su la guardia più sveglia, “e sento cosa mi dicono di come posso risolvere quest'altro problema.”
Terminata la chiamata si riavvicinò agli altri due e riportò la comunicazione:
“Si fa che lo possiamo far passare con un lasciapassare provvisorio ed applicandogli un paraocchi sul lato della faccia che dà sul balcone, nel frattempo ci dobbiamo accontentare di questo stratagemma, a quanto pare.”
Così arrangiarono un paraocchi con un cartoncino, che Ladnock rifiutò di sostenersi sulla faccia come gli era stato richiesto, e passarono davanti al balcone con la guardia che faceva una gran fatica a star dietro al passo di quel vecchio, e si allungava tutta per cercare di frapporre quel paraocchi tra Ladnock ed il luogo proibito. E fu così per tutta la strada che li separava dal centro della città, viaggio che fu molto lungo, perché più di una volta sostarono per consultarsi sulla necessità legale di sostenergli il paraocchi per tutto il tragitto, cosa riguardo alla quale non avevano ricevuto nessuna comunicazione formale risolutiva. Ladnock s'impietosì, constatato che quelli non ce la facevano a stargli dietro, ed evidentemente stava per venire un crampo a tutti e due, a forza di tenergli quel cartoncino vicino alla faccia, così se lo prese lui, se lo tenne appiccicato alla faccia ed arrivò in Procura con un largo vantaggio rispetto a loro.
In Procura non concluse granché: il signor Ladnock si ostinava a continuare a ripetere che nessuno poteva impedirgli un bel nulla, che le leggi ci sono, va bene, e chi lo metteva in dubbio, e lui avrebbe continuato ad infrangerle, e per questo sarebbe stato giustamente condannato, ed allora lui le avrebbe infrante di nuovo e sarebbe stato di nuovo condannato, tutte cose che lui accettava e capiva, e che pretendeva che capissero anche loro. I giuristi, un poco disorientati da questo ragionamento che consideravano completamente sconclusionato, si grattarono a lungo le croste che avevano in testa, si lambiccarono un bel po', si riunirono, fumarono, si lambiccarono, si grattarono, ed alla fine saltarono fuori dichiarando che avevano trovato la soluzione e che il signor Ladnock avrebbe potuto tornare a casa. Gli sarebbe stato comunicato il dovuto.
“E col paraocchi come facciamo?” Chiese una guardia.
“Consegnateglielo, per ora, e fategli promettere che lo terrà sull'occhio al momento opportuno.” Sentenziò un giudice.
“Ma come si fa, vostro onore, quel paraocchi è stato modellato sull'altro lato della faccia, per l'andare, per il tornare avremmo bisogno di un altro aggeggio.”
“Certo, è un bel problema,” rispose un giudice.
Quelli si riunirono ancora, si grattarono un po', fumarono, discussero, si scervellarono, ed alla fine uno di loro saltò fuori e dichiarò quanto segue:
“Chiediamo al signor Ladnock di prestare giuramento: giuri che passerà davanti al balcone della signora succitata Kontiki tenendosi una mano davanti all'occhio posto sul lato del medesimo.”
“No, nossignore, non giuro un bel niente.”
“Verrà denunciato anche per insubordinazione ed inottemperanza, lo sa?”
“Me ne farò una ragione grossa così”, e dicendo ciò allargò le braccia come per misurare una cosa molto, molto grossa.
“Se glielo chiedessi per favore, di farlo almeno stavolta, per la forma, poi per il resto vedrà che nel frattempo abbiamo già risolto il problema.”
“Va bene, se me lo chiede per favore, per questa volta lo farò.”

