martedì 3 marzo 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -13-

Passarono i mesi e quella pianta crebbe incessantemente sotto all'amorevole sguardo di Ladnock, diventò a breve un albero meraviglioso, maestoso, che, di pari bellezza, lì attorno non se ne vedevano. Ladnock, che ormai era da tutti additato come lo scemo del villaggio, un povero vecchio a cui si è spappolato il cervello, si stufò alla lunga di sentire tutte quelle voci e decise di trasferirsi sotto al suo albero. Viveva, dormiva al riparo di quei rami che aveva visto crescere, e che conosceva uno per uno, e che presto incominciarono a dare sorprendentemente degli strani, succosissimi frutti. A lui bastava mangiarsene uno alla settimana perché non sentisse più né fame né sete. Poi, quando l'albero crebbe ancora, i frutti diventarono ancora più grandi, e a lui bastava mangiarne uno al mese. Giunse l'inverno e Ladnock non sentì freddo: dal tronco s'irradiava un tepore confortevole, quasi domestico, che chissà, forse le radici andavano a pescare da profondità inusitate della terra. Inevitabilmente, alla lunga, la gente venne a sapere di questa storia ed incominciò, prima alla spicciolata, poi in massa, a venire a far visita a quello strano vecchio un po' squinternato e a quell'albero prodigioso. Già che c'era, qualcuno incominciò a cogliere alcuni dei suoi frutti per farne commercio in città, ma presto si rivelò un pessimo affare, infatti quei frutti avevano la strana proprietà di rimanere sempre freschi attaccati ai rami, e giunti al punto di maturazione la loro crescita si bloccava e non marcivano mai, ma se li coglievi e non li mangiavi entro pochi minuti, esplodevano letteralmente in una poltiglia appiccicosa e maleodorante, che la gente per pulirsi di dosso impiegava diverso tempo, e spesso inutilmente, perché capitava che per giorni quell'odore s'impregnasse nella pelle. Quindi molti furono i cittadini che incominciarono, per sfamarsi, a recarsi a quell'albero, e poi facevano ritorno alle loro case.
Ladnock, nel frattempo notava che tutti lo salutavano e lo riverivano, passando di là, manco fosse un santo eremita, ed un po' si sentiva a disagio per tutto questo. Non capiva se addebitare questo voltafaccia della gente alla loro ingenua volubilità o se, semplicemente, in precedenza, aveva conosciuto soltanto le persone sbagliate. D'altra parte se ne fece velocemente una ragione, quella gente lo conosceva come il vecchio dell'albero e per lui questo era un riconoscimento più che sufficiente, ed a tutti indirizzava un dolcissimo sorriso.

Nel corso di una notte si assistette ad un altro incredibile prodigio: calata l'oscurità, le foglie dell'albero presero ad emanare un bagliore violaceo, tenue, sì, ma che tuttora, dopo ogni tramonto si rinnova e risplende così chiaro e netto che anche nelle notti nebbiose fin dalla città è possibile scorgere quella luminescenza. Ed intanto l'albero cresceva, e cresceva, e cresceva, nutrendosi degli stessi suoi frutti che ogni tanto lasciava cadere a terra, e che venivano come risucchiati dalle sue stesse radici. Ladnock, ormai, troppo in là con gli anni, non riusciva più a reggersi in piedi e l'albero incominciò a crescere intorno a lui, abbracciandolo stretto come in una specie di nicchia naturale, calda ed accogliente, dove il vecchio dell'albero passava il suo tempo guardando in alto, verso gli uccelli ed il cielo fra i rami, e tutto: nuvole, foglie, i frutti, lo stesso sole, tutto gli sembrava danzasse per lui, gioisse per lui attraverso un'eterna, gioiosa coreografia.

martedì 24 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -12-

Ladnock rinunciò a passare da casa e s'incamminò verso la città, senza per altro aver in mente una meta precisa. Lentamente sfilava tra i grigi cubi di cemento del centro, così frastornato da non riuscire a conservare neppure la prontezza di dedicare uno sguardo a quei balconi fioriti che si sforzavano onestamente di colorare la città e che certamente, anche loro, sono stati oggetto di cure amorose, povero Ladnock... no, non li guardava nemmeno, forse ora non gli avrebbero evocato altro che sensazioni sgradevoli. Giunto ad un grande incrocio rimase a lungo incerto su quale direzione prendere, poi si accorse che da quando era partito non aveva fatto altro che camminare in direzione del sole. Ed in direzione del sole decise di procedere ancora, a quell'incrocio. Oltrepassò il centro e molto più velocemente di quanto pensasse si ritrovò in un battibaleno la periferia alle spalle. Finalmente incominciò a vedere un un po' di verde, davanti a sé: un boschetto, oltre al fiume, dall'altra parte della valle attirò la sua attenzione e lì decise di andare. Guadò con facilità quel corso d'acqua quasi asciutto a causa dalla persistente siccità e penetrò finalmente nello spazio adombrato da quegli alberi secolari, giunse poi in una piccola radura, e, sfinito, s'addormentò. Calò la notte intorno a quel boschetto, sopra alla città. Pacificamente dormiva Ladnock, abbracciato al suo fagotto di morti fiori. I suoni notturni del bosco, che per molti sono sinistri o addirittura spaventosi, non svegliarono Ladnock, anzi, il sonno sembrava tanto più quieto quanto più il bosco parlava alle orecchie di quel dormiente. A mezzanotte, però, quattro fuochi fatui danzarono intorno a lui, ed il suo fagotto gli sembrò agitarglisi fra le mani. Allora spalancò gli occhi ed i fuochi fatui si spostarono poco oltre, e danzarono su di un monticello di terra bruciacchiata. Ladnock spostò col piede i primi strati di terra che quella danza sembrava indicargli. Gli parve di vedervi affiorare un gomitolo. “Fuoco fatuo”, disse, “fammi più luce, che non riesco proprio a vedere bene”, e subito due o tre fuochi si riunirono proiettando una luce intensa ed ondeggiante grazie alla quale Ladnock potè vedere quella piccola buca che s'era aperta con i piedi sul terreno. Infilò un dito e si rese subito conto che quelli lì erano capelli. Vuotò allora il proprio fagotto sopra a quella chioma e ricoprì la buca. Era giunta ormai l'alba, i fuochi fatui impallidirono e Ladnock s'incamminò per tornare a casa.
A prima vista insensatamente, Ladnock prese a farsi e rifarsi tutti i giorni la strada fin laggiù allo scopo d'annaffiare quella scarsa terra smossa e bruciacchiata. Non possiamo nascondervi che più di una volta egli declamò in gran solitudine, rivolto a quel terriccio, anche certi discorsetti di cui però non è dato sapere l'esatto contenuto. Un giorno un piccolo filo verde fece la sua comparsa e Ladnock fu felice come se fosse diventato padre.

Quel virgulto divenne a breve una pianticella, poi fu sempre più grande, sempre più grande, giorno dopo giorno. E lui gli parlava sempre di più, come se diventando grande potesse capire più parole e concetti più difficili e quella cosa cresceva, a volte, a vista d'occhio, letteralmente. E Ladnock non stava più nella pelle, durante le poche ore che ormai passava nel suo appartamento: non riusciva a far altro che pensare a quella piccola e apparentemente insignificante piantina. Addirittura, talvolta, prima di andare a dormire ripassava mentalmente i discorsi che le avrebbe tenuto all'indomani, che non voleva mica presentarsi impreparato.

