sabato 30 aprile 2011

DIMENTICANDO D'ESSERCI SMARRITI

Ringrazio dio                                               di non esistere.
Chiudere la bottega,                                                   eppure rinviare.
A dopo, a più tardi                                      , all'ora della sveglia -

                             - al mattino. Lo ricordi, il mattino?

Esci                  e la luce l'hanno appena accesa.
Un istante prima stavi sciolto nel buio.
Ed ecco          ora                       getti un'ombra,
sembra quasi
che tu valga qualcosa.

Dove sei stato in questi due ultimi cazzo di giorni?

Ringrazia dio                        che non esisti
che dormi da sempre        per sempre.

Hai avuto paura?                  Io. Tremo da capo a piedi.
                                                     Io. D'altronde.
                                                     Tu? Dove?

Da sempre, la ricerca è cosa del tutto inutile.
È un gesto vuoto, sciolto nel tempo,
nella notte, come nel sogno morire,
come perdersi per strada
perché incapaci di comprendere
che cosa sia una strada,
che cosa sia perdersi.

Dimenticare d'essersi perduti.
    Dimenticare d'essersi perduti 
per sempre.

Ecco l'uomo. Ecco la donna. E tutti lo siamo.
Ei fu. Bella roba. Fummo tutti.
Al sole ti è permesso non accorgertene,
ma di notte al buio non si può negare che il tuo fuoco è spento.

Smarrirsi come un'idea piccola che riecheggia lontana -
come una piccola parola.
Smarrirsi come dimenticarsi.
E poi salvarci,
dimenticando d'esserci smarriti.
Fosforo o morte.
Fosforo e morte,
Fosforo ho morte.
Fosforo è morte,

la noia della morte, la luce del buio.
Un ritorno.
                                                                              Oh sì lo so è innegabile, sei svanito laggiù.
E addio e grazie!
Soprattutto addio.
Soprattutto grazie.

eppure ti vedo

lunedì 25 aprile 2011

NON DI BUSSARE

Finché l'uscio non sarà aperto
o sfondato
ed il suo celato potere
potrà apparirmi
o il suo vuoto svelarmisi;

Finché non vedrò
le mura cadere
ed alzarsi la polvere.
Finché non saprò
che tutt'attorno è crollato;

Finchè non accarezzerò
altro colore che non sia
quello della rovina;

Finché la torre sfocata
in cui vivo,
innalzata dal fantasma
d'un pensiero distorto,
non finirà stesa
sulla terra di menzogna che la sostiene,
io non smetterò di bussare.

Neppure quando il sole
sorgendo solleverà
l'odore metallico del sangue
dalle mani
scostandomi dalla notte,
smetterò di bussare.

giovedì 21 aprile 2011

TANTO VA LA GATTA AL LARDO

Siamo attesi all'Università per la Civiltà Razionale. In questo luogo, professori, eruditi, ricercatori di grande livello lavorano, nell'ombra, incessantemente, per verificare le dicerie, i luoghi comuni, i proverbi. Per confermarli o modificarli, consegnandoli alle nuove generazioni allo scopo di creare un nuovo background popolar-culturale indispensabile per abitare, presto, un nuovo mondo, per evolverci finalmente in una civiltà evoluta e Razionale.
Mi accoglie nel suo ufficio il Professor Carlo Capracanta, ricercatore nel campo dell'ineccepibilità dei detti e dei proverbi. Mi ha convocato per comunicarmi le sue ultime scoperte. Questa è la trascrizione dell'intervista.