Così si salutarono tutti, e dopo quella giornata così faticosa, ognuno prese e se ne tornò a casa.

domenica 1 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -9-

Per tutto l'infinito corso di quella notte, roboante e molesta, una lunga, interminabile cascata fu la protagonista del sogno del signor Ni. L'acqua precipitava impetuosa ed inarrestabile e quando il sognatore ormai disperava di poterne vedere il punto d'arrivo, quella nel frattempo era giunta alla pianura, che la sua forza aveva scavato fra le rocce nel corso d'una lotta durata millenni. Scorreva, scorreva lentamente giù per un verdeggiante pendio attraversando campi coltivati, dove veniva attinta e gocciolava, gocciolava, gocciolava e si disperdeva poi verso le più buie profondità del terreno, in grotte sotterranee che la trasudavano, finché un'oscura forza, un'inudibile voce la richiamava alla terra prima ed al cielo poi, dove stava in attesa di un segnale, e allora, quando questo giungeva, ritornava come pioggia, pioggia finalmente, che il ghiacciaio conserverà finché non ne sarà stufato e la darà alla cascata, giù, dove scivolava, scivolava, scivolava... La vescica lo svegliò, infine, come sempre. E dalla finestra del bagno, luogo in cui soddisfaceva quel suo così molesto bisogno, continuò ad udire scorrere, oltre al proprio, un altro flusso d'acqua. Si disse che era cosa ben strana continuare ad udire la colonna sonora di un sogno anche quando ci si considera, tutto sommato, comunque piuttosto svegli, e così, per curiosità e scrupolo scientifico, espletato il compito, si affacciò alla finestra. E cosa vide!!! Il signor Ladnock che annaffiava i fiori che spuntavano dalla ringhiera del balcone della signora Kontiki. Sbalordito, diede un'occhiata tutt'attorno ritrovandosi circondato dagli sguardi attoniti e cisposi di tutti i suoi vicini, intenti anch'essi a fissare ciò che Ladnock andava facendo. Sì, perché, non solo, quello, le annaffiava, ma pure ci parlava: Ecco, diceva, adesso qualcuno si occupa di voi. Tranquillizzatevi, tornerete belli e sani come prima. E tutte le persone affacciate si guardavano l'un con l'altro senza davvero sapere, per una volta, che cosa dire. Oh, che gran messe d'inarcarsi di sopracciglia ci fu, quel mattino... sembrava di veder uno stormo di rondini in volo.
E' proprio vero: a volte fan primavera.
E anche voi, continuò Ladnock rivolto ai fiori all'interno del balcone, anche voi, se voleste fare una capatina fuori, io sono qui, a somministrarvi acqua fresca e buone parole. A quel punto il signor Ni fu preda d'un attacco di tosse isterica e la signora Chikin si sentì in dovere di dire:
“Buongiorno... signor Ladnock...”
“Buongiorno, buongiorno a tutti!” Replicò lui.
“Buongiorno” ripeterono imbarazzati il signor Ni e quell'altra signora di cui nessuno ricordava mai il nome, dannazione!questo è un problema del vivere in città: ci si vive addosso e perdipiù non si sa neppure che nome si ha.
“Cosa sta facendo, esattamente?” Chiese il signor Ni inclinando leggermente la testa e socchiudendo gli occhi, cose, queste, che in base all'osservazione che del prossimo aveva fatto per una vita, corrispondevano all'espressione di una persona il cui atteggiamento naturalmente emanava grande intelligenza ed autorevolezza.
“Sto abbeverando i poveri fiori assetati della signora Kontiki”, rispose Ladnock.
“Ha detto bene: della signora.”
“Già.”
“Sa che non può?”
“E perché? Sporgono... sono di tutti.”
“No, secondo me, no... c'è qualcosa che non mi quadra, guardi, non vorrei offenderla, ma io le dico che secondo me ciò che va facendo è del tutto illegale: quel fiore, per quanto sporga è comunque pur sempre proprietà privata.”
“Ma anche se fosse come dice lei... se piovesse, poniamo il caso, auguriamoci che succeda presto... è uguale, voglio dire, io ci sto versando sopra soltanto un po' d'acqua. Non è comunque natura? O vorrebbe denunciare le nubi che fan cader la propria acqua sulla proprietà privata, laddove lo sia?”
“Ma che vuol significare ciò, suvvia, non faccia l'ingenuo, so che non lo è! Quella legge vale comunque, in ogni caso, intendo... se io l'avessi sorpresa a dar fuoco a quel fiore, invece che ad annaffiarlo, lei che m'avrebbe risposto? E' fuoco, signor Ni, è natura.”
“Denuncerebbe il vulcano?”
“Dico io...”
“E poi lei non m'ha sorpreso. Io sono qua, alla luce del sole, davanti a tutti, in pubblico luogo, nel mio pieno diritto. Santo cielo, insomma, sto semplicemente cercando di salvare queste piante, questi fiori, si può sapere cosa c'è di tanto sbagliato?”
“E' contro alla legge. Non siamo noi a dover decidere ciò che è bene o male. E' scritto. Almeno che non si voglia mandare a catafascio la giurisprudenza dei secoli solo per salvare un fiore... insomma... veda lei!”
“Oh, e poi, caro signor Ni, che sono io? Non sono natura? Lo stesso lo potremmo dire per queste vostre leggi?”
“Lei è un buon uomo, Ladnock, non faccia sciocchezze, non si comprometta proprio ora”, intervenne, materna, la signora Chikin.
“Proprio ora, che significa? Che sono vicino a schiattare e che mi potrò portare una linda pulitissima fedina penale nella bara? Sono stato così bravo fino ad ora, sono andato e venuto così bene, dicono, proprio adesso che mi manca così poco all'approdo finale, vado a rovinare tutto. E io, beh, me ne frego della vostra fedina penale, mi ci pulisco! Scusi, eh!”
“Signor Ladnock!” Esclamò la signora senza nome battendo un pugno contro alla ringhiera del proprio balcone.
“Io, cari signori, continuerò ogni giorno a fare ciò che state vedendo, finché non mi stroncherà un infarto, cosa che avverrà molto presto, evidentemente, costretto come sarò a star qui a sopportarvi ogni mattina. Poco male: cercherò in quel funesto evento di trovarci almeno questo lato positivo.”
“Non la facevo così maleducato, signor Ladnock! E' proprio vero che non si finisce mai di conoscere la gente!”