lunedì 16 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -11-

La soluzione che più volte quegli illustri dottori della legge avevano paventato, s'andava attuando mentre quelli, riuniti in Procura, trattenevano Ladnock, che, tornato a casa, subito si rese conto di quale terribile provvedimento era stato adottato per risolvere il problema in sua assenza.
Si tenne una mano sul lato giusto della faccia, lui, persino tenne la testa china, per sicurezza. Ma proprio posando lo sguardo a terra, capì subito: tutte le parti sporgenti delle piante, tutti i fiori che sfuggivano alle sbarre, tutto quanto cercava d'uscire, insomma, era stato reciso e gettato ai piedi del balcone, lì davanti ai suoi occhi. Affacciato c'era il signor Ni, che chiese, ironico:
“Ha mal di denti, signor Ladnock?”
“No, mi tengo la mano sulla faccia per fare un favore ad un magistrato.”
“Cosa ci vuol fare, Ladnock”, proseguì Ni, vedendo che quello teneva lo sguardo fisso sui fiori a terra, “prima erano di tutti e adesso non sono più di nessuno, tutto sommato, quasi-quasi non è che faccia questa gran differenza.”
“La differenza che passa tra la vita e la morte”, commentò Ladnock, “per quanto né io né lei siamo in grado di qualificarla granché meglio.”
“Com'è diventato, però, lei... così scuro... suvvia, non ci pensi più, adesso. Adesso è libero, alla mattina può svagarsi un po', finalmente, non ha più impegni.”
“Io non facevo niente di male.”
“Ma la legge è legge. Se ciò che lei fa fuori dalla proprietà di qualcuno ha effetto all'interno della stessa, è ovvio che ciò che sta facendo è illegale. Facciamo un esempio: lei scaglia un sasso da lì dov'è verso la mia finestra. Quello entra in casa e mi spacca la testa, che fa? Viene a dirmi che ciò che ha compiuto è perfettamente legale perché ha compiuto l'azione fuori dalla mia proprietà?”
“Di tutti e di nessuno, già. Chiunque avrebbe potuto cercare di aiutarle a vivere così come chiunque avrebbe potuto ucciderle.”
“E' la legge.”
“La sua testa, ora, signor Ni, è sua e mia, sporta in quello spazio. Di tutti e di nessuno. Viva e morta. Fossi in lei, un poco ci rifletterei.”
Al signor Ni quest'ultima affermazione parve così oscuramente stringente e minacciosa, che impallidito, non trovò meglio da fare che richiudere subito la finestra, e come si dice, rimettere la testa a posto.
Ladnock guardò i fiori a terra e sospirò profondamente. A forza di trattenere le lacrime, ultimamente, s'immaginava che gli si fosse formato un mare, dentro, in cui sguazzavano aggressivi, carnivori pesci iridescenti, dai colori del tutto simili ai fiori della signora Kontiki. Istintivamente raccattò tutto e ne fece un fagotto, non tralasciando di raccogliere anche rami, rametti, foglie e foglioline che erano rimaste sparse tutt'attorno. Finito questo lavoro, citofonò a Suroki e gli chiese di scendere per un attimo perché aveva bisogno di chiedergli alcune informazioni. Giunto che fu Suroki, i due si salutarono e Ladnock lo interrogò:
“Ascoltami bene, buon Suroki... dato che tu sei uno specialista, per quanto sia ammissibile, dimmi: dove possono averla seppellita la signora Kontiki, gli elfi?”
“Gli elfi oscuri.”
“Ecco, quelli oscuri. Perché oscuri? Che hanno di differente? Stanno troppo al sole o, al contrario sono oscuri in senso lato, voglio dire...”
“Sono cattivi.”
“Se sono cattivi come dici tu, perché mai dovevano avere a che fare con la signora Kontiki?”
“E' un popolo che ama e rispetta il potere. Probabilmente la signora lo esercitava su di loro, o loro ne erano affascinati. Oppure non vedevano l'ora che morisse per avere la possibilità di prelevare il suo corpo per farci dei riti o chissà cos'altro.”
“Ammesso che abbia senso tutto ciò, dove li fanno questi riti, secondo te?”
“Beh, quelli sono abitanti del sottosuolo, insomma, è il solito giro, la solita storia vita-morte-resurrezione-fertilità, sa quella roba lì e compagnia bella.”
“Non mi stai aiutando granché, Suroki. Mi stai dicendo che devo cercare la signora Kontiki in cantina?”
“Oh, no. Buona, questa. No... Però sono sicuro che lei già sa dove cercare senza saperlo. Se ci sono di mezzo quegli elfi, sa, e lei la sta cercando per una giusta causa, mi sembra inverosimile che non ci sia qualcosa dentro di lei che già, probabilmente, le stia suggerendo la via.”
“Ammesso che abbia un senso tutto ciò, Suroki, ammesso questo, ed io ammetto di non aver capito granché da tutto ciò che hai detto, ti saluto e ti ringrazio tanto, e ti consiglio di studiare un po' di più, perché mi sa che vai un po' più a tentoni di quello che credevi sull'argomento. Ripassa!”

“Arrivederci, signor Ladnock... studierò, non si preoccupi!”

domenica 8 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -10-

Il sole illuminò molte volte, senza grandi variazioni, la stessa scena: ogni mattina il signor Ladnock s'armava d'annaffiatoio, faceva su e giù da casa per riempirlo, e nel frattempo sempre più numerosi erano i fiori che s'affacciavano fra le sbarre di quella ringhiera sotto agli sguardi ormai quasi annoiati, assuefatti, degli altri condomini che trovando lo spettacolo cosa ormai usuale e superata, sembrava non se ne dessero più gran pensiero. Si limitavano a notare di come, contemporaneamente alla veloce resurrezione di quel balcone fiorito, tutta quella ginnastica sembrava facesse rifiorire anche il signor Ladnock.
Che però, un giorno, venne intercettato da un portalettere che gli consegnò una piccola busta gialla. Niente a che vedere con le buste della signora Kontiki, questa aveva un buon odore di cartoleria, ma nulla in confronto a quel buon profumo di casa delle buste della signora. Dentro, Ladnock ci trovò un invito a comparire l'indomani mattina in tribunale, dove avrebbe dovuto essere giudicato per violazione ripetuta della proprietà privata. Non perse troppo tempo a chiedersi chi poteva averlo denunciato – mentre apriva la busta, tutte le finestre dei condomini si chiudevano – decise, in sovrappiù, di non presentarsi proprio per nulla, all'indomani, in tribunale, perché non poteva accettare l'idea che i fiori sarebbero stati un giorno senz'acqua né parole, sicuro, poi, com'era, che sarebbe stato comunque condannato. Cosa potevano capire, loro, delle sue ragioni e di quelle dei fiori? Questo suo sentirsi incompreso, al pari dei fiori, gli accese una punta d'inconsueto orgoglio e se ne stette tutto fiero a rimirare il balcone per lungo tempo. Poi, cosa potevano fargli, quelli della legge? Vecchio come sono, pensò, non potranno più neppure incarcerarmi.
E così, l'indomani mattina, mentre in un'oscura, umida aula di tribunale si discuteva, anche piuttosto vivacemente del suo caso, lui era lì, al sole, all'aria aperta, ad abbeverare quelle creature meravigliose, tornate quasi all'antico splendore. Come sarebbe stata contenta, la signora Kontiki! Eh, già, l'acqua, dai primi fiori che spuntavano fra quelle sbarre, era defluita giù, giù, giù, ad inumidire la terra di tutti gli altri che, improvvisamente rinvigoriti, trovavano la forza per alzare la propria testa verso il luogo in cui sarebbero stati a loro volta sfamati, e da dove, con lo stesso procedimento, potevano chiamare a raccolta altri, più lontani. Che bella mattinata fu, quella, in cui lo processavano in contumacia: il signor Ladnock potè a lungo discutere con i suoi fiori senza che nessuno alla finestra l'ascoltasse o interloquisse con qualche molesto sproposito.
Nel primo pomeriggio giunsero delle guardie allo scopo di comunicargli solennemente la sentenza, che consisteva in una salatissima multa e in un'interdizione: il signor Ladnock non avrebbe più potuto avvicinarsi al balcone della signora Kontiki. “Ma come posso fare?” Chiese lui sbigottito, “Ci passo davanti tutte le volte che devo tornare a casa.”
“Questo, in effetti, è un problema”, risposero loro, “è probabile che non c'abbiano pensato.”
Ed una guardia allora suggerì:
“Portiamolo in Procura per discutere di questa cosa e vedere se laggiù trovano una soluzione.”
“E come mi ci portate,” chiese il signor Ladnock, “se per farlo mi dovrete far passare davanti ad un luogo che mi è interdetto?”
“Certo, è un bel problema”, risposero le guardie.
“Adesso telefono”, saltò su la guardia più sveglia, “e sento cosa mi dicono di come posso risolvere quest'altro problema.”
Terminata la chiamata si riavvicinò agli altri due e riportò la comunicazione:
“Si fa che lo possiamo far passare con un lasciapassare provvisorio ed applicandogli un paraocchi sul lato della faccia che dà sul balcone, nel frattempo ci dobbiamo accontentare di questo stratagemma, a quanto pare.”
Così arrangiarono un paraocchi con un cartoncino, che Ladnock rifiutò di sostenersi sulla faccia come gli era stato richiesto, e passarono davanti al balcone con la guardia che faceva una gran fatica a star dietro al passo di quel vecchio, e si allungava tutta per cercare di frapporre quel paraocchi tra Ladnock ed il luogo proibito. E fu così per tutta la strada che li separava dal centro della città, viaggio che fu molto lungo, perché più di una volta sostarono per consultarsi sulla necessità legale di sostenergli il paraocchi per tutto il tragitto, cosa riguardo alla quale non avevano ricevuto nessuna comunicazione formale risolutiva. Ladnock s'impietosì, constatato che quelli non ce la facevano a stargli dietro, ed evidentemente stava per venire un crampo a tutti e due, a forza di tenergli quel cartoncino vicino alla faccia, così se lo prese lui, se lo tenne appiccicato alla faccia ed arrivò in Procura con un largo vantaggio rispetto a loro.
In Procura non concluse granché: il signor Ladnock si ostinava a continuare a ripetere che nessuno poteva impedirgli un bel nulla, che le leggi ci sono, va bene, e chi lo metteva in dubbio, e lui avrebbe continuato ad infrangerle, e per questo sarebbe stato giustamente condannato, ed allora lui le avrebbe infrante di nuovo e sarebbe stato di nuovo condannato, tutte cose che lui accettava e capiva, e che pretendeva che capissero anche loro. I giuristi, un poco disorientati da questo ragionamento che consideravano completamente sconclusionato, si grattarono a lungo le croste che avevano in testa, si lambiccarono un bel po', si riunirono, fumarono, si lambiccarono, si grattarono, ed alla fine saltarono fuori dichiarando che avevano trovato la soluzione e che il signor Ladnock avrebbe potuto tornare a casa. Gli sarebbe stato comunicato il dovuto.
“E col paraocchi come facciamo?” Chiese una guardia.
“Consegnateglielo, per ora, e fategli promettere che lo terrà sull'occhio al momento opportuno.” Sentenziò un giudice.
“Ma come si fa, vostro onore, quel paraocchi è stato modellato sull'altro lato della faccia, per l'andare, per il tornare avremmo bisogno di un altro aggeggio.”
“Certo, è un bel problema,” rispose un giudice.
Quelli si riunirono ancora, si grattarono un po', fumarono, discussero, si scervellarono, ed alla fine uno di loro saltò fuori e dichiarò quanto segue:
“Chiediamo al signor Ladnock di prestare giuramento: giuri che passerà davanti al balcone della signora succitata Kontiki tenendosi una mano davanti all'occhio posto sul lato del medesimo.”
“No, nossignore, non giuro un bel niente.”
“Verrà denunciato anche per insubordinazione ed inottemperanza, lo sa?”
“Me ne farò una ragione grossa così”, e dicendo ciò allargò le braccia come per misurare una cosa molto, molto grossa.
“Se glielo chiedessi per favore, di farlo almeno stavolta, per la forma, poi per il resto vedrà che nel frattempo abbiamo già risolto il problema.”
“Va bene, se me lo chiede per favore, per questa volta lo farò.”