D: Qual è l'ultimo risultato conseguito dai suoi studi?
R: L'eccepibilità del detto: Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.
D: Perché non è un detto ineccepibile?
A: Deposito di lardo.
B: Raggio di residenza dei gatti previsto.
C: Zona dalla quale i gatti dovrebbero uscire spessissimo per
poter consumare l'apporto di calorie e grassi derivato dal con-
sumo di lardo.
D: Zona in cui si sono ritirati i topi, che nel frattempo prolifi-
cano e minacciano l'intera cittadinanza.
R: Innanzitutto perché non ha senso. Sarebbe come dire: A Giuseppe, a forza di recarsi al bar, cascherà un testicolo. Voglio dire: non si può escludere che il gatto in questione, potenzialmente, possa incidentalmente perdere un arto recandosi nel luogo ove si conserva il lardo, né che a Giuseppe, tornando dal bar, per motivi a noi ignoti e che non interessano, cada un testicolo, ma sono eventi, in sé, altamente improbabili.
D: Questo, immagino,è ciò che basta per rendere questo detto non ineccepibile, e quindi non in linea con la vostra filosofia. Come procede, a questo punto, il vostro lavoro?
R: In questi casi, in cui eliminare dalla memoria collettiva un detto popolare è quasi impossibile, si rende necessario modificarlo ed inculcarlo alle nuove generazioni, nella nuova versione, finalmente scientificamente ineccepibile.
D: E come è stato modificato questo detto?
R: Con: Tanto va la gatta al lardo che ingrassa un bel po'. Un bel po' non è scientificamente granché preciso, ma le variabili sono troppe e si è preferito andare per approssimazione, allo scopo d'ottenere anche un effetto musicalmente accattivante per i giovani.
D: Come si è giunti a questa nuova versione?
R: Abbiamo calcolato le calorie che assumerebbe un gatto sfamandosi di solo lardo (non abbiamo indicazioni, infatti, che ci lascino credere che la gatta in questione abbia fonti diverse per alimentarsi), e le calorie che il gatto in questione consumerebbe per raggiungere il lardo e per prenderne la porzione desiderata. Abbiamo considerato il fatto che, essendo i gatti animali piuttosto territoriali ed anche molto intelligenti, è molto improbabile che vadano a stabilirsi in luoghi lontani dal loro deposito di lardo. Insomma, la conclusione più ovvia che abbiamo tratto è che il gatto ingrasserebbe terribilmente, assumerebbe proporzioni mostruose e forse presto morirebbe a causa di problemi cardiaci che però non abbiamo del tutto appurato. Tanto più che il detto non ci informa della possibilità che il produttore del lardo trovi il modo di impedire alla gatta di accedervi: Tanto va la gatta al lardo, implica che il felino abbia costante accesso a questo tipo di cibo.
D: Cos'è quella scatola, dottore?
R: Un esperimento alla Schrondinger.
D: Cioè?
A: Ghigliottina.
B: Sofisticato meccanismo traditore.
C: Punto in cui va deposto il lardo.
D: Scatola di Schrondinger modificata.
R: Ho inserito nella scatola un pezzo di lardo, poi ho sostituito la parete opposta della scatola con una specie di ghigliottina a molla, sensibilissima. Per sapere se, a queste condizioni estreme -estranee tra l'altro alla premessa del detto in questione- un qualche gatto ci avrebbe lasciato lo zampino.
D: E...?
R: E la ghigliottina è scattata.
D: E un gatto ci ha lasciato lo zampino.
R: E' possibile.
D: Come? Non lo sa per certo?
R: No, certo che no. E' una scatola di Schroendinger modificata, non va aperta assolutamente.
D: Ah. Altre considerazioni sulla questione?
R: Certamente. Abbiamo supposto che il lardo non sia assolutamente infinito. Abbiamo supposto che la colonia dei gatti che circonda l'edificio contenente il lardo sia andata aumentando esponenzialmente, con l'accorrere di felini da tutta la città e con il conseguente boom demografico.
D: E...?
R: E arriverebbe il momento in cui, per forza di cose, il lardo finirebbe.
D: E quindi perché non: Tanto va la gatta al lardo che lo finisce?
R: Perché a queste conclusioni si arriverebbe con diversa premessa, ottenendo più o meno: Tanto va la colonia di gatti esponenzialmente accresciutasi nel numero al lardo che lo finisce.
D: Sì... certo. Quindi... finito il lardo... cosa avete pensato che potrebbe accadere?
R: Con tutta probabilità, i gatti incomincerebbero la produzione di lardo.
D: Gatti che producono lardo? E come, scusi?
R: E' molto semplice. Si procurano un piccolo pezzo di terra sul quale avviano un piccolo allevamento di maiali.
D: Un allevamento di maiali...
R: Sissignore. Quindi li ingrasserebbero, poi li scannerebbero, e dopo la lavorazione otterrebbero il lardo. Ecco fatto.
A: Zampa di gatto protesa.
D: Scannerebbero i maiali? I gatti?
R: Sissignore. E' inevitabile, è così che si ottiene il lardo. Ora... anche nel caso che avvenga qualche incidente sul lavoro, la probabilità che i gatti perdano zampini è improbabile e comunque non ha nulla a che vedere con il nostro detto, che diventerebbe: Tanto incauta fu la nostra gatta producendo il lardo, eccetera eccetera.
D: Sssì. Senta... proviene un odore terribile da questa scatola.
R: Oh, è probabile. Ma non lo percepisco, perché, vede, ho perduto il naso. Questo è di plastica. Vede? Vuole toccare? Quello naturale l'ho perso durante un esperimento, per convalidare l'idea, che mi sembrava assurda che ci voglia naso per gli affari.
D: E?
R: Ed era vero.
D: E?
R: E quindi, ovviamente, non sento più nessun odore.
D: Guardi, le assicuro, se lei sentisse questa puzza, mi permetterebbe di aprire questa scatola.
Lardo.
R: La apra pure ma faccia in modo che io non possa vederne il contenuto.
D: Professore, c'è una cosa, qui dentro...
R: Uno zampino di gatto?
D: C'è del lardo. Ed una mano umana in avanzato stato di decomposizione.
R: Oh. Sorprendente.
D: Un anello. C'è scritto il suo nome.
R: Oh! E' la mano di mia moglie. Mi aveva detto d'averla data ad un'amica per verificare quella cosa, quella dell'amica che ti da una mano. Mi ha mentito. Sì, mi ha detto una bugia. Adesso, mi scusi, devo scappare. Corro a verificare che non le si allunghi il naso o che le si accorcino le gambe.
D: Certo, grazie, buongiorno.
R: Arrivederci.
D: Ah, professore... riguardo al detto: ci vuole orecchio...
R: Cosa?
D: Niente lasci perdere, arrivederci.

