venerdì 27 gennaio 2012

H - 3 -

E così torno, dicevo, ad A. Infatti, io, è come se vivessi ad un capo di un tunnel.E mi spostassi solo per raggiungerne l'altro. E sempre come se mi decidessi di lasciarne uno per ritornare all'altro... comunque accompagnato sempre dall'idea - profonda, nascosta - di trovare un'uscita a mezza via. Mai con quella, reale, poi, di rimbalzare.
Odio rimbalzare.

A volte, riguardo ai tunnel, mi prende una strana fantasia, mi torna spesso alla mente una cosa. Un'immagine. E' questa: sto seduto sulla cima di una montagna attraversata da una galleria. Guardo, da quassù, le auto entrare. Poi mi giro di 180° e vedo le auto uscire. Sembrano sempre identiche a come erano quando sono entrate: gli stessi colori, la stessa andatura. A volte ne scorgo i guidatori. Non mi sembrano cambiati. Le facce sembrano le stesse. Eppure ritengo che qualcosa avrebbe potuto... dovuto cambiarli. Sono passati da un punto all'altro di un tunnel, al buio, sono entrati ed usciti. Sono solo invecchiati.

Non capiterà mai loro di dover percorrere un tunnel così lungo, che, giunti a metà strada si rendano conto che non ricordano più da dove vengono e dove vanno? E che molti decidano così di fermarsi, lì dove si trovano, per la troppa paura di riscoprirsi in un luogo peggiore, alla fine, nella luce? Quest'immagine mi lascia sempre con questo sapore di irrisolutezza, di incompiutezza. E non mi piace.

Abito in A con le da tutta la vita, anzi, di più, forse. Difatti, laggiù, sul mobile vecchio, si accumulano gli oggetti di tutti quelli che mi hanno preceduto, o che io sono stato prima d'essere chi ora sono. Sono. E non mi piace. Affatto. Eppure devo.

Io sono Mercurio.