Così si salutarono tutti, e dopo quella giornata così faticosa, ognuno prese e se ne tornò a casa.

domenica 1 febbraio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -9-

Per tutto l'infinito corso di quella notte, roboante e molesta, una lunga, interminabile cascata fu la protagonista del sogno del signor Ni. L'acqua precipitava impetuosa ed inarrestabile e quando il sognatore ormai disperava di poterne vedere il punto d'arrivo, quella nel frattempo era giunta alla pianura, che la sua forza aveva scavato fra le rocce nel corso d'una lotta durata millenni. Scorreva, scorreva lentamente giù per un verdeggiante pendio attraversando campi coltivati, dove veniva attinta e gocciolava, gocciolava, gocciolava e si disperdeva poi verso le più buie profondità del terreno, in grotte sotterranee che la trasudavano, finché un'oscura forza, un'inudibile voce la richiamava alla terra prima ed al cielo poi, dove stava in attesa di un segnale, e allora, quando questo giungeva, ritornava come pioggia, pioggia finalmente, che il ghiacciaio conserverà finché non ne sarà stufato e la darà alla cascata, giù, dove scivolava, scivolava, scivolava... La vescica lo svegliò, infine, come sempre. E dalla finestra del bagno, luogo in cui soddisfaceva quel suo così molesto bisogno, continuò ad udire scorrere, oltre al proprio, un altro flusso d'acqua. Si disse che era cosa ben strana continuare ad udire la colonna sonora di un sogno anche quando ci si considera, tutto sommato, comunque piuttosto svegli, e così, per curiosità e scrupolo scientifico, espletato il compito, si affacciò alla finestra. E cosa vide!!! Il signor Ladnock che annaffiava i fiori che spuntavano dalla ringhiera del balcone della signora Kontiki. Sbalordito, diede un'occhiata tutt'attorno ritrovandosi circondato dagli sguardi attoniti e cisposi di tutti i suoi vicini, intenti anch'essi a fissare ciò che Ladnock andava facendo. Sì, perché, non solo, quello, le annaffiava, ma pure ci parlava: Ecco, diceva, adesso qualcuno si occupa di voi. Tranquillizzatevi, tornerete belli e sani come prima. E tutte le persone affacciate si guardavano l'un con l'altro senza davvero sapere, per una volta, che cosa dire. Oh, che gran messe d'inarcarsi di sopracciglia ci fu, quel mattino... sembrava di veder uno stormo di rondini in volo.
E' proprio vero: a volte fan primavera.
E anche voi, continuò Ladnock rivolto ai fiori all'interno del balcone, anche voi, se voleste fare una capatina fuori, io sono qui, a somministrarvi acqua fresca e buone parole. A quel punto il signor Ni fu preda d'un attacco di tosse isterica e la signora Chikin si sentì in dovere di dire:
“Buongiorno... signor Ladnock...”
“Buongiorno, buongiorno a tutti!” Replicò lui.
“Buongiorno” ripeterono imbarazzati il signor Ni e quell'altra signora di cui nessuno ricordava mai il nome, dannazione!questo è un problema del vivere in città: ci si vive addosso e perdipiù non si sa neppure che nome si ha.
“Cosa sta facendo, esattamente?” Chiese il signor Ni inclinando leggermente la testa e socchiudendo gli occhi, cose, queste, che in base all'osservazione che del prossimo aveva fatto per una vita, corrispondevano all'espressione di una persona il cui atteggiamento naturalmente emanava grande intelligenza ed autorevolezza.
“Sto abbeverando i poveri fiori assetati della signora Kontiki”, rispose Ladnock.
“Ha detto bene: della signora.”
“Già.”
“Sa che non può?”
“E perché? Sporgono... sono di tutti.”
“No, secondo me, no... c'è qualcosa che non mi quadra, guardi, non vorrei offenderla, ma io le dico che secondo me ciò che va facendo è del tutto illegale: quel fiore, per quanto sporga è comunque pur sempre proprietà privata.”
“Ma anche se fosse come dice lei... se piovesse, poniamo il caso, auguriamoci che succeda presto... è uguale, voglio dire, io ci sto versando sopra soltanto un po' d'acqua. Non è comunque natura? O vorrebbe denunciare le nubi che fan cader la propria acqua sulla proprietà privata, laddove lo sia?”
“Ma che vuol significare ciò, suvvia, non faccia l'ingenuo, so che non lo è! Quella legge vale comunque, in ogni caso, intendo... se io l'avessi sorpresa a dar fuoco a quel fiore, invece che ad annaffiarlo, lei che m'avrebbe risposto? E' fuoco, signor Ni, è natura.”
“Denuncerebbe il vulcano?”
“Dico io...”
“E poi lei non m'ha sorpreso. Io sono qua, alla luce del sole, davanti a tutti, in pubblico luogo, nel mio pieno diritto. Santo cielo, insomma, sto semplicemente cercando di salvare queste piante, questi fiori, si può sapere cosa c'è di tanto sbagliato?”
“E' contro alla legge. Non siamo noi a dover decidere ciò che è bene o male. E' scritto. Almeno che non si voglia mandare a catafascio la giurisprudenza dei secoli solo per salvare un fiore... insomma... veda lei!”
“Oh, e poi, caro signor Ni, che sono io? Non sono natura? Lo stesso lo potremmo dire per queste vostre leggi?”
“Lei è un buon uomo, Ladnock, non faccia sciocchezze, non si comprometta proprio ora”, intervenne, materna, la signora Chikin.
“Proprio ora, che significa? Che sono vicino a schiattare e che mi potrò portare una linda pulitissima fedina penale nella bara? Sono stato così bravo fino ad ora, sono andato e venuto così bene, dicono, proprio adesso che mi manca così poco all'approdo finale, vado a rovinare tutto. E io, beh, me ne frego della vostra fedina penale, mi ci pulisco! Scusi, eh!”
“Signor Ladnock!” Esclamò la signora senza nome battendo un pugno contro alla ringhiera del proprio balcone.
“Io, cari signori, continuerò ogni giorno a fare ciò che state vedendo, finché non mi stroncherà un infarto, cosa che avverrà molto presto, evidentemente, costretto come sarò a star qui a sopportarvi ogni mattina. Poco male: cercherò in quel funesto evento di trovarci almeno questo lato positivo.”
“Non la facevo così maleducato, signor Ladnock! E' proprio vero che non si finisce mai di conoscere la gente!”