“Ha ragione! Non si dovrebbe neppure incominciare, talvolta! E poi... io maleducato, ma senti un po'... Beh, voglio che sappiate una cosa: l'educazione, la vostra proprietà, il vostro arbitrio soggiogato alle leggi, sono la vostra galera perenne, e voi correte sfiatati come topolini in un labirinto che sapete benissimo non avere uscita alcuna. Vi sfamate soltanto del salnitro che riuscite a leccare sulle pareti, eppure vi convincete che la vostra pupù sa di formaggio!”

lunedì 26 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -8-

Per questo venne promulgata tale legge, e mai e poi mai le si può trasgredire. Non si può scacciare nulla che sia vivo, umani esclusi, ovviamente, una volta che si sia introdotto in uno spazio privato: piante, animali, vanno lasciati liberi di muoversi dove vogliono. Riguardo poi alla signora Trialairt, girava sul suo conto, a proposito di tale legge, questa storiella, che era diventata davvero proverbiale, al punto d'esser regolarmente raccontata dalle diverse persone con innumerevoli varianti. Noi la conosciamo così:

LA SIGNORA TRIALAIRT E IL FACOCERO HULUH

Doveva aver battuto la testa, la signora Trialairt, o almeno così concluse, un mattino in cui si risvegliò al canto del gallo tutta lunga distesa sul pavimento dell'atrio di casa, la porta socchiusa. O chissà, forse qualcuno l'aveva aggredita durante la notte, e colpita alla testa, probabilmente era finita lì, preda d'un'amnesia, o di qualcosa di peggio, chi poteva saperlo? Tentò faticosamente di rialzarsi, e, carponi, s'avvicinò alla porta, volendo richiuderla, ma proprio in quell'istante, fulmineo e grugnente, fece il suo ingresso trotterellando il facocero Huluh. Oh, santo cielo, esclamò lei, Grunt, le replicò lui in faccia. Ben consapevole dell'inflessibile legge che le avrebbe impedito anche soltanto d'invitare gentilmente l'animale ad andarsene, la signora Trialairt, appena ripresasi dallo shock patito a causa dei misteriosi fatti avvenuti nelle ultime ore e da quello dovuto all'ingresso di questo sgradito e grossolano ospite, pensò che spalancare tutte le porte fosse una buona strategia per disorientare il facocero riguardo ai limiti della propria abitazione: confuso, l'animale si sarebbe magari allontanato soltanto d'un passo fuori da una porta e lei gliela avrebbe richiusa immediatamente sulla coda, liberandosene. Ma quello, a quanto pare, non ci pensava neppure: dormiva tutto il santo giorno stravaccato sul divano e poi, di notte, veniva regolarmente sorpreso dalla signora tutto immerso nel saccheggio della dispensa. Abbuffatosi smodatamente, ritornava al divano, ed il suo tragitto si ripeteva così giorno dopo giorno. Huluh diventava sempre più grasso e felice, mentre la padrona di casa dimagriva a vista d'occhio e si deprimeva sempre di più. Così, convinta che la situazione senza un aiuto esterno non si sarebbe mai evoluta né sbloccata, prima di decidere d'attuare una qualche nuova tattica che poteva farla incappare nell'illegalità, decise di consultare un avvocato specializzato in problemi di questo genere. Scappatoie legali non ce ne sono, purtroppo, le comunicò il legale, che però le impartì alcuni sperimentati consigli pratici, avendole segnalato subito l'errata