domenica 29 aprile 2012

OGNI RIVOLTA DELL' ANIMA


Ogni rivolta dell'anima
nasce da una volontà dimenticata e
dissepolta,
che ci sorprendiamo ad invocare come una resurrezione.

Infranta la notte
attraverserà il nostro orizzonte
quando lo sguardo sarà troppo stanco,
le braccia vuote di forze e di voglie.

I dardi di fuoco che hai scagliato per abbattere le stelle
sono caduti poco lontano.
Hanno bruciato case.
Incenerito messi.
E ciò che sfiora le tue tempie, adesso
non è buio. E' solo fumo,
soltanto fumo.

Intanto, ancora,
le stelle si frantumano nel pianto,
precipitano davanti ai nostri occhi rabbiose,
nell'illusione finale che
il segno che vanno tracciando
rimanga come indelebile sfregio sul nostro cielo.

giovedì 26 aprile 2012

H - 10 -

Dopo trecento metri il panico mi aveva tolto il fiato, svuotato l'ardimento, schiaffeggiato. Così mi sono deciso a retrocedere, tornare sulla vecchia strada, soffrire, sì, comunque, ma perlomeno con la sicurezza di non smarrirmi, di non giungere in ritardo. Succedesse quello che doveva succedere, avrei almeno potuto incolpare qualcun altro della mia sofferenza. Ero lì lì per tornare sulla strada vecchia, quando all'angolo scorgo una bancarella. C'è un signore che vende degli oggetti. Sono cappelli. Quel signore è un cappellaio. Qua penso un'altra cosa: un cappello dalle larghe falde mi coprirà dagli sguardi che giungono dall'alto e mi impedirà di ricambiarli. E'stata una buona idea, credo. Mi avvicino alla bancarella già operando una scelta. Ancor prima di fermarmici ho già visto il cappello che voglio. E' grande, scuro, con un fiocco viola... larghissimo. Lo indico al cappellaio. Ma quell'omone è distratto. Sta parlottando con un altro cliente, che si sta provando un cappello, che lo compra, e poi i due si salutano. Capisco il meccanismo. Mi devo provare il cappello. Lo faccio. Il cappellaio inarca le sopracciglia. E' un cappello da donna, signore... Forse per lei sarebbe più adatto questo... E me ne indica uno bianco, con una fascia nera, di paglia... lo provo... con dei gesti forse un po' equivoci gli faccio intendere che ne vorrei un altro un po' più largo. Me ne passa uno, allora, enorme. Sembra un ombrello. Me lo calca sulla testa. E' perfetto. Con questo è proprio a posto, signore. Poi quando uno è un bell'uomo come lei, con qualsiasi cappello starebbe comunque bene. Dice sorridendo: con qualunque cappello, non con qualunque cosa. La furbizia proverbiale dei commercianti... Ma mi fa pensare. Soprattutto il fatto che mi abbia definito "un bell'uomo". L'altro giorno, allo specchio, mi sono guardato senza pensare di accertarmi se lo fossi. Devo ricordarmi, la prossima volta che passerò davanti ad uno specchio, di stabilire con oggettività se sono un bell'uomo. Più che altro per sapere se quest'individuo mi sta sfottendo oppure no. Comunque il cappello lo compro. Mi rendo conto di non avere il portafogli. No. Invece no, ce l'ho. E' da molto che non lo apro, non compro mai niente. Estraggo delle banconote. Il cappellaio mi declama il costo dell'articolo, quasi cantando. Il cliente prima di me ha contrattato. Io sento di non riuscire a farlo. Allora guardo le banconote, cerco quella giusta, quella della cifra esatta che mi è stata richiesta. Non c'è. Ne trovo una di taglio grosso il doppio. E' il minimo che ho. Forse sono ricco. Il cappellaio cerca il resto. Mi consegna due piccole banconote. Poi si cerca in tasca come un forsennato in preda alle pulci delle monete. Le estrae. Ne ha un pugno. Cerca quelle adatte. Me ne consegna una decina. Sì, dieci precisamente. Me le porge tendendomi la mano chiusa. Io tentenno, poi apro la mia, gliela porgo facendo un mezzo inchino. Lui le lascia gocciolare dalla sua alla mia mano. Lo guardo negli occhi, provando un moto di ripulsa. Mi deconcentro così, ed indietreggiando istintivamente faccio cadere a terra tutte le monete. Trovo estremamente umiliante raccogliere le monetine per terra. Se non lo fai pensano tutti che tu sia uno sprecone, un riccone eccentrico e ti danno dell'idiota. Se lo fai goffamente pensano che sei un maldestro pitocco senza dignità. Le raccolgo, ma sono sparpagliate dappertutto sul marciapiede. Ci metto un po', le conto: sono nove. Scorgo la decima monetina sotto alla bancarella. La vedo perché sto così piegato. Se un passante non si piegasse, non la potrebbe vedere mai quella monetina. Penso così che non si possa accorgere nessuno che io stia trascurando di raccogliere anche quell'ultima moneta e che nessuno avrà così niente da dire a riguardo. E la lascio là. Non dovrei mai cambiare strada, questa è la verità.