“Ha ragione! Non si dovrebbe neppure incominciare, talvolta! E poi... io maleducato, ma senti un po'... Beh, voglio che sappiate una cosa: l'educazione, la vostra proprietà, il vostro arbitrio soggiogato alle leggi, sono la vostra galera perenne, e voi correte sfiatati come topolini in un labirinto che sapete benissimo non avere uscita alcuna. Vi sfamate soltanto del salnitro che riuscite a leccare sulle pareti, eppure vi convincete che la vostra pupù sa di formaggio!”

lunedì 26 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -8-

Per questo venne promulgata tale legge, e mai e poi mai le si può trasgredire. Non si può scacciare nulla che sia vivo, umani esclusi, ovviamente, una volta che si sia introdotto in uno spazio privato: piante, animali, vanno lasciati liberi di muoversi dove vogliono. Riguardo poi alla signora Trialairt, girava sul suo conto, a proposito di tale legge, questa storiella, che era diventata davvero proverbiale, al punto d'esser regolarmente raccontata dalle diverse persone con innumerevoli varianti. Noi la conosciamo così:

LA SIGNORA TRIALAIRT E IL FACOCERO HULUH

Doveva aver battuto la testa, la signora Trialairt, o almeno così concluse, un mattino in cui si risvegliò al canto del gallo tutta lunga distesa sul pavimento dell'atrio di casa, la porta socchiusa. O chissà, forse qualcuno l'aveva aggredita durante la notte, e colpita alla testa, probabilmente era finita lì, preda d'un'amnesia, o di qualcosa di peggio, chi poteva saperlo? Tentò faticosamente di rialzarsi, e, carponi, s'avvicinò alla porta, volendo richiuderla, ma proprio in quell'istante, fulmineo e grugnente, fece il suo ingresso trotterellando il facocero Huluh. Oh, santo cielo, esclamò lei, Grunt, le replicò lui in faccia. Ben consapevole dell'inflessibile legge che le avrebbe impedito anche soltanto d'invitare gentilmente l'animale ad andarsene, la signora Trialairt, appena ripresasi dallo shock patito a causa dei misteriosi fatti avvenuti nelle ultime ore e da quello dovuto all'ingresso di questo sgradito e grossolano ospite, pensò che spalancare tutte le porte fosse una buona strategia per disorientare il facocero riguardo ai limiti della propria abitazione: confuso, l'animale si sarebbe magari allontanato soltanto d'un passo fuori da una porta e lei gliela avrebbe richiusa immediatamente sulla coda, liberandosene. Ma quello, a quanto pare, non ci pensava neppure: dormiva tutto il santo giorno stravaccato sul divano e poi, di notte, veniva regolarmente sorpreso dalla signora tutto immerso nel saccheggio della dispensa. Abbuffatosi smodatamente, ritornava al divano, ed il suo tragitto si ripeteva così giorno dopo giorno. Huluh diventava sempre più grasso e felice, mentre la padrona di casa dimagriva a vista d'occhio e si deprimeva sempre di più. Così, convinta che la situazione senza un aiuto esterno non si sarebbe mai evoluta né sbloccata, prima di decidere d'attuare una qualche nuova tattica che poteva farla incappare nell'illegalità, decise di consultare un avvocato specializzato in problemi di questo genere. Scappatoie legali non ce ne sono, purtroppo, le comunicò il legale, che però le impartì alcuni sperimentati consigli pratici, avendole segnalato subito l'errata conduzione strategica della cosa. Le disse: 1) Lei, signora, smetta assolutamente di comprare cibo e di portarlo in casa ed incominci a mangiare fuori, sempre; 2) Le sembrerà assurdo, ma, mi creda, è meglio che tenga tutte le uscite chiuse, così otterrà due vantaggi: 2a) Nessun altro animale, cosa sempre probabilissima che complicherebbe di non poco il problema, s'introdurrà in casa sua, e, soprattutto, 2b) Il succitato Huluh si sentirà in trappola e senza cibo: molto presto, inteso che lei non ne introdurrà più in casa, e che lei consuma i suoi pasti in un luogo diverso, in un bel momento, notando che lei sta per uscire, senza fallo, vedrà, la seguirà, senza che lei si sforzi minimamente per invitarlo in tal senso, e non appena avrà la coda fuori, ecco fatto, risolto il problema. Oh, che magnifica idea! Esclamò la signora Trialairt, visibilmente sollevata. Attuata così tale strategia, dopo alcuni giorni in cui il facocero molto si lamentò per la fame, trascinandosi in modo patetico su e giù per la casa, senza però riuscire mai a destare pietà nella sua ospite che nel frattempo saltellava qua e là gaia e rifiorita, giunse un momento in cui, avviandosi verso l'uscita notò subito che Huluh la seguiva inquieto e pensò: Oh, finalmente è giunto il momento buono! Aprì così la porta ed il facocero, invece di seguirla ad un'educata distanza come lei si sarebbe aspettata, le saltò alla gola e stava proprio per divorarsela, se non fosse che proprio in quel mentre, approfittando della porta socchiusa, faceva il suo ingresso il serpente Ach'k'hca, esemplare a tal punto orribile e disgustoso, che il buon Huluh arrivò persino a rinunciare al suo più che agognato pasto, pur di filarsela lontano, tutto sdegnoso e schifato. Ach'k'hca, incredulo e felice per il colpo di fortuna che gli era capitato, grazie al quale prendeva possesso in un solo momento d'una bella abitazione e d'un così gran banchetto che lo avrebbe impegnato nella digestione per diverse settimane, non volle perder tempo e subito incominciò ad inghiottire lentamente la signora Trialairt tutta quanta per il lungo, dai piedi alla testa. Terminata l'estenuante operazione, più che soddisfatto, s'addormentò. Senonché la digestione venne drammaticamente interrotta da un fatto inatteso che il nostro serpente non s'era curato d'accertare nella frenesia dell'attimo. Aveva dato per scontato, lo stolto, che l'anima della signora Trialairt se ne fosse già certamente dipartita, ma non era così. E l'energia residua nel corpo dell'inghiottita signora iniziò una furibonda lotta contro ai succhi digestivi dell'immondo rettile che l'avvolgeva come un guanto di pelle di serpente. Alla lunga ne ebbe ragione, fortunatamente per lei, e da quel cumulo di carni mal assortite risorse alla prima luce del giorno la figura nota della signora Trialairt, svenuta, con la pelle lucidissima. Dopo pochi istanti cantò il gallo e si svegliò, la padrona di casa, completamente dimentica di tutti quegli incredibili avvenimenti. Si sollevò a malapena, intontita, notò che la porta era socchiusa e carponi le si avvicinò con l'intenzione di chiuderla quando proprio in quel momento, trotterellando e grugnendo, fece il suo ingresso un simpatico maialino zannuto.