conduzione strategica della cosa. Le disse: 1) Lei, signora, smetta assolutamente di comprare cibo e di portarlo in casa ed incominci a mangiare fuori, sempre; 2) Le sembrerà assurdo, ma, mi creda, è meglio che tenga tutte le uscite chiuse, così otterrà due vantaggi: 2a) Nessun altro animale, cosa sempre probabilissima che complicherebbe di non poco il problema, s'introdurrà in casa sua, e, soprattutto, 2b) Il succitato Huluh si sentirà in trappola e senza cibo: molto presto, inteso che lei non ne introdurrà più in casa, e che lei consuma i suoi pasti in un luogo diverso, in un bel momento, notando che lei sta per uscire, senza fallo, vedrà, la seguirà, senza che lei si sforzi minimamente per invitarlo in tal senso, e non appena avrà la coda fuori, ecco fatto, risolto il problema. Oh, che magnifica idea! Esclamò la signora Trialairt, visibilmente sollevata. Attuata così tale strategia, dopo alcuni giorni in cui il facocero molto si lamentò per la fame, trascinandosi in modo patetico su e giù per la casa, senza però riuscire mai a destare pietà nella sua ospite che nel frattempo saltellava qua e là gaia e rifiorita, giunse un momento in cui, avviandosi verso l'uscita notò subito che Huluh la seguiva inquieto e pensò: Oh, finalmente è giunto il momento buono! Aprì così la porta ed il facocero, invece di seguirla ad un'educata distanza come lei si sarebbe aspettata, le saltò alla gola e stava proprio per divorarsela, se non fosse che proprio in quel mentre, approfittando della porta socchiusa, faceva il suo ingresso il serpente Ach'k'hca, esemplare a tal punto orribile e disgustoso, che il buon Huluh arrivò persino a rinunciare al suo più che agognato pasto, pur di filarsela lontano, tutto sdegnoso e schifato. Ach'k'hca, incredulo e felice per il colpo di fortuna che gli era capitato, grazie al quale prendeva possesso in un solo momento d'una bella abitazione e d'un così gran banchetto che lo avrebbe impegnato nella digestione per diverse settimane, non volle perder tempo e subito incominciò ad inghiottire lentamente la signora Trialairt tutta quanta per il lungo, dai piedi alla testa. Terminata l'estenuante operazione, più che soddisfatto, s'addormentò. Senonché la digestione venne drammaticamente interrotta da un fatto inatteso che il nostro serpente non s'era curato d'accertare nella frenesia dell'attimo. Aveva dato per scontato, lo stolto, che l'anima della signora Trialairt se ne fosse già certamente dipartita, ma non era così. E l'energia residua nel corpo dell'inghiottita signora iniziò una furibonda lotta contro ai succhi digestivi dell'immondo rettile che l'avvolgeva come un guanto di pelle di serpente. Alla lunga ne ebbe ragione, fortunatamente per lei, e da quel cumulo di carni mal assortite risorse alla prima luce del giorno la figura nota della signora Trialairt, svenuta, con la pelle lucidissima. Dopo pochi istanti cantò il gallo e si svegliò, la padrona di casa, completamente dimentica di tutti quegli incredibili avvenimenti. Si sollevò a malapena, intontita, notò che la porta era socchiusa e carponi le si avvicinò con l'intenzione di chiuderla quando proprio in quel momento, trotterellando e grugnendo, fece il suo ingresso un simpatico maialino zannuto.