venerdì 8 aprile 2011

PAESE CHE STAI

UN CAFFE' AL BANCO

Capita, no? Finito di cenare vi vien voglia di fare due passi, di bere un caffè al bar. Dire due parole al/la barista di turno. La serata è tiepida, spira una brezza invitante e non c'è quasi nessuno in giro. Vi sentite stranamente forti, rigenerati. È la primavera, la sentite dentro. E chi vi trattiene? Nessuno. Infatti andate. Andate pure. Due passi ed ecco il bar: all'ingresso, dove avete progettato di fermarvi solo il tempo necessario per bervi un caffè al bancone, non scorgete subito, appostata davanti ad un videopoker, la figura di un tizio che potrebbe rovinare i vostri piani così avventati. Dagli occhi azzurrognoli mezzo chiusi, dall'aria semi-sveglia, grande e grosso. La testa, enorme, incorniciata da una palla lanuginosa bianca. Si sta sorbendo un aperitivo. Qua, la parola aperitivo, andrebbe tradotta ed inserita nel contesto. I primi quattro-cinque aperitivi, si dicono aperitivi, e significano, effettivamente, aperitivi, i successivi significano: cena, frutta, dolce, caffè, formaggio, ammazzacaffè, formaggio, dolcetto della nonna, stuzzichino prima d'andare a dormire, camomilla, spuntino notturno. Quando lo vedete voi, probabilmente, è solo al dolce. La sua zoppìa e la sua ubriachezza, entrambe permanenti, rendono la sua andatura impeccabile per compensazione. È un miracolo della natura.

Potreste fuggire, ma vi blocca una suadente, traditrice sensazione: la speranza di potercela fare. D'altra parte ormai siete dentro al bar. Bevete il caffè e ve ne andate. Chi vi trattiene? Nessuno? Non sottovalutatelo. Mai. Avete appena sfiorato la tazzina con le labbra che il panzone, in modo quasi invisibile, s'è avvicinato a voi. Avvicinato a voi significa che la sua faccia è a quindici centimetri dalla vostra. L'ubriachezza passiva è un rischio oggettivo, in questi casi. No. Non potete ignorarlo. È così vicino, ora, che potrebbe cadergli una goccia di sudore dalla fronte alla vostra tazzina di caffè. Allora, abbozzate un mezzo sorriso, indietreggiando e facendo la mossa di uno che sta per mettere la moneta sul banco per potersene andare.
Ma ecco che quello, per salutarvi, eh.... mica per cattiveria, come fosse che vi voglia dare il suo “ciao”, vi dice*:

Fa ancora freschino, di sera. Infatti mi metto questo maglioncino. Di giorno, no. Di giorno vado in maniche corte. Sai quanti gradi c'erano, oggi? Ventidue. Ventidue gradi alle... non so... sarò uscito alle tre e mezza. Ma alla sera fa freschino. D'altra parte siamo solo ad inizio Aprile. Perché faccia caldo alla sera dovremo arrivare a fine Aprile-inizio Maggio. Anche se qualche anno fa, mi ricordo che ho accompagnato mio figlio alla Fiera (che si svolge ad inizio Maggio, N.d.Qualcunochesa) che non ci vado mai, perché c'è troppo casino, ma per accompagnare mio figlio ci sono andato, era un ragazzo, avrà avuto 28 anni, e alla sera, ed in quel periodo specialmente, poi, un po' piove sempre, che poi, sì, di giorno fa caldo, ma alla sera, con l'umidità, eccetera.... insomma, quella sera faceva così tanto freddo che son dovuto tornare alla macchina a prendermi un giubbotto, uno di quelli leggeri, eh... perché, ti giuro, mi gelavo dal freddo, tanto che ho dovuto anche entrare in un bar, ad un certo punto... e doveva far proprio freddo, perché non ero l'unico ad essermi rifugiato lì, era pieno così e faceva un caldo da non credere e si sudava come in una stalla, che così, poi, fra le altre cose, si rischia pure di ammalarsi, sai, il caldo, il freddo.... e pensare che quando ero ragazzo, andavo alla Fiera con gli amici con le braghe corte, ma i tempi son cambiati. Pensa che quando era primavera... quando viene la primavera? A fine Marzo. A fine Marzo c'era questa tradizione, qui, giù al ponte, che facevamo tutti il bagno nel fiume. E faceva caldo. Perché poi, c'è da dire che a me è sempre piaciuto nuotare. Pensa che nuotavo dal cimitero fino alla fine del lungolago. Ed è un bel pezzo, no? Anche se, devo dirlo, qualche volta mi son preso qualche bella paura. Una volta, siam partiti, eravamo quattro o cinque amici, siamo partiti insieme, poi, sai, uno va avanti, uno resta indietro, ci siamo un po' spersi per il golfo e: ahi... ahiahi mi viene un crampo alla gamba. Che sai, è una cosa brutta, ma quando sei un nuotatore esperto, hai tutte le malizie, e così, infatti, ho lasciato riposare un po' la gamba a galla ed è passato. Allora mi dico, va bene, un po' alla volta, piano piano mi avvicino a riva. E: ahi... ahiahi, mi viene un crampo anche all'altra gamba. Allora penso: ahi... ahiahi, qui si mette male, poi i miei amici era un bel pezzo che non li vedevo più e allora ho pensato di stare fermo il più possibile e di aspettare, però stavo anche sentendo che incominciavano a mancarmi le forze, perché sai, non sembra, ma anche solo stare a galla così senza nuotare, comunque, spendi un bel po' di energie. Poi, all'improvviso, per fortuna, è passato un motoscafo, non proprio vicino vicino, però sarà stato distante al massimo una decina di metri e allora io gli faccio segno con la mano, che quello che guidava il motoscafo, poi, tra parentesi, era tedesco e non capiva, però, insomma, alla fine, è venuto lì, mi ha imbarcato e mi ha portato fino a riva. Eh, quelle son situazioni in cui ci vuole sangue freddo, non bisogna farsi prendere dal panico, perché se no poi si va giù come delle pietre. E sì, poi ci vuole un motoscafo che passi di lì, perché se no non so come sarebbe andata a finire. Così, poi, ho riflettuto sulla vicenda ed ho pensato che, insomma, non è che il motoscafo passa sempre nella vita. Quello passa una volta sola. Allora, da quella volta, ho incominciato a portarmi un palloncino galleggiante, tipo quelli che si danno ai bambini che imparano a nuotare, me lo legavo alla vita, facevo due-tre bracciate, lo raggiungevo e lo gettavo in avanti. Poi due-tre bracciate e lo gettavo in avanti. E con quello sei sicuro di non andare giù. C'è da dire che con tutto il nuotare, il gettare il galleggiante avanti, una volta: ahi... ahiahi, non mi viene un crampo ad un braccio?”

A questo punto un suono celestiale interrompe il nostro caro amico. Dal videopoker, da lui abbandonato, giunge il suono di una cascata di monetine. È il vostro motoscafo. Un altro cliente ha ottenuto una grossa vincita ed il nostro buon amico salta nella sua direzione bestemmiando e scoreggiando, pronto a festeggiarlo degnamente. Vi dileguate. Non ci pensate più a fare due passi, volete fuggire a casa, avete l'autunno, dentro. Vi cadono le foglie nel cervello.

* L'originale, in dialetto bresciano stretto, è stato tradotto e depurato da ogni intercalare che faccia preciso riferimento a parti anatomiche, soprattutto genitali, e a tutti gli accostamenti fra divinità ed animali da cortile e non.

Nota: durante il discorso dell'amico, avrete avuto tempo per dire: eh; certo; d'altra parte; anche i grandi atleti; anche l'età; acido lattico; aiuto.
Avrete avuto tempo per guardare imploranti: il barista omertoso; l'uscita, sempre così lontana.
Avrete rivolto preghiere alla divinità di turno perché scagliasse come minimo un meteorite grosso come un palazzo sul nostro pianeta per porre fine a questo scempio.
Ed allo scempio di tutti.

domenica 3 aprile 2011

64°

Ecco. Oggi è il compleanno di mia mamma. Ecco. Ed allora pubblico una poesia che scrisse giovinetta.  Ah, se l'avessero incatenata in casa, avremmo un'altra Emily Dickinson. Ecco. Auguri, mamma.



Ho cominciato
ad amare te
e, nello stesso tempo,
ho cominciato ad amare
la solitudine,
che prima tanto odiavo.

T'aspetto e non vieni,
questa solitudine m'è cara.
Nessuno vicino che mi
compianga, solo io
col mio pensiero
volto a te.

di G.B.