giovedì 22 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -7-

Al ritorno ritrovò il signor Ni, solidamente installato nella sua consueta postazione, che lo salutò così:
“Buongiorno. Di ritorno, signor Ladnock? S'è fatto una bella passeggiata?”
“Sì, piuttosto bella, grazie, soltanto... sa una cosa? Stamattina sono stato svegliato dal melodioso canto d'un uccellino, e così m'era preso il desiderio di recarmi al parco per godermi un bel concerto. Beh! Vuol saperlo? Sarà per tutto il vento che c'è stato, sarà per il caldo improvviso che è tornato oggi, io non me ne intendo di uccelli, fatto sta che, ci fossero o no, io non ne ho sentito cantare nemmeno uno. E la cosa più strana, sa qual è? Che ritorno qua e mi sembra di sentire la stessa melodia del mio risveglio. Sa, a volte capita: forse ce l'ho nella testa.”
“Forse ce l'ho nella testa anch'io, signor Ladnock”, replicò Ni, “e benché neppure io me ne intenda granché d'uccelli, penso di conoscere quello che l'ha svegliata stamattina.”
“Davvero? E come potrà mai conoscerlo, lei?”
“Campeggia allegramente da ieri sera in casa mia. Vede? Qui, in cucina.”
“Oh... davvero?!”
“Davvero. E non è il primo, sa? Questa settimana è già il terzo che viene e, speriamo, va. Almeno che non sia lo stesso che ha imparato la strada... tant'è: con questo caldo io mica posso tenere le finestre chiuse, speriamo che sia finita questa processione, dico io.”
“Ma è una cosa così bella, la invidio!”
“Bella... lei parla bene, signor Ladnock, perché non abita al piano terra, ma qui, con tutte queste bestie in giro, noi ci sentiamo alla mercé di ogni pericolo. Io non so mai cosa corro il rischio di ritrovarmi in casa.”
Si trattenne, Ladnock, dal dire che doveva già essere una punizione più che sufficiente, in effetti, ritrovarsi in casa tutti i giorni la signora Ni, e disse:
“Con tutto il rispetto, credo che per gli uccelli il piano terra o il quinto piano non faccia tutta questa differenza.”
“Già. Sì, certo. Ma i cani rabbiosi? O metta che s'aggiri inquieto ed affamato un alligatore?”
“Beh, se veniamo a scoprire che ci sono alligatori in giro, ci faremo scavare un bel fossato intorno a casa dove allevarli e crescerli come sentinelle. Sa quanto risparmieremmo sulla vigilanza?”
“Si dice: chi vigila i vigili? Gli alligatori, diremmo.”
“Già,” disse ridendo il signor Ladnock, “già... insomma... d'altra parte, Ni, c'è questa legge e bisogna rispettarla, no? La natura non si può respingere. E si consideri fortunato, che sono uccellini e le rallegrano la giornata.”
“Sì, sì, sicuro, signor Ladnock, certo è che io non ho nessuna intenzione di fare la fine della signora Trialairt.”
E per questa battuta risero entrambi, e si salutarono.
Venne promulgata, questa speciale legge, in seguito a questo strano caso: v'era, a Juron, una particolare razza di formichiere chiamata Chilan. Era, questo, un animale davvero molto raro e prezioso, perché grazie a lui si potevano prevedere i terremoti. Non è facile spiegare scientificamente le funzioni che rendevano possibile tutto ciò, fatto sta che le formiche di cui era ghiotto, nell'immediata vigilia di un sisma, a causa della fuoriuscita di certi gas dalle inquiete profondità della terra, diventavano estremamente tossiche. Velenose, sì, ma non proprio mortali, e quando i nostri Chilan le mangiavano, durante la digestione mostravano quest'effetto collaterale: i loro occhi diventavano rossi e lucenti come la brace e bastava gettar loro un rapido sguardo per capire molto facilmente che cosa stava per succedere. La cittadinanza aveva così tutto il tempo per mettersi comodamente in salvo. Erano, quelli, tempi in cui, per fortuna, non avvenivano terremoti di qualche importanza da molte generazioni, ed i poveri Chilan erano davvero molto trascurati e correvano seriamente il pericolo d'estinguersi, mentre le case della città venivano invase da eserciti di formiche.

Accadde che durante una rigida notte, uno degli ultimi di quei formichieri, facesse visita al signor Kok cercando riparo. Era una buona regola, comunemente rispettata, quella di permettere sempre a questi preziosi animali di entrare nelle case, anche per ripulirle dalle formiche. Vuole invece il destino che il signor Kok fosse in quel frangente particolarmente affamato, ed essendo lui un fanatico delle gastronomie esotiche, ritenne che l'animale sarebbe stato un imbattibile antagonista. E così lo cacciò malamente, senza mai curarsi, durante il corso della notte, di dare almeno uno sguardo all'animale, nonostante il suo continuo bussare, e non potendo così mai notare le braci che ardenti bruciavano negli occhi del Chilan. Un poco denutrito, debilitato dal periodo intossicante delle poche formiche di cui si era cibato, la rigida notte diede il suo colpo di grazia al povero formichiere, che morì. Con poco dispiacere, trovatolo morto, all'indomani, lui ed alcuni vicini lo seppellirono poco lontano. Si dice che il signor Kok in quei momenti fischiettasse melodie sconclusionate. Costui si giustificò esibendo il proprio certificato di sordità, dicendo di non averlo sentito bussare e di aver pensato che quello si fosse avviato verso un'altra abitazione. In molti, nei secoli successivi, ebbero a discutere sui diritti e sui doveri di quest'individuo, chi sostenendo che per gola ed ingenerosità causò un immane disastro, chi, invece, alzando la bandiera dei diritti del privato lo difendeva ad oltranza. Certo è che d'immensa gravità fu la conseguenza di quel suo brutto gesto! Fu più o meno un'ora più tardi che il più tremendo terremoto che mai Juron conobbe colpì la città radendola praticamente al suolo. La terra rivoltata restituì il corpo mal sepolto del Chilan, che venne allora prelevato, e tuttora si conserva e si esibisce in una sala del municipio, dove è impagliato ed i suoi occhi sono stati dipinti d'un rosso acceso, nello spirito d'un verismo pedagogico che ci sembra un poco discutibile. 