giovedì 22 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -7-

Al ritorno ritrovò il signor Ni, solidamente installato nella sua consueta postazione, che lo salutò così:
“Buongiorno. Di ritorno, signor Ladnock? S'è fatto una bella passeggiata?”
“Sì, piuttosto bella, grazie, soltanto... sa una cosa? Stamattina sono stato svegliato dal melodioso canto d'un uccellino, e così m'era preso il desiderio di recarmi al parco per godermi un bel concerto. Beh! Vuol saperlo? Sarà per tutto il vento che c'è stato, sarà per il caldo improvviso che è tornato oggi, io non me ne intendo di uccelli, fatto sta che, ci fossero o no, io non ne ho sentito cantare nemmeno uno. E la cosa più strana, sa qual è? Che ritorno qua e mi sembra di sentire la stessa melodia del mio risveglio. Sa, a volte capita: forse ce l'ho nella testa.”
“Forse ce l'ho nella testa anch'io, signor Ladnock”, replicò Ni, “e benché neppure io me ne intenda granché d'uccelli, penso di conoscere quello che l'ha svegliata stamattina.”
“Davvero? E come potrà mai conoscerlo, lei?”
“Campeggia allegramente da ieri sera in casa mia. Vede? Qui, in cucina.”
“Oh... davvero?!”
“Davvero. E non è il primo, sa? Questa settimana è già il terzo che viene e, speriamo, va. Almeno che non sia lo stesso che ha imparato la strada... tant'è: con questo caldo io mica posso tenere le finestre chiuse, speriamo che sia finita questa processione, dico io.”
“Ma è una cosa così bella, la invidio!”
“Bella... lei parla bene, signor Ladnock, perché non abita al piano terra, ma qui, con tutte queste bestie in giro, noi ci sentiamo alla mercé di ogni pericolo. Io non so mai cosa corro il rischio di ritrovarmi in casa.”
Si trattenne, Ladnock, dal dire che doveva già essere una punizione più che sufficiente, in effetti, ritrovarsi in casa tutti i giorni la signora Ni, e disse:
“Con tutto il rispetto, credo che per gli uccelli il piano terra o il quinto piano non faccia tutta questa differenza.”
“Già. Sì, certo. Ma i cani rabbiosi? O metta che s'aggiri inquieto ed affamato un alligatore?”
“Beh, se veniamo a scoprire che ci sono alligatori in giro, ci faremo scavare un bel fossato intorno a casa dove allevarli e crescerli come sentinelle. Sa quanto risparmieremmo sulla vigilanza?”
“Si dice: chi vigila i vigili? Gli alligatori, diremmo.”
“Già,” disse ridendo il signor Ladnock, “già... insomma... d'altra parte, Ni, c'è questa legge e bisogna rispettarla, no? La natura non si può respingere. E si consideri fortunato, che sono uccellini e le rallegrano la giornata.”
“Sì, sì, sicuro, signor Ladnock, certo è che io non ho nessuna intenzione di fare la fine della signora Trialairt.”
E per questa battuta risero entrambi, e si salutarono.
Venne promulgata, questa speciale legge, in seguito a questo strano caso: v'era, a Juron, una particolare razza di formichiere chiamata Chilan. Era, questo, un animale davvero molto raro e prezioso, perché grazie a lui si potevano prevedere i terremoti. Non è facile spiegare scientificamente le funzioni che rendevano possibile tutto ciò, fatto sta che le formiche di cui era ghiotto, nell'immediata vigilia di un sisma, a causa della fuoriuscita di certi gas dalle inquiete profondità della terra, diventavano estremamente tossiche. Velenose, sì, ma non proprio mortali, e quando i nostri Chilan le mangiavano, durante la digestione mostravano quest'effetto collaterale: i loro occhi diventavano rossi e lucenti come la brace e bastava gettar loro un rapido sguardo per capire molto facilmente che cosa stava per succedere. La cittadinanza aveva così tutto il tempo per mettersi comodamente in salvo. Erano, quelli, tempi in cui, per fortuna, non avvenivano terremoti di qualche importanza da molte generazioni, ed i poveri Chilan erano davvero molto trascurati e correvano seriamente il pericolo d'estinguersi, mentre le case della città venivano invase da eserciti di formiche.