martedì 24 gennaio 2012

PERSONA IN B/N


Con la chiave, quella, già fuori, protesa nello spazio oltre alla soglia, esposta all'aria gelida e già pronta a rientrare nella toppa per richiudere la porta, prima, e poi, finalmente, nelle tasche tiepide del padrone di casa e... oh, ecco il meritato riposo, Lui, Quello, inciampò. Annusato il ghiaccio che l'attendeva armato, fluttuante nell'aria esterna, riflettè: m'inciampo e penso: qui Giano delle porte dice che sarebbe meglio rimanere a casa, prima che io faccia la fine del Protesilao della situazione, che quali e quante sciagure mi si abbatteranno da qui al supermercato, schiacciato dall'ingresso automatico, novello Ellesponto, appena sbarcato sulle spiagge di Dardano, investito da un carrello tirato da due stalloni istruiti da Nettuno, col freddo che fa, considerato poi che in casa c'è roba da mangiare per tre giorni e che questa cosa di recarsi ciclicamente a fare la spesa non è altro che un vizio, un'abitudine perversa, con questa nebbia, poi, e con la crisi che c'è, il futuro è nero, a parte il Natale che è bianco, in una giornata così, bene farei a starmene a casa a guardarmi un bel film vecchio di quelli in bianco e nero, e tutto questo sia detto aldilà della questione Giano e inciamparsi sulla soglia, dacché fortunatamente, io, non sono superstizioso. Oh, no. Teneva persino un gatto nero in casa. Sia detto aldilà del fatto che le vecchie del paese gli avessero ripetuto, per una vita: Gatto nero in strada, alla sciagura bada; Gatto nero in casa, la fortuna ti s'infrasa, dove, più o meno dialettalmente, l'infrasarsi sta per l'incastrarsi di molte cose, in poche parole, allusione alla sovrabbondante fortuna che sta per investirti come l'esondazione di un fiume d'oro colato che il gatto nero domestico farà in modo, che tu lo voglia o no, di deviarti in salotto.
Per quanto al momento, diciamocelo, in salotto l'unica pioggia dorata che quel gatto grasso è stato capace di portare è stata la sua urina, il più delle volte diabolicamente irrorata in modo d'andar a sporcare il pavimento, solo spruzzando di striscio la lettiera, giusto per poter dire Oh padroncino mio, io avevo Davvero mirato a quella cosa che tu Gentilmente hai posizionato lì per farmici urinare dentro, ma io sono miope e debole (a causa del poco cibo che mi concedi) e questo è tutto quello che ho potuto fare, quando in realtà è chiaro che lo faccia solo per vendicarsi del fatto che il cosiddetto padroncino dopo un'oretta e mezza finisce ignobilmente per annoiarsi di giocare alla palletta con lui.
Comunque lo snaturato compagno di questo nostro nobile ed altero animale, richiusa la porta, lasciò solitarie e perplesse le chiavi sul mobiletto dell'entrata e si avviò verso lo scaffale delle vecchie videocassette. Aveva già scelto il film che avrebbe visto: Persona di Bergman. Lo scelse perché era proprio il biancoenero che si addiceva alla giornata, e poi perché l'aveva già visto tante di quelle volte che si poteva pure permettere di fare altro, nel frattempo, senza rischiare di perdersi all'improvviso nella trama. Trama...
Accese il videoregistratore. Infilò la cassetta. Play. Andò verso la finestra. Alzò la tapparella. Spense le luci. La sala illuminata di nebbia riflessa.
E' perfetta, Liv Ullman, anche senza parole. Lascia senza parole. Ti lascia a bocca aperta. Perfetta la sua bocca. Con quella bocca potrebbe dire ciò che vuole, invece fa di più, in Persona: non parla. Con quella bocca dovrebbe tacere, pensò il Nostro, guardando fuori, vedendo quella vecchietta curva di sacchetti della spesa che risaliva la strada verso casa. Qualche giorno prima gli si era avvicinata e gli aveva chiesto delle condizioni di salute dell'anziano padre, e quando il Protagonista gli rispose Non troppo bene, purtroppo, lei commentò Dobbiamo sperare, speriamo. Qualcosa bisogna pur dire. Al che lui pensò Ma perché? E :
Con quella bocca può dire ciò che vuole, Liv Ullman. Anzi, di più. Può permettersi di tacere.
Ecco, questa è la parte in cui lui immagina che Bibi Andersson, al colmo della crisi isterica, distrugga il ginocchio dell'altra con una martellata, gridandole: Perché non parli?
Guardò il gatto e pensò: Come si dice, è perfetto, gli mancherebbe solo la parola. Qualcosa bisogna pur dire: E' perfetto: gli manca la parola.
Scivolando dentro e fuori dalla visuale, come una macchia scura che pulsa nella nebbia, sfilò, camminando all'indietro, una donna vestita completamente di scuro, a piccoli passi, sul marciapiede semi-ghiacciato. Il fumo della sua sigaretta frammischiato al vapore del suo fiato rimaneva sospeso sulla sua testa e a contatto con la nebbia sembrava rapprendersi, formare un fumetto sopra al suo capo in cui si leggeva: “Tutto è nero”. E Lui pensò: C'è chi si sposa tutta vestita di bianco, perché è segno di purezza. Perché a chi si mette in lutto non si da dell'impuro?
Perché è sempre la porta del bagno quella che cigola? Qualcosa bisogna pur dire.
Forse la Ullman ha sussurrato qualcosa. Fa freddo, in quel film. Dovrebbero stare a casa, ad accarezzare il gatto, a scoprirlo meravigliosamente muto.
Ancora, alla finestra, guardò il camino fumante del dirimpettaio. Riflettè: Nel nero fumo che per sua natura ambirebbe ad innalzarsi ad un lassù qualcosa, ad un sopra X, portato dal vento ad annerire le vostre candide pareti, io sto.
Col bianco che si dissocia dal nero solo per potere, un giorno, essere nero. Ed il nero che fa lo stesso, ed eccoli che si scambiano le parti.
Il grigio è solo la traccia di un incrocio. Il segno che le due parti sono transitate di lì, lasciando che solo il loro ricordo si mischiasse.
Forse si diventerebbe persino migliori se ci si accontentasse di essere come si è.
La diversità di chi sta in disparte non serve di lezione. A nessuno.
Il mio inchiostro è fuliggine.
Per me il fuoco è solo una diceria.
E' superstizione.

domenica 15 gennaio 2012

H -2-

Chi prepara il pranzo alla mensa aziendale? Come sono le loro mani? E quali i pensieri?