venerdì 16 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -6-

Passò, dunque, del tempo: il fiume delle ore scavò il suo solito, antico corso. Al signor Ladnock vennero offerti giorni tranquilli e giorni tristi, ma per lo più, semplicemente, giorni, come sempre. Non c'era mai modo, però, di dimenticarsi di quei fiori, ed ogni volta che apparivano davanti ai suoi occhi trasognati o ondeggiavano leggeri tra i suoi pensieri, provava un'acutissima stretta al cuore, sentiva che un oceano di buio lo stava sommergendo e che la luce si frangeva in mille inutili frammenti sul fondale. Ora cercava di non fermarsi più davanti a quel balcone, anzi, accelerava il passo, chinava il capo, entrando e uscendo da casa.
Ci fu bello e cattivo tempo, ci fu caldo, e sole, e siccità, poi ingiallirono le foglie, poi caddero. Venne una notte in cui tirò un forte vento. Le finestre, le porte lasciate aperte di tutto lo stabile sbatterono come schioppettate, tutte in fila, come una breve, letale raffica di mitra. Danzarono i cancelli sui loro cardini, ululando come lupi. Un vento caldo, secco, tesissimo aveva sorpreso la quieta notte di tutti, a Juron. Ma Ladnock s'addormentò senza troppa fatica, anche l'insonnia, ormai, l'aveva annoiato. Nel bel mezzo di quel sonno, sognò la signora Kontiki. Gli parlava da una terrazza altissima, posta al culmine d'una torre. Grazie al vento, così, almeno, gli parve, la sua voce poteva giungere chiara e netta al suo orecchio, senza bisogno che lei alzasse il suo tono, proprio come se l'avesse avuta lì accanto, e queste furono le parole che udì:
I miei pensieri, i miei intimi dolori, i miei sentimenti, tutto ciò è dentro di me, per sempre, è tutto mio. Non potrai averlo.
“No, no,” rispose il signor Ladnock, che guardava verso la cima della torre col cappello fra le mani, “non li voglio, non mi permetterei mai di toglierle qualcosa del genere.”
Ma il mio viso, il mio modo di camminare e di muovere il mio corpo nello spazio comune fra me e te, le mie parole, le mie lacrime, il colore dei miei occhi sono miei e tuoi.
“Grazie, signora, sono tutte cose molto belle, belle davvero, nessuno potrebbe negarlo.”
Gli oggetti che stanno in casa mia, sono miei. Non puoi averli.
“Oh, signora, no di certo, ci mancherebbe, sa bene, spero, che non mi permetterei neppure di desiderarli.”
Ma la porta l'hai accarezzata.
“Sì, signora, l'ho fatto così, d'impulso, senza pensarci, voleva essere un gesto innocente, una specie di saluto.”
La porta di casa mia è mia e tua.
“Certo, è giusto, signora, è vero.”
I sogni che faccio, sono solo miei, ma anche tuoi sono i miei capelli.
E detto questo, sciolse una lunghissima treccia, che arrivò addirittura fino a terra.
“Oh, santo cielo, signora, sono davvero una meraviglia. Non avrei mai pensato... o meglio, mai avrei pensato, fino a questo punto, voglio dire...”
Non credere, non voglio che tu scali la torre, sei troppo vecchio. Troppo vecchio. Vorrei solo che tu capissi. Che tu capissi.
“Cercherò, ci sto provando.”
E mentre lui diceva queste poche parole, lei, zac!con un colpo secco di forbice si tagliò quella treccia, che a lungo, a lungo, a lungo Ladnock osservò precipitare fino ad accumularsi ai piedi di quella torre, davanti a lui.
Vorrei che li seppellissi, ora, caro Ladnock.
E subito lui si mise all'opera, ed in sogno gli fu facilissimo scavare una buca profonda e calare giù quella massa di capelli, e ricoprirla.
Proprio allora incominciò a cadere una leggera, gradevolissima pioggerella e prestissimo, da quella terra che lui aveva appena ricoperto, crebbero in un istante degli arbusti, e poi, dopo una piccola, breve, silenziosa pausa, uno schianto di tuono fece tremare la torre e Ladnock, che si ritrovò prodigiosamente immerso in una fittissima foresta. Sentì allora l'insistente cinguettio di molti uccelli, e questo lo risvegliò.

Confuso, quasi frastornato, si trascinò fuori di casa con l'idea di stare un poco al parco, dove avrebbe potuto prolungare l'ascolto di quella dolcissima melodia, e dove stavolta gli uccellini l'avrebbero cullato fino a farlo riaddormentare, invece di dargli la sveglia, come all'alba, ed in questo nuovo sonno si prefigurava qualcosa di rivelatore sul significato del sogno della notte precedente. Dopo molti giorni passati senza che l'avesse mai fatto, quel mattino si soffermò davanti al balcone della signora Kontiki, perché qualcosa aveva attirato la sua attenzione: forse a causa di tutto quel vento soffiato durante la notte passata, alcuni fiori avevano piegato il loro capo e sporgevano ora all'esterno della ringhiera. Il signor Ladnock si tolse il cappello, esibì un cordiale cenno di saluto con la testa, e pensoso, s'incamminò, in cerca del canto degli uccelli.

giovedì 8 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -5-

All'indomani mattina, uscendo, si fermò a lungo, cosa che da un po' di tempo ormai non faceva più, ad osservare, con infinita malinconia, quei fiori, quelle piccole piante che lentamente, loro, sì, diventavano vittime sicure dell'incuria, vite soggette ai capricci altrui, esposte ed indifese, inermi prede tra le fauci di quella mostruosa ed implacabile creatura che altro non è che il tempo che passa. Ladnock prese allora una decisione, che bello, prendere delle decisioni, talvolta, capita che ne stai prendendo una e ti accorgi che era da tanto di quel tempo che non lo facevi, e ti piace. Prese la decisione, in onore a quel messaggio prodigioso che non doveva essere trascurato o peggio dimenticato, che il suo unico scopo vero sarebbe diventato, d'ora innanzi, quello di combattere l'incuria che uccide, di costruire una barriera intorno alle vittime del mondo che passa indifferente: tener vivo il balcone della signora Kontiki, ad ogni costo. Invano, poi, a lungo, quel giorno, vagabondò in cerca del luogo della sepoltura della signora. Chiese informazioni al Comune, non trascurò d'interrogare i guardiani di tutti i cimiteri che costellavano la città: nessuno ne sapeva niente, a quanto pare, addirittura non trovò che il decesso della signora fosse registrato da qualche parte. Probabilmente, pensò, la stava cercando con il nome sbagliato, forse Kontiki era il nome da signorina, ed il nome del marito, Ladnock, non lo ricordava più. O forse, chissà il perché, lei amava farsi chiamare in quel modo, e chissà il perché... chissà, chissà, forse, ma, tant'è, non ci fu modo per lui di saperne di più.
Tornato davanti a casa vi trovò affacciata la signora Chikin, e così, giusto perché gli sembrava scortese passare facendo finta di niente, e un po' perché voleva “esplorare” l'argomento, disse:
“Certo, è proprio un grande peccato, per questi fiori, per queste piante!”
“Eh, già! Ma cosa vuole, non possiamo proprio farci niente di niente, dobbiamo purtroppo rassegnarci all'idea di vederle morire un poco alla volta.”
“E' una cosa terribilmente odiosa.”
“Odiosissima.”
“Ma... ascolti... secondo lei, non ci sarebbe un sistema, che ne so, una scappatoia... una cosa che potremmo magari fare, mettendoci d'accordo noi del condominio senza dir niente a nessuno, insomma, semplicemente scavalcando la ringhiera, ad esempio.”
“Eh, già, sarebbe proprio bello, come dice lei. Mi sorprende, signor Ladnock, lei che è sempre stato, e sempre è, per carità, così educato e ligio. Cosa mai mi viene a raccontare! Ma senti un po'! Lo conosce, lei, qualcuno che si rischierebbe la galera per annaffiare due piante? Lei, alla sua età, lo farebbe di beccarsi una condanna per il dispiacere di veder morire dei fiori?”
“La mia età, purtroppo, mi impedisce sia di finire in galera, sia di scavalcare la ringhiera. Scusi la rima.”
“Si figuri. Scusatissimo. A me piacciono le rime. E così vorrebbe che qualcun altro si facesse la galera al posto suo per il suo dispiacere di veder morire dei fiori.”
“No, non intendevo questo.”
“Eh, già. Poi lei parla bene, ma ha idea del motivo per cui quel balcone è così tanto più bello di tutti gli altri? Era...”
“No, non precisamente, davvero.”
“Lei pensa di saltar là dentro e di buttar sopra un po' d'acqua e tutto torna come prima.”
“Sì, pensavo a qualcosa del genere.”
“Eh, già. Lei non saprebbe mai curare quei fiori come sapeva fare quella signora. Né lei né io lo sapremmo fare, nessuno. Così sa cosa succederebbe? Che oltre al fatto che rischieremmo di finire tutti in galera, ci ucciderebbe la frustrazione per non essere stati capaci di farlo nel modo giusto, vedremmo quei fiori morirci fra le mani, invece che dietro a quelle sbarre, dove la colpa non ce l'ha nessuno.”
“Almeno ci potrei provare, penso io.”
“Però, suvvia, signor Ladnock, facciamocene una ragione, in fondo non sono che piante e fiori, è normale che muoiano prima o poi.”
Si affacciò, a quel punto, immancabile, il signor Ni, che domandò, introducendosi subito nel discorso, senza neppure salutare:
“Ma insomma, non aveva neppure un parente, questa donna? Neanche uno, è mai possibile?”
“No, nessuno”, rispose Ladnock, “lo so bene perché con me si lagnò più di una volta del fatto di non sapere a chi lasciare le sue cose.”
“E cosa sarà dell'appartamento?”
“Se non lo reclamerà nessuno che ne abbia titolo, passati i cinque anni di legge passerà al Comune, e quello lo assegnerà ad una famiglia bisognosa.”
“Speriamo che non siano troppo numerosi”, intervenne la signora Chikin.
“Se fossero poco numerosi sarebbero anche poco bisognosi, dico io”, credette di dover precisare, minaccioso, il signor Ni.
“E nel frattempo, quei fiori saranno già morti mille volte”, concluse Ladnock.
“Già.”
“Eh, già.”
“Arrivederci, signori.”
“Arrivederci.”