lunedì 16 aprile 2012

DE LEAR HUME : SOGNITORIO


Mi attende al sognitorio, nascosto dietro a un orologio, un demone scimitarruto.
Non è cosa bella a dirsi e ciò evidenzio per scusarmi di qualcosa che sarà certo brutto a sentirsi.

Ma che a quanto pare non si può decidere di tacere.
Decidere di tacere.
Discende, questo diavolo, al centro del mio riposo, giù giù fino alla polpacore dei miei sogni. E li avvelena. E li percote e li trattura.

Talvolta un mio scatto lo sorprende, ed io mi risveglio prima che lui sia risalito. Così per tutto il giorno lo sento dentro sbattere ed imprecare, intrappolato. Fino al momento in cui ritorno a dormire, lasciandolo purtroppo ancora libero d'introssicarmi.
Ha avuto un'infanzia difficile, è cresciuto tra fiamme e forconi, non ha mai ricevuto una carezza, mai sentito una parola carina, un incoraggiamento. Mai una pacca sulla spalla da un qualche infernale ospite cuortenero. No, che non si dica che all'inferno cuorteneri non vanno. Essi sono i più. Ci sono i buoni e gli attivi e questi ultimi vanno in paradiso e per lo più. 
Quasi sempre sono i buoni che t'ammazzano.
E comunque mai, e dico mai, che si sforzino un minimo per darti una pacca sulla spalla. Quelli troppo buoni hanno mani esili e raddebolite eppure si stimano così forti da evitar la spalla vostra per paura: si stimano quelli, di farvi male.
Invece gli attivi, che hanno spalle larghe e fondamentate, viaggiano sicuri verso il bene, se vogliono. O verso il male, se vogliono. 
E comunque non temono il dolore degli altri.
Hanno il dolore dagli altri, se lo vogliono.
Ma per nessuno certo di costoro v'è strada giusta o sbagliata, che conduca con certezza a questo o quell'aldilà. Non c'è discesa, non c'è salita.
Un falsopiano, poi, è la mia vita.
Al sognitorio, millemila stanno dietro agli orologi nascosti, e buon per loro, che vivon senza tempo. Buon per loro.
E'dell'inquietudine che espiriamo nei sogni nostri contaminati che essi fanno incetta. Di quell'angoscia vi son alle terre loro coltivature sterminate, ed il frutto, abilmente affinato, è il combustibile che dà fuoco all'inferno, che altro non sarebbe sennò, che un sogno puro, meraviglioso.
Da depliant.





venerdì 13 aprile 2012

H -9-

Per fortuna, oggi, ha piovuto incessantemente, e così, sia all'andata che al ritorno, (non che comunque io ne sentissi il bisogno) l'ombrello è stato una buona scusa per non dover mai guardare in alto. Ciò mi ha reso il passo più leggero. Forse pioverà ancora qualche giorno ed io finirò per dimenticare quella donna.

Sarei stato perfino attento alle previsioni meteorologiche, avrei perfino ascoltato ciò che dicevano. Mi sarebbero state comode, come, più di un oroscopo personale, mi avrebbero detto qualcosa su di me, sui miei prossimi giorni, ma - non so il perché - non ricordo più dove si ascoltino queste cose, dove si leggano. Si leggono? Non mi sono mai piaciute le previsioni meteorologiche. Lo vedo da me, al mattino, che tempo che fa e la possibilità di saperlo con dodici ore di anticipo, non mi fa sentire Dio.

In A, nulla di nuovo.