Vesto sempre allo stesso modo, nella maniera più anonima che conosco. Lo faccio per evitare di attirare l'attenzione della gente. Ce n'è già troppa che mi guarda. Ogni mattina indosso i miei soliti pantaloni neri, una camicia bianca ed una giacca scura. Blu scura o nera, non so. Non l'ho ancora capito. La cravatta no. Quella, mi sono persuaso che attirerebbe troppo l'attenzione. E' sempre un elemento aggiunto che si può benissimo fare a meno di esporre, perché per quanto possa essere "neutra", infatti, porrebbe comunque chi la osserva nella condizione di poter tentare di interpretare la mia scelta riguardo al colore, al motivo. Perfino al nodo. Troppa roba da mostrare in giro. Gli altri finirebbero per scoprire, grazie a tutti questi elementi, qualche cosa di nascosto nella mia psiche e -zac- ecco che un passante ragiona su qualcosa che mi riguarda che neppure io so. Certo, anche il fatto di vestirsi il più anonimamente possibile mi rende oggetto di possibili interpretazioni: Ecco, vedi quello... ha scelto di vestirsi più neutramente che può per non essere notato. Chissà cos'ha da nascondere. Ecco, sì, perché anche abbigliarsi come faccio io è comunque optare per qualcosa. E' pur sempre un modo di schierarsi, di finire da una parte invece che da un'altra. Di essere condannati dalla fazione avversa e valutato, soppesato, continuamente discusso dalla propria. Queste cose mi fanno impazzire. Allora, a volte, mi dico: sarebbe meglio uscire nudi, giunti a questo punto, così nessuno avrebbe nulla da ridire riguardo alla scelta dell'abbigliamento. E invece no, sarebbe peggio, v'assicuro. Vi porrebbe di fronte a tutta una nuova serie di osservazioni, valutazioni e mere derisioni. Non c'è niente da fare. Finché si sta al mondo non si riesce a trovare neppure una piega d'universo abitabile in cui potersi nascondere. E' come nuotare in mezzo agli squali. Per sopravvivere bisogna cercare di muoversi il meno possibile, di non far rumore... non sanguinare.

Poi, ritorno. A casa. Da B ad A, stavolta. Quando incrocio alcuni degli altri che accennano un saluto o un sorriso, anch'io faccio lo stesso con loro. E poi sto bene attento a che il sorriso non si spenga subito, storcendosi. Non vorrei mai che i secondi altri, quelli che arrivano dopo quelli a cui ho sorriso, sapessero che se dovessi sorridere loro lo farei solo per convenienza.

domenica 8 gennaio 2012

H -1-

"Di giorno non so cosa voglio e 
neppure so cosa mi piacerebbe volere.
Così, di notte, non dormo.
Non so cosa sognare."

Mi fermai sulla soglia, uscendo, per poter esplodere lì sul posto il mio starnuto, divenuto ormai incontenibile, per evitare che il fattaccio accadesse oltre, poco più avanti, una volta chiusa la porta, dove avrei dovuto rispondere gridando: "grazie!" al suo: "salute!" che mi sarebbe giunto da dietro la finestra. Non mi piace alzare la voce.

Così scesi in strada. Ma non era la strada, il mio obiettivo. La usavo solo per spostarmi da A a B, non c'andavo per rimanerci. Non mi piace la strada.

Lei no, non scendeva mai in strada. Rimaneva sempre là, dietro la porta. Il più delle volte mi osservava uscire coi gomiti sul tavolo, la testa fra le mani. Mi salutava. Io uscivo. Andavo in strada. Non mi piaceva uscire. Non mi piaceva salutarla.

Fra la gente, durante il tragitto, a piedi, mi muovo in modo fluido, quasi liquido. Mi sposto tra di loro - gli altri - come un ruscello cristallino, puro, trasparente. Scorro tra il muro e lo specchietto dell'auto parcheggiata sul marciapiede anche se lo spazio è di pochi centimetri. Non sfioro neppure gli ostacoli. Non mi curo degli argini. Sono veloce, silenzioso. Quasi invisibile. Praticamente intangibile.

B... B, il posto dove mi reco, presa la risoluzione di lasciare A... B è il luogo dove lavoro. Non mi si aspetta frementi. Quasi non mi si conosce, eppure si sa che lavoro lì. In qualche modo, da qualche parte, dentro B, io vengo contemplato. Perché dentro B, io occupo uno spazio. Col mio tempo: faccio dei calcoli, tiro delle somme, disegno dei numeri, conto. Conto, sì, e a volte pure devo rendere conto. Il mio lavoro è ineccepibile. Sempre. Ma non tutti gli altri, loro, lo sono. Mai. Anche chi sta sopra di è spesso non lo è. Ed allora devo spiegare. Mi è difficile spiegare, perché, se da un lato mi viene così facile pensare e scrivere numeri, con le parole non ci so fare altrettanto bene. Così vado da chi mi reclama - trasparente, fluido, lungo i corridoi - non amo i corridoi, li uso soltanto per spostarmi da B a B1, e con fatica ben dissimulata - e a chi si trova in B1, spiego. Ma lo faccio male. Non parlo bene, dicevamo, e la mia voce è bassa. Faccio prima ad indicare i dati sui fogli, come su di una lavagna, illustrandone in modo didascalico, mimico, i passaggi, i motivi, le cause del risultato che li sconcerta. Loro trovano il mio lavoro ineccepibile allora, solo, il più delle volte, non gli riesce di sentire neppure una parola. E' che, lo ammetto, non mi piace gridare.

domenica 1 gennaio 2012

E' UN PECCATO NON PIANGERE I MORTI (?/!)