“Arrivederci.”

domenica 4 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -4-

Ladnock fece così rientro in casa propria, dove consumò di malavoglia una cena frugale. Presto si coricò, abbattuto e stanco, e gli parve di sognare per tutta notte il fiorito balcone della signora Kontiki. Nel corso del mattino seguente gli venne l'dea, chissà il perché, di esaminare lo zerbino, teatro delle loro essenziali comunicazioni, dove Suroki gli aveva raccontato d'aver scoperto la signora defunta. Gli sembrò proprio, ad una prima occhiata, che quell'oggetto non avesse nessuna sorpresa da riservargli. Ma poi, preso ancora da quel suo speciale, puerile, ed anche un poco romantico impulso, non resistette alla tentazione di sollevarlo, colmo d'un sentimento nostalgico, nell'oscura, inspiegabile speranza di trovarvi qualcosa di inconsueto. Era, insomma, alla disperata ricerca di una qualsiasi cosa che lo potesse un poco consolare. E davvero c'era, qualcosa! Quale fu la sua sorpresa! Lì sotto stava una delle note vecchie buste ingiallite della signora. Le avrebbe riconosciute tra milioni. Leggermente disorientato dalla scoperta, cercò velocemente di ricordarsi se non ci fossero state recenti comunicazioni restate in sospeso, in attesa di risposta, qualcosa che s'era dimenticato di controllare, forse, ma: no! Erano certamente passate molte settimane dall'ultima raccolta delle spese condominiali, ed era sicurissimo che da allora non c'era più stata nessuna occasione per “parlarle”. E allora, questo, cos'era? Doveva certamente essere qualcosa di diverso, qualcosa di speciale. Non si domandò neppure per un istante, se quella busta fosse indirizzata a lui, semplicemente, in modo un poco furtivo, l'infilò nel taschino interno della giacca e volò su per le scale, come un giovanotto, verso il proprio appartamento. Durò ben poco, quel tragitto, ma quanto basta per pensare che non avrebbe aperto la busta prima di adempiere alle cose che si era prefisso di fare durante il mattino. Voleva mantenere la calma ed un certo contegno, che diamine! Trovava inaccettabile farsi sopraffare dall'emozione per una cosa così da poco. Appena fatto ingresso in casa sua, si chiuse alle spalle la porta, e girò la chiave due volte, cosa del tutto inconsueta, per lui, segno che già le sue buone intenzioni stavano cedendo. Lasciò la busta sul piattino delle chiavi, sul mobiletto nell'anticamera, convinto di uscire ancora, di andare dove doveva andare, via, tranquillo. Non c'è nessuna fretta. Ma si accorse ben presto di essere preda d'un incontrollabile tremore, e, conscio, dopo un'occhiata allo specchio, d'essere assolutamente impresentabile per il mondo esterno, in quelle condizioni, si arrese ed aprì quella busta. All'interno c'era un foglio, la carta da lettere della signora Kontiki, percorsa da una lunga filigrana che disegnava, naturalmente, un tema floreale. Ed il contenuto, che il signor Ladnock lesse con il cuore in gola, era questo:
Se mi leggi, significa che un giorno hai accarezzato la porta che chiude il luogo in cui vivevo. E' stato un dolcissimo saluto, davvero. E non ti sei fermato, hai voluto persino guardare sotto allo zerbino, dove mi hai trovato. Questi gesti significano che l'età non ti ha sottomesso, la marcia del tempo non è riuscita a calpestare il tuo cuore. Non è affondato nell'inerzia melmosa della rettilinea vita di tutti i giorni e la sua luce continua a risplendere forte, per quanto tu ti voglia convincere che oceani tenebrosi lo stiano circondando malevoli pronti ad offuscarla e spegnerla. Se continuerai ad agire, a parlare seguendo quella chiara luce, le tue azioni saranno sempre giuste, a dispetto di tutte le convenzioni e le opinioni contrarie. Le Tue parole indicheranno la via a chi avrà ancora uno spiraglio, nel petto, per lasciare che quella luce penetri. Se nei tuoi occhi ci sarà quest'amore, l'oggetto del tuo sguardo risplenderà dell'energia abbagliante scaturita da questa tua luce, se ne sfamerà, e si gonfierà, fino a diventare maestoso ed a volte persino temibile. Ma non avere paura, mai. Conserva la tua luce, Ladnock, dai la vita, amico mio.

Che messaggio strano... commovente, bello, sì, ma strano. Stranissimo messaggio, pensò il signor Ladnock. Certo, non poteva averglielo scritto altri se non una persona strana. Che è come dire rara. Preziosa. Che prezioso messaggio, che gran prodigio, concluse Ladnock, stretta la lettera in mano, lo sguardo posato aldilà dei vetri della finestra.