Oggi ho sentito le mie gambe piegarsi svuotate. Non ho potuto affrontare quella specifica solita parte del solito tragitto che transita laggiù, fino a sfiorare il palazzo di quella donna così, nudo, senza ombrello, senza scudo... Quindi poco prima di imboccare il viale che corre sotto a quelle finestre ho deciso di accettare quell'idea che mi sembrava così odiosa e che ora tutt'a un tratto scopro essere invece un piano acconcio ed arguto: ho deciso di cambiare strada. Proprio così. Ho pensato: giro a destra, percorro l'isolato intorno all'edificio a fianco, torno sulla solita strada dove il tratto che voglio evitare già sfuma in quello successivo. Così ho pensato. Già. Ma poche decine di metri dopo aver imboccato questa variante ha incominciato a prendermi una certa ansia. Quanto più a lungo del solito mi toccherà camminare, oggi? Arriverò in ritardo? Se mi dovessi smarrire, se non riconoscessi più i luoghi dove mi ritrovo, come farei a chiedere indicazioni?

Con quale voce, con quale forza, con quali precise domande?

lunedì 2 aprile 2012

H -8-

Stamattina ho sentito di dover alzare lo sguardo verso quel palazzo ed ho visto la donna. Va bene. Non faccio mai di queste cose, eppure stavolta mi è sembrato indispensabile. Per un motivo che non conosco e che non voglio cercare di capire, d'accordo, l'ho fatto. Odio fare le cose senza sapere il perché le faccio, ma... ormai. E così, ora, mi vien da pensare... se in tutti questi anni in cui non mi si è manifestato il bisogno di alzare lo sguardo, quella donna fosse sempre stata là? Se per tutti questi (quanti?) anni lei mi ha scrutato, studiato... senza che io potessi mai accorgermene, senza che io potessi mi potessi mai difendere in alcun modo... di modo che lei abbia un intero repertorio di immagini, atti, sguardi, smorfie, saluti, falsisorrisi miei ed io niente, niente che le appartenga se non quel volto visto di corsa, in corsa... Quella donna è sempre esistita, là, a quella finestra, ogni qualvolta mi muovevo da A a B, è sempre stata, anche se io non la vedevo, essa era. Essa c'era?

La notte passata ho dormito. Lo so per certo, perché mi sono svegliato. E di soprassalto. Sudato. Reduce. Da un incubo. O forse non era neppure un incubo, ma sono queste, cose alle quali dovrei imparare a prenderci un po' la mano, forse questo è il mio primo sogno e non l'ho saputo riconoscere. Insomma ecco per farla breve cos'ho visto: c'è Fibonacci steso su di un fianco in mezzo ad una radura... si ode l'approssimarsi di un gruppo di cavalieri, sentiamo, ecco, arrivare dei cavalli - i cavalieri li presumiamo soltanto - si ode lo zoccolio, non so come si dica... beh ecco i cavalieri parcheggiano e vedo scendere da sella un uomo elegante, bello, nobile. Scopro - in sogno spesso queste cose non ce le dice nessuno ma noi sappiamo che sono proprio così chissà il perché - scopro, dicevo, che quell'uomo è Alessandro Magno. Si avvicina a grandi passi, con un'espressione molto umile in volto, umile ma determinata, verso Fibonacci. Giunto proprio lì davanti lo guarda e gli fa: Grande Fibonacci io sono Alessandro Magno beh adesso siamo proprio sicuri è proprio lui e per un decimo dei tuoi segreti io ti offro tutto quanto quanto vorrai chiedermi. Fibonacci si sporge con la testa, con lo sguardo passa sopra alla spalla del macedone. Passa qualche lungo momento... finalmente lo guarda negli occhi e, come se si svegliasse all'improvviso scoprendo d'avere il Re dei Re di fronte, gli fa: Sì, ecco, desidero che si levi, buon uomo, o io non riuscirò mai a finire di contare tutti i rami. 
Insomma, ecco, svegliato, sudato, forse spaventato, fuori dal letto. Lei era in cucina. Testa fra le mani, gomiti sul tavolo. Sveglia. L'ho mai vista dormire? Ovviamente non le ho potuto dire niente, neppure so se mi abbia notato. Forse no. No, no di certo. Così mi sono riavviato verso la camera da letto. Ma mi sono ricordato, stavolta, prima di coricarmi, di dare un'occhiata ad almeno un quadro su di una parete del corridoio. Ho scorto, nella semioscurità, due figure, in un angolo della tela. La figura femminile era leggermente sollevata da terra, circonfusa di una luce blu elettrica. L'espressione del suo volto era neutra, non sembrava minacciosa, ma puntava il dito verso la figura maschile, laggiù, in basso, un essere grigiastro, atterrito dalla paura, dalla schiena curva, in atto di allontanarsi schermandosi gli occhi con un braccio, tenendo l'altro verso la femmina volante, con la mano aperta, come a dire: ferma, basta! Questo io ho visto nell'angolo di quella tela. Poi sono tornato a letto, ma non ho dormito.