Accadde che durante una rigida notte, uno degli ultimi di quei formichieri, facesse visita al signor Kok cercando riparo. Era una buona regola, comunemente rispettata, quella di permettere sempre a questi preziosi animali di entrare nelle case, anche per ripulirle dalle formiche. Vuole invece il destino che il signor Kok fosse in quel frangente particolarmente affamato, ed essendo lui un fanatico delle gastronomie esotiche, ritenne che l'animale sarebbe stato un imbattibile antagonista. E così lo cacciò malamente, senza mai curarsi, durante il corso della notte, di dare almeno uno sguardo all'animale, nonostante il suo continuo bussare, e non potendo così mai notare le braci che ardenti bruciavano negli occhi del Chilan. Un poco denutrito, debilitato dal periodo intossicante delle poche formiche di cui si era cibato, la rigida notte diede il suo colpo di grazia al povero formichiere, che morì. Con poco dispiacere, trovatolo morto, all'indomani, lui ed alcuni vicini lo seppellirono poco lontano. Si dice che il signor Kok in quei momenti fischiettasse melodie sconclusionate. Costui si giustificò esibendo il proprio certificato di sordità, dicendo di non averlo sentito bussare e di aver pensato che quello si fosse avviato verso un'altra abitazione. In molti, nei secoli successivi, ebbero a discutere sui diritti e sui doveri di quest'individuo, chi sostenendo che per gola ed ingenerosità causò un immane disastro, chi, invece, alzando la bandiera dei diritti del privato lo difendeva ad oltranza. Certo è che d'immensa gravità fu la conseguenza di quel suo brutto gesto! Fu più o meno un'ora più tardi che il più tremendo terremoto che mai Juron conobbe colpì la città radendola praticamente al suolo. La terra rivoltata restituì il corpo mal sepolto del Chilan, che venne allora prelevato, e tuttora si conserva e si esibisce in una sala del municipio, dove è impagliato ed i suoi occhi sono stati dipinti d'un rosso acceso, nello spirito d'un verismo pedagogico che ci sembra un poco discutibile. 