martedì 30 dicembre 2014

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI - 3 -

Non potè fare a meno di soffermarsi almeno per un momento, giunto sul pianerottolo davanti all'ingresso dell'appartamento della signora Kontiki, e neppure seppe resistere alla puerile tentazione di salutarla un'ultima volta, e prima di riprendere le scale diede una carezza a quella porta.
Giunto davanti alla propria, di porta, incrociò Suroki, che invece stava scendendo:
“Oh, Suroki! Che cosa terribile! Ma davvero tu sai qualcosa in più della povera signora Kontiki?”
“Ma sì, guardi... che brutta esperienza... io stavo scendendo giù, vede, come adesso, dalle scale, tranquillo, come sempre, quando vedo che sullo zerbino della signora c'è qualcosa di grosso, grosso e informe. Lì per lì, sa, mi è sembrato proprio un grande sacco della spazzatura rovesciato, tutto nero, come se qualcuno l'avesse appoggiato senza troppa attenzione alla porta e quello fosse scivolato giù per il lungo dalla parte del pianerottolo. Ma subito mi sono accorto che c'era qualcosa che non quadrava, allora mi sono avvicinato per guardare meglio... la prima cosa che ho notato è che mi sembrava che fosse stato chiuso con qualcosa d'insolito. Osservo meglio e dico: ma questi, cavolo, son capelli! Avranno mica legato un sacco della spazzatura con dei capelli? M'han sempre raccontato di quanto fosse strana la signora Kontiki, ma questa mi sembrava veramente troppo strana.”
“Buon Dio, Suroki, un sacco legato con dei capelli! Chissà che spavento ti sei preso!”
“Sì, ma guardi, non è che mi sia tanto spaventato per il fatto che qualcuno avesse legato un sacco con un po' di capelli, no, diciamo che quello, al limite, con rispetto parlando, avrebbe potuto farmi un po' schifo e basta... è, piuttosto, che, guardando meglio, ho notato che quei fili portavano a qualcosa di più grande: una ciocca, e poi ad una massa di capelli ancora più importante: un'intera testa di capelli. E non solo, sotto, c'era proprio la testa, e poi, più in là, il collo, e tutto il resto. Era proprio la vecchia signora Kontiki, riversa sul proprio zerbino, altro che sacco della spazzatura, mio Dio!”
“Santo cielo! Non è che fosse ancora viva, vero?”
“Oh, no.”
“E come fai ad esserne così sicuro?”
“Perchè lì per lì, non sapendo davvero cos'altro fare, pietrificato dalla paura, l'unica cosa che son riuscito a pensare di sensato era chiamare un'ambulanza, ma qualcuno doveva averci già pensato prima di me, evidentemente, perché ero ancora lì chinato quando un tizio senza dirmi né buongiorno né buonasera m'ha scostato con... diciamo malagrazia, e, allontanatomi di qualche passo, ho potuto scorgere quattro figure che si piegavano sul corpo della povera signora, e, constatatane la morte, l'hanno coperta con una specie di arazzo. Sissignore, mica con un lenzuolo bianco come si vede di solito, ma con una specie di arazzo, davvero, e così, mezza arrotolata se la sono portata via.”
“Quattro strane figure... Suroki... capisco lo spavento, ma insomma, saranno stati quattro sanitari, no?”
“No, nossignore. Sono piuttosto certo che fossero elfi. Elfi oscuri, se mi permette la precisazione.”
“Certo... Giovanotto, non starò a chiederti quale possa essere l'evidente differenza che contraddistingue un normale elfo da un elfo oscuro, presumo che tu sappia bene queste cose perché tu in realtà altro non sei che uno gnomo di montagna in incognito, segreto che riesci a celare perché è troppo difficile da dire ciò che sei, e così non ti scopriranno mai, vero, scaltro Suroki? Solo, ti prego, aldilà di queste interessanti considerazioni di nordico folklore, di essere chiaro, di non raccontarmi impressioni e di attenerti ai fatti, per quanto puoi.”
“Questi son proprio i fatti, signore, non aggiungo altro, non mi prenda in giro, io sono un espertissimo giocatore di giochi di ruolo e mi bastano pochi dettagli per capire molte cose.”
“Certi dettagli, dici... tipo orecchie a punta e roba del genere, vero, Suroki?”
“Beh, sì, anche quelle, perché no? Vede, anche lei potrebbe riconoscere degli elfi se ne vedesse le orecchie.”
“Certo. Han detto niente? Hai capito dove la stavano portando?”
“No, parlavano tra di loro sommessamente, riuscivo a sentire soltanto dei bisbigli, e quel poco che carpivo, tra l'altro mi sembrava che non fosse affatto nella nostra lingua.”
“Ma in quella degli elfi oscuri.”
“E' probabile, ma confesso di non saperla riconoscere.”
“E sei riuscito almeno a vedere con quale mezzo si sono allontanati?”
“No, nossignore, ero un poco sotto shock, capisce, e non ho avuto neppure il coraggio di avvicinarmi troppo a loro, così, poco dopo, quando mi sono sentito più sicuro mi sono affacciato per vedere che facevano giù in strada, e quelli, puf! Erano già svaniti.”
“Puf. E' una cosa che fanno abitualmente, gli elfi?”
“Quelli oscuri?”
“E' qualcosa che fanno abitualmente, gli elfi oscuri?”
“Solo alcuni che ne hanno le capacità, all'occorrenza... potrebbero.”
“E si vede che in questo caso ce n'era proprio bisogno, vero, Suroki? D'accordo, ragazzo mio, ti ringrazio, mi dispiace che tu abbia patito questa brutta esperienza. Adesso ti lascio andare, spero che tu stia bene, a presto, ciao.”
“Beh, sì, la ringrazio per la solidarietà, ma sa, son cose che capitano, e bisogna presto farsene una ragione.”

“Certo, certo... come no, son cose comunissime.”

venerdì 26 dicembre 2014

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI - 2 -

Veniva sempre incaricato alla consegna delle comunicazioni per lei, il signor Ladnock, che fu uno dei primi a trasferirsi in questo stabile e che quindi, molto tempo prima, aveva avuto occasione, seppur saltuariamente, di frequentare sia la signora Kontiki che il marito. Silenziosamente, Ladnock adempiva con piacere a tale compito, nutrendo grande simpatia per la signora, e pacificamente, senza curiosità, accettava quella sua eccentrica scelta d'isolarsi dal mondo. Riteneva poi che questo sistema inusuale di lasciarle bigliettini sotto allo zerbino, come tipo di comunicazione, fosse comunque qualcosa di meglio di niente. In modo altrettanto silenzioso, il signor Ladnock era il più fervente ammiratore di quel balcone fiorito e l'unico, certamente, a non aver mai sentito il benché minimo bisogno di provare ad eguagliarlo: si limitava infatti a rimirarlo uscendo e rientrando, prendendo ogni volta mentalmente nota di ogni più piccolo cambiamento che sarebbe stato impercettibile all'occhio di qualsiasi altro, pur attentissimo osservatore: ogni minuscola fioritura, qualche nuova strabiliante screziatura di colore che appariva dalla notte al giorno su ogni singolo petalo. Non trovava il coraggio per confessarlo – e a chi? - il signor Ladnock, ma gli capitava spesso, quasi ogni mattina, che si svegliasse e rimanesse a letto, senza la benché minima voglia di alzarsi per affrontare una nuova giornata. Non gli piaceva davvero granché la vita che conduceva e l'unico motivo che lo spingeva ad alzarsi da quel letto e ad uscire dal proprio appartamento era l'incontenibile desiderio di non mancare mai a quell'appuntamento, dove avrebbe scoperto, ad esempio, quali sorprendenti tonalità avesse mai assunto quel particolare fiore viola in cui la sera prima aveva notato dell'”inquietudine”, così la chiamava, e che avrebbe scommesso che durante la notte avrebbe virato. Ma verso quale colore? Scommetteva, con sé stesso. Oh... non vinceva mai!
Così, un giorno, un brutto, bruttissimo giorno, rientrando a casa, non ebbe nessuna difficoltà a notare che molte di quelle piante, che già negli ultimi giorni l'avevano un po' insospettito, adesso erano davvero diventate più brutte. Oggettivamente.
“Sì”, pensò, “proprio più brutte...”
Scelse quella particolare parola, “brutte”, perché non gli passava neppure nell'anticamera del cervello, la possibilità che quelle piante stessero in realtà appassendo, semplicemente decise che stavano rapidamente cambiando, e per quanto gli sembrasse davvero strano, cambiavano in un modo che a lui proprio non piaceva.
“Santo cielo!” Disse poi, a mezza voce, avvicinandosi al balcone, “Che succede a questi fiori?”
Mezza voce da queste parti è un tono più che sufficiente perché la signora Chikin senta tutto e sbuchi fuori sul suo balcone per dire la sua, cosa che anche in questo caso, immancabilmente, fece:
“Cos'è successo? Semplicemente che nessuno, ora, cura più quel balcone. Per quanto lo curasse davvero qualcuno, prima.”
“E perché mai?” Chiese lui, sgranando gli occhi.
“Perché mai? Senti un po' che domande! Ma non sarà forse perché la signora Kontiki è morta?”
“Eh già!” Esclamò a quel punto il signor Ni, spuntato alla sua finestra, che non si voleva perdere il sapido dibattito, “Saranno già tre giorni, dico io.”
Ed il signor Ladnock che si sentì improvvisamente afflosciare, come un sacco vuoto, sostenendosi solo per non voler apparire debole a quei due, guardando a terra, esclamò:
“Tre giorni! Ed io che non ne sapevo niente!”
“Lei vive così isolato, signor Ladnock, non parla mai con nessuno, non vede nessuno... finirà come la signora Kontiki, lei... nel senso buono, intendo, capisce?”
“Già...”, disse lui, allargando le braccia, certo non per manifestare rassegnazione, ma nel tentativo d'aggiustare il proprio incerto equilibrio, “ma come è successo? E il funerale?”
“Mah, chissà, l'unico che abbia visto qualcosa, a quanto ho capito, è il giovane Suroki. D'altra parte non credo che neppure lui ne sappia molto di più.”
“Più di cosa?” chiese il signor Ni, “Non sappiamo niente, dico io.”
“Sappiamo che è morta”, tagliò corto la signora Chikin, “ed è un dato già più che sufficiente, per conto mio.”
“Oddio”, intervenne Ladnock, “che grande, vero peccato è questo... che tristissima cosa!”
“Già”.
Ed il signor Ladnock, levatosi il cappello e ritrovata un poco di forza, salutò con voce ferma, ed incominciò ad inerpicarsi su per le scale, a capo chino, e la prima cosa che gli venne in mente, con amarezza, fu che da quel giorno la signora Ni sarebbe stata felice di avere il balcone più bello del condominio. “Buon per lei”, pensò, “ma ben poca cosa è quel balcone, ben poca cosa.”