Vorrei risalire talvolta travolto e senza fiato nell’ascesa vortice propostami come geniale soluzione finale perché pregare non mi vieneeeee non ho Dio che tenga è lui, il Signore, che t’ha creato, mio suicidio ?
Occludere lo stelo ed interrompere bruscamente l’erogazione per poi appassire lentamenteeee è contraddizione che no non mi posso permettere foss’anche (ed io lo sapessi) viglia di sangueee e sangue finale.
Fatto sta che sento davvero dentro quella molla, quella voglia (un augurio?) sì diciamocelo, voglia d’ammazzare, per odorare acreee il profumo del peccato ch’è senza perdono il colpo inutilee improvviso ... insensato ... non si scusa.
Per sua natura è senza scuse : se no dov’è la gratuità del mio crudelee gesto ?
E’un peccato non piangere i morti ?
E così non disdegno il suicidio, come comica determinata soluzione, il grottesco finale, sequenze nelle quali ci si porge goffi armi al capo al cuore poi si spara, si spara e si muore o si spara e s’attende o si spara e basta senza temere il nulla l’iperpaventato vuoto del poi - non si può temere nienteee - impavidi di fronte alle toghe del giudizio ultraterreno, eretti, nobili, stagliati su di un orizzonte di luce eterna, bellissimi e con la testa sfracellata.
Ho così un sacco di tela colmo di sane e genuine cattive intenzioni al mio riguardo e sempre sogno il mio materasso in fiammeeee e nelle fiamme, in sogno avvampareeee.
Ahahah vedrai vedrai l’inferno il culo che ti brucia in eterno i demoni cornuti che ti stuzzicano le chiappe con i forconi. Coi badili. Trapani. Rastrelli. Vanghe. Martelli. Pinze. Certo, i cacciavite. Demoni armati di sfollagente evacuano in gran fetta un girone all’italiana dove tutti si recavano per incontrarsi senza disputare pena di ritorno.
Ho affondato le dita in carnee viva e stavo caldo. Ho uno spirito da salvaguardare dalle minacce dell’eterno... San Pietro non mi farà entrare oh che paura di SP è quello che due minuti dopo l’arresto di Cristo diceva “Gesù ? Quale Gesù ? C’è stato sulla Terra un Re che non sarò io ?” mmmh come mi piacciono i martiri... bruciati,inchiodati,scuoiati,macellati,nasoepalletagliati,incorniciati,svitati,rammolliti,deviatisullastradasbagliataohohc’eraillburronati,salvatiallultimomomentodaunfiloinvisibilechecadevagiùdalcielodirettamenteechesfortunadellesfortunesèsfilacciatotutto,imbottiti,foderati,cucinati.O, più semplicemente, generalmente, martirizzati.
Sissì il Papa è proprio l’erede di S.P. quello che diceva “Oggesù su questa pietra edificherò la mia Kiesa e tutti si faranno il segno della croce, perché tu sei morto sulla croce e questo segno ti terrà vivo nella nostra memoria...”
Dovremmo forse farci il segno della resurrezione, della moltiplicazione!? Dovremmo devastare il supertempiomercato. Con le magliette :”Ultras Gesù”
Distruggete il tempio ed in tre giorni lo riedificherò
Ma mi sa che è solo una metafora ... ho paura cheee si parli di carneEEE !
E’un peccato non piangere i morti !
Che vuoi essere ? Martire o Vergine ? O Papa ?
O Ssanto eee basta ?
Santo Ics. Vergine. Che bravo.
Santo Ipsilon. Non ha mai mangiato la cioccolata. Ma ha avuto i brufoli.
Santo Lambda. Sempre lontano dal gelato.
Santo Kappa. Non ha mai invidiato. Neanche i santi senza invidia.
Santo Chi. Senza ambizioni. Santo Ni. Mai fumato.
Santo Ciccio. Morto giovane. Troppo giovane. Non ha avuto tempo di fare nulla. E’molto Santo. E’Dottore.
Voglio un letto
senza gambe
A forma di croce
Ed ogni braccio sia legato al soffitto
Voglio
Dondo-
larmi
Sul
Mar-
tirio.
Che vuoi essere ? Martire o Vergine ? O Papa ?
O Ssanto eee basta ?
Io.per me.mi voglio.ammazzare.