venerdì 16 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -6-

Passò, dunque, del tempo: il fiume delle ore scavò il suo solito, antico corso. Al signor Ladnock vennero offerti giorni tranquilli e giorni tristi, ma per lo più, semplicemente, giorni, come sempre. Non c'era mai modo, però, di dimenticarsi di quei fiori, ed ogni volta che apparivano davanti ai suoi occhi trasognati o ondeggiavano leggeri tra i suoi pensieri, provava un'acutissima stretta al cuore, sentiva che un oceano di buio lo stava sommergendo e che la luce si frangeva in mille inutili frammenti sul fondale. Ora cercava di non fermarsi più davanti a quel balcone, anzi, accelerava il passo, chinava il capo, entrando e uscendo da casa.
Ci fu bello e cattivo tempo, ci fu caldo, e sole, e siccità, poi ingiallirono le foglie, poi caddero. Venne una notte in cui tirò un forte vento. Le finestre, le porte lasciate aperte di tutto lo stabile sbatterono come schioppettate, tutte in fila, come una breve, letale raffica di mitra. Danzarono i cancelli sui loro cardini, ululando come lupi. Un vento caldo, secco, tesissimo aveva sorpreso la quieta notte di tutti, a Juron. Ma Ladnock s'addormentò senza troppa fatica, anche l'insonnia, ormai, l'aveva annoiato. Nel bel mezzo di quel sonno, sognò la signora Kontiki. Gli parlava da una terrazza altissima, posta al culmine d'una torre. Grazie al vento, così, almeno, gli parve, la sua voce poteva giungere chiara e netta al suo orecchio, senza bisogno che lei alzasse il suo tono, proprio come se l'avesse avuta lì accanto, e queste furono le parole che udì:
I miei pensieri, i miei intimi dolori, i miei sentimenti, tutto ciò è dentro di me, per sempre, è tutto mio. Non potrai averlo.
“No, no,” rispose il signor Ladnock, che guardava verso la cima della torre col cappello fra le mani, “non li voglio, non mi permetterei mai di toglierle qualcosa del genere.”
Ma il mio viso, il mio modo di camminare e di muovere il mio corpo nello spazio comune fra me e te, le mie parole, le mie lacrime, il colore dei miei occhi sono miei e tuoi.
“Grazie, signora, sono tutte cose molto belle, belle davvero, nessuno potrebbe negarlo.”
Gli oggetti che stanno in casa mia, sono miei. Non puoi averli.
“Oh, signora, no di certo, ci mancherebbe, sa bene, spero, che non mi permetterei neppure di desiderarli.”
Ma la porta l'hai accarezzata.
“Sì, signora, l'ho fatto così, d'impulso, senza pensarci, voleva essere un gesto innocente, una specie di saluto.”
La porta di casa mia è mia e tua.
“Certo, è giusto, signora, è vero.”
I sogni che faccio, sono solo miei, ma anche tuoi sono i miei capelli.
E detto questo, sciolse una lunghissima treccia, che arrivò addirittura fino a terra.
“Oh, santo cielo, signora, sono davvero una meraviglia. Non avrei mai pensato... o meglio, mai avrei pensato, fino a questo punto, voglio dire...”
Non credere, non voglio che tu scali la torre, sei troppo vecchio. Troppo vecchio. Vorrei solo che tu capissi. Che tu capissi.
“Cercherò, ci sto provando.”
E mentre lui diceva queste poche parole, lei, zac!con un colpo secco di forbice si tagliò quella treccia, che a lungo, a lungo, a lungo Ladnock osservò precipitare fino ad accumularsi ai piedi di quella torre, davanti a lui.
Vorrei che li seppellissi, ora, caro Ladnock.
E subito lui si mise all'opera, ed in sogno gli fu facilissimo scavare una buca profonda e calare giù quella massa di capelli, e ricoprirla.
Proprio allora incominciò a cadere una leggera, gradevolissima pioggerella e prestissimo, da quella terra che lui aveva appena ricoperto, crebbero in un istante degli arbusti, e poi, dopo una piccola, breve, silenziosa pausa, uno schianto di tuono fece tremare la torre e Ladnock, che si ritrovò prodigiosamente immerso in una fittissima foresta. Sentì allora l'insistente cinguettio di molti uccelli, e questo lo risvegliò.

Confuso, quasi frastornato, si trascinò fuori di casa con l'idea di stare un poco al parco, dove avrebbe potuto prolungare l'ascolto di quella dolcissima melodia, e dove stavolta gli uccellini l'avrebbero cullato fino a farlo riaddormentare, invece di dargli la sveglia, come all'alba, ed in questo nuovo sonno si prefigurava qualcosa di rivelatore sul significato del sogno della notte precedente. Dopo molti giorni passati senza che l'avesse mai fatto, quel mattino si soffermò davanti al balcone della signora Kontiki, perché qualcosa aveva attirato la sua attenzione: forse a causa di tutto quel vento soffiato durante la notte passata, alcuni fiori avevano piegato il loro capo e sporgevano ora all'esterno della ringhiera. Il signor Ladnock si tolse il cappello, esibì un cordiale cenno di saluto con la testa, e pensoso, s'incamminò, in cerca del canto degli uccelli.