mercoledì 30 maggio 2012

H - 13 -

A tutto ciò è seguita, per fortuna, una bella giornata di fittissima nebbia. Non posso nascondere (!) quanto io la gradisca. Quanto la preferisca a qualsiasi altro soggetto atmosferico. Era talmente fitta che per fare da A a B ho potuto orientarmi soltanto seguendo le crepe formatesi sull'asfalto dei marciapiedi. Tra l'altro, queste crepe, che fino a pochi giorni