lunedì 26 marzo 2012

IN TAL MODO D'AMORE ZAVORRATO


Barcollando attraversai l'atrio arioso, dirigendomi verso la sala dei libri, dove la luce era più soffusa: varcata la soglia le mie pupille si dilatarono e con la coda dell'occhio scorsi lei, al primo piano, attenta alla sua posa drammatica supportata dalla ringhiera, unico orpello scenografico lì, sotto ad un rettangolo di sole occhio di bue ritagliato da una finestra, ad osservarmi passare attraverso l'atrio, attraverso ad un piccolo tempo, attraverso alle sue pupille ancora puntute come spilli.
Donne.
Presi posto sulla poltrona che mi spettava, dando le spalle alla finestra pesantemente schermata da polverosi drappi neri, dove avrei dovuto attendere paziente che mi raggiungessero lei, lei e suo padre, per quel colloquio così importante, decisivo per le sorti del nostro amore e che io affrontavo, non senza una certa dose d'incoscienza, dopo avere, lo riconosco, bevuto un bicchiere di troppo e, ammettiamolo, d'averlo colpevolmente bevuto sapendo che sarebbe stato di troppo.
Lei giungeva, lo sentivo: i suoi passi li riconosco, li riconosco da sempre, da prima del mondo, potrei anzi dire che la prima volta che l'incontrai, udendo i suoi passi, seppi subito di ricordare tutto di lei, come se le nostre anime fossero state indissolubilmente unite all'inizio del tempo e poi separate, strappate da un big-bang al sapor di cloroformio e riprogrammate dall'introduzione della materia, ed ecco ci si rincontrava poi per caso, sperduti nell'universo, e ci si riconosceva per quella parte della nostra memoria che il cloroformio stesso aveva salvaguardato conservando alcune percezioni ancestrali, ferme come nella formalina, irraggiungibili dalla riprogrammazione.
Le sue pupille si dilatarono, entrò, i suoi passi si fecero più silenziosi, più attutito divenne il mio ricordo, i suoi piedi, oltrepassata la soglia, calpestavano ora zitti-zitti i tappeti sfarzosamente disposti con ostentazione su tutta la superficie della larga stanza, impregnandola d'un odore che non sentii mai più dopo d'allora e che avvertivo per la prima volta, che mi fece pensare alla polvere imprigionata, da millenni, che preme per uscire da/in ogni direzione visibile, pronta a partire alla conquista di quel mondo civilizzato che l'aveva gettata via ripudiandone l'antico, ordinato compito.
Un'altra poltrona ospitò il corpo quieto ed abbandonato di lei, che fissavo, non ricambiato: il suo sguardo rimaneva tenacemente fermo sulla soglia, in attesa, come del resto tutta la sua carne pronta a riattivarsi ma immersa in una tesa sospensione; e con un piccolo sforzo anch'io spostai dunque il mio sguardo verso l'ingresso e sfuggii, prospetticamente, attraverso le porte, pensando al mio corpo caldo, in strada, al sole, libero, non qui, dove io e lei restiamo, prigionieri di colossali, antiche sentinelle di libri, in attesa d'un destino ancora non scritto.

L'immagine dei titoli, con i loro autori, già non troppo nitidi per la distanza, a causa di quel bicchierino di troppo, ora si distaccava dall'originale ed ai miei occhi si duplicava, fluttuando altrove, galleggiando sospinto su particelle luminose di polvere libera, viaggiava su altri libri, duplicandosi ancora per sovrapporsi infine su altre immagini ed ecco vidi La Divina Commedia di Bradbury e L'Arte della Guerra di Gandhi ed ecco, eccolo là l'idolo della non-violenza bruciare libri all'inferno, e dietro di lui sfrecciare Bradbury alla guida di schiere bestiali alla riscossa.

Poi, ricordo: scricchiolare d'assi, dall'atrio; sorgere d'un'ombra pingue; il buio di quell'ombra che venne a fondersi nel buio fitto sotto ai nostri piedi; il contemporaneo apparire della figura del corpo del padre, in graduale e definitiva sostituzione di quella effimera dell'ombra ormai già svanita; le pupille del padre che si dilatavano; poi, lo stesso corpo flaccido che spariva quasi completamente in fondo a quella poltrona condannata a quel supplizio, colpevole di chissà quale delitto; del tentativo di fuga di molte particelle di polvere dalle quali, al momento del contatto di tutta quella carne coperta da tessuti in fogge eleganti, ho avvertito distintamente sfuggire le grida d'orrore; del silenzio, poi, immobile, antico. Solido, borghese.
Terminata la non elementare operazione d'arricciarsi entrambi i baffi mantenendo il naso puntato verso la figlia e lo sguardo obliquo segnato dalle palpebre semi-chiuse verso di me, il Padre, solennemente tese un braccio verso l'infinito spazio di cui era padrone come lo erano stati i suoi antenati da generazioni innumerabili, schioccò due dita riportandole lentamente ma inesorabilmente ai mustacchi, momentaneamente rimasti indifesi, ed ecco, che subito, una figura enorme e silenziosa in maniera soprannaturale fece ieraticamente il suo ingresso: il maggiordomo.
John.
A cosa vi serve un maggiordomo? Sappiamo già che il colpevole è la poltrona.
Topi. Da qualche parte, qui. Forse sotto all'impiantito. Topi. Li sento.
Amano la carta, quelli.
Vivono sotto alle assi di legno, poi, di notte, risalgono e si mangiano i libri.
Mantengono intatte le copertine. In un posto come questo, non li scopriranno mai.
Le assi di legno ed i libri, tutta opera loro, questa stanza. Loro, dei boscaioli.
Li amano, i topi, i boscaioli.
Così, Voi, (disse il Padre ed il Voi saremmo stati Noi, dove Noi sarei stato Io) vorreste prendere mia figlia come vostra legittima sposa. Vidi che stava sogghignando. Il suo petto sussultava in modo innaturale, convulso. Io risposi confondendomi: Noi, sì, proprio Noi vorremmo sposarci, sì. Il maggiordomo, uscito in precedenza senza che me ne rendessi conto, rientrò con un vassoio. Era paradossale. Mi davano del Voi all'ora del Tè.
Un tonfo. No. Di più. Un boato. Alle mie spalle, fuori. Forse in strada, oltre ai drappi, alle finestre, libero.
Noi ci amiamo. Dissi questo riflettendo sul fatto che se al Voi io dovevo rispondere col Noi, senza premettere che s'intendesse che con Noi intendevo dire Io e Sua figlia, costui avrebbe pensato che Io amavo me stesso. Noi ci amiamo. Lo dissi tendendo significativamente la mano verso di lei, abbandonata come una statua di cera mezza squagliata sulla sua poltrona. Il petto del Padre sussultò frenetico. Il maggiordomo gli s'accostò, gli porse un fazzoletto spiegato, lo sorresse mentre Quello colava bava marrone sul lindo telino. Ecco, il maggiordomo lo ripiegò ordinatamente, se lo ripose in tasca con talentuosa naturalezza. Ecco, finalmente il Padre voltò il capo verso di me e mi sorrise bonario. I baffi, li vidi, luccicavano di saliva. Il sorriso non era bonario, mi correggo. Era beffardo.
Sudavo. Abbondantemente. I miei pensieri che avrebbero dovuto seguire un percorso interno, invisibile, dal cervello alla gola alla parola, trasudavano fuori dalla mia fronte invece, davanti a tutti e da lì scivolarono colando fino alla mia bocca dischiusa, annegando nella mia saliva. Sentii in gola un sapore salato.
Stavo per alzarmi, avrei voluto parlare, ma non ne trovai le forze, cercai di toccarla, avrei voluto sentirLa dire qualcosa e stavo per manifestarle questa mia esigenza quando, proprio in quel mentre, si spalancò la finestra alle mie spalle, irruppe nella stanza un artiglio enorme, una zampa verdastra la ghermì, e la portò via lasciandoci in un irreale, nuovo silenzio. Mi alzai di scatto, potendo soltanto constatare che un enorme drago stava fuggendo lontano, nel cielo, ardendo l'orizzonte che s'arrossava in un innaturale, mostruoso e quantomeno prematuro tramonto, sempre tenendosi stretta la sua preda, la donna che amavo, sbuffando fuoco che bruciava rossi tetti laggiù, in periferia.
E' una cosa che bisogna sempre mettere in conto, disse il Padre.


Ma... mio Dio! Quando avranno fine questi abominevoli rapimenti?

lunedì 19 marzo 2012

H - 7 -

Ho passato la giornata, in B, a pensare a quella donna alla finestra. A chiedermi perché guardasse proprio me. Ad esaminare mentalmente ogni dettaglio del mio abbigliamento, per trovarvi un qualcosa di eccentrico, di strano, qualcosa di tremendamente fuori moda o fuori posto, qualcosa che lei, preparandomi i soliti vestiti, come ogni mattino, abbia incautamente, maldestramente o peggio ancora, dolosamente inserito. Ma: niente. Mi chiedevo insomma il perché quella donna guardasse proprio me, perché mi avesse scelto. A domandarmi, soprattutto, cosa abbia potuto carpire da me osservandomi lungo quel percorso. Cosa abbia concluso dal mio modo di camminare, di osservare, di fuggire. Chi possa pensare io sia, ora. E chi poteva pensare io fossi, prima di vedermi. O come mi immaginava. Nel caso in cui mi aspettasse, come sembrava. Ho passato la giornata sentendomi come derubato. Non come se qualcuno m'avesse spiato dalla finestra ma come se qualcuno m'avesse sfilato il portafogli. Quando vai a fare la denuncia ti accorgi che non riesci a ricordarti tutto quello che c'era dentro... Ecco, a questo punto del mio ragionamento, diventa essenziale capire soprattutto questo: cosa mi ha tolto quella donna?

Ho pensato, al momento di ripartire per tornare verso A, di cambiare strada, allungandola, magari solo un poco, per evitare di passare un'altra volta sotto a quel palazzo. Ma no... non voglio. Odio dover cambiare strada. E così ho osato partire senza paura, incoscientemente, come se niente fosse. Sono arrivato là sotto, là sotto a quel palazzo, ho accelerato, non ho potuto farne a meno, ho sentito il mio corpo procedere all'improvviso più velocemente, senza che io gli chiedessi veramente nulla del genere. Davo le spalle al palazzo. Lo sentivo. Lo sentivo addosso, incombente, sopra di me. Sì, lo confesso, avrei voluto girarmi per sapere se quella donna fosse stata ancora là, più per smascherarla che non per appagare la mia curiosità. Ma non ne avevo il coraggio e comunque sapevo, sentivo che si trovava là, allo stesso posto. Fissa, ferma come una pietra. Sempre più velocemente sono giunto all'angolo di un altro palazzo. Ho voltato. Ho respirato, profondamente ed a lungo, al riparo. Come quella notte, in cucina, affacciandomi, spiai, non visto e non sentito. La donna non c'era. Delle nere tende dietro al vetro di quella finestra, e nulla più.

Chi ha cucinato la cena che consumo stasera? Con quali mani, quali i pensieri?

martedì 13 marzo 2012

Cos'altro potresti dividere del mar rosso?


Prove di me senza condizioni.
La torre di pietra impone la propria ombra e la propria esistenza con prepotenza. “Devi guardare me” dice “Cos’altro potresti ammirare in un orizzonte senza segno di mano umana senza passaggio di creazione. Sono il meglio nel panorama dei Sabbati.”
Cos’ha questo cielo azzurro limpido trasparente vitreo e seducente perché io lo canti ? Cos’hanno le nubi sfilacciate dal vento tiepido in forma di linee di firme di grandi autori perché io le canti ? Cos’io per te.
Passano sette secondi - e i fili d’erba ne contano tre - e tutto il vento del mondo s’incanala fra le fessure fredde e trascurate della pietra - il sibilo stridulo produce un corridoio di aria calda che apre come un libro il prato di fronte a sé. Come la divisione del mar rosso si scopre la zona verde e spuntano teste di gnomi “siamo quelli che colorano le tue fiabe. Siamo la gioia bambina.”
Sono i nani schifosi che mi scoreggiano nei sogni e danno ai miei risvegli la puzza della merda.
Cos’ha quest’erba che non sia il verde del pennarello blu del cielo penetrato fra i confini del giallo del sole perché io lo canti ?

Livello due.attenzione,prego.
Prove di me senza condizioni fra le fessure fredde.
La torre di pietra impone il sibilo stridulo, produce la propria esistenza e apre come un libro il prato “cos’altro potresti dividere del mar rosso” si scopre “segno di mano umana senza testa di gnomi siamo quelli” sono il meglio nel panorama “siamo la gioia bambina” .
Cos’ha questo cielo azzurro, scoreggia nei sogni e da, seducente, perché io lo canti, della merda.
Sfilacciati dal vento tiepido sia il verde del pennarello che grandi autori perché io -i confini del giallo del sole- passano, sette secondi.
La propria ombra e tutto il vento del mondo : “devi guardare me trascurare la pietra” . Ammirare in un orizzonte senza corridoio di aria calda o passaggio di creazione.
Di fronte a sé. Come la divisione dei Sabbati.
Limpida trasparente e vitrea la zona verde. Spuntano (cos’hanno le nubi ?) sono i nani schifosi che in forma di linee di firme nei miei risvegli la puzza canti ? Cos’io per te.
Cos’ha quest’erba che non fili d’erba e ne conto tre, blu del cielo penetrato perché io lo canti.

Livello tre.in guardia.
Prove di me :cielo azzurro.La torre, perché io la canti, propria esistenza, vento tiepido,altro potresti.
Autori perché io, mano umana ... secondi ... Senza condizioni, meglio pietra impone il “cos’ha questo” e apre sfilacciata da divisione del mar che grandi senza testa di ... passano ... sette.
Vento del mondo che in forma di pietra canti, cos’io, aria calda, conto tre,blu.
Devi,zona verde, ammirare in un nano schifoso passaggio di puzza. Spuntano.
Fra le fessure nei sogni e da sibilo stridulo del pennarello come un libro giallo del sole rosso si scopre gnomi siamo. Fredda la gioia produce la scoreggia, prato, cosa della merda, scopre segno di verde, quello “sono il confine del bambino”.
La propria nube è guardare me, nei miei risvegli,orizzonte senza creazione, erba che non di fronte a sé penetrata perché...
Ombra. E tutto il limpido trascurare la cosa. Hanno corridoio di linee di firme per te.

Livello quattro.noia.
Prove di me :esistenza, io,mano, meglio,da divisione sette,pietra schifoso passaggio.
Cielo, vento, umana pietra del canto. Azzurro tiepido, secondi impone il mar...
Torre perchè altro potresti, cos’ha ? Io la canto.
Proprio perché :condizioni sfilacciate passano, fermo pennarello gnomo.Autore condizione apre che in un nano stridulo si scopre prato “sono senza del conto verde, spuntano.”
Aria calda, zona puzza nei sogni gialli, produce segno nella mia fronte. Devi, le fessure, un libro la gioia scopre me , non di fredda merda bambina, guardare erba, confine nube-creazione.
La propria senza orizzonte penetra.

Livello quinto.non ci sono più parole.
Cielo, seconda torre proprio pennarello spunta.
Aria nel vento impone perché perché stridulo
caldo,mia fronte.Umana pietra il mar, altro potresti condizioni gnomo autore scopre zona puzza, devi di fredda.
Della cosa sfilaccia :sono nei sogni-fessure-merda.
Canto ha io senza giallo,un libro bambino.Azzurro canto,passano, apre che del canto produce la gioia,guarda.Tiepido,fermo,in un verde segno scopro l’erba.

Gran finale tenetevi forte.
Le condizioni sono : autore scopre della cosa,zona di merda. Freddo di sogni e fessure.

domenica 4 marzo 2012

H -6-

Sulle pareti di casa mia sono affissi diversi quadri. Ci sono sempre stati, non li ho appesi io. Ma non so dire con certezza quale sia il soggetto di quelle pittura. Quando passo, al massimo mi rendo conto che ci sono, ma non ho mai pensato seriamente di guardarci, di osservare, di tentare d'identificare, così per quanto ne so, potrebbero pur esser quadri diversi tutti i giorni, non me ne renderei neppure conto. Dopo la visione che ebbi quella notte, poi, confesso di avere il sospetto che quei quadri li abbia dipinti lei. Oppure che siano tele appese in divenire, che il loro soggetto cambi man mano, m'immagino lei, di notte, col pennello impugnato, che va a dipingere modifiche sui quadri già appesi. Che inserisce personaggi, toglie elementi, ne aggiunge altri, toglie colori. Non so. Dovrei guardarli attentamente, prendere nota, osservarli con cura. Forse lo farò davvero. Devo trovare il tempo.


Durante lo spostamento da A a B, stamane, ho notato qualcosa di strano. O meglio. Sarebbe più corretto dire: Qualcuno di strano. Non avrei voluto, cioè, è una cosa che non faccio mai, non avrei voluto, ma, chissà il perché, ho sentito di doverlo fare. Ho alzato lo sguardo verso al terzo-quarto piano del palazzo che mi ritrovo di fronte ogni giorno a circa metà del tragitto. Ad una finestra stava una donna. A prima vista mi sembrava che la testa facesse capolino fra due grandi drappi neri. Ma poi, guardando meglio, ho capito che quelli erano i suoi capelli. Una montagna di capelli le incastonava una testa ferma e dura come la pietra, un viso terreo grigio, cadaverico. Gli occhi sembravano completamente neri. Ma così neri che non solo non riuscivo a distinguere la pupilla, ma quasi mi sembrava che non ci fosse neppure del bianco intorno all'iride. Sembravano gli occhi di uno squalo. E la cosa più inquietante è che sono certo che quella donna guardasse proprio me. Fra quella moltitudine di pedoni tutti uguali il suo sguardo si era proprio preso me, il mio corpo in transito. E non lo sollevava, quello sguardo. Non è che, colta in flagrante si sia imbarazzata o che altro, no. Lei continuava a fissarmi, senza battere ciglio. Così Io mi sono sentito in imbarazzo, ho chinato il capo, ho accelerato il passo sfilando oltre a quel suo palazzo. Là dietro mi sono fermato, a rifiatare. A riflettere. Ed io odio fermarmi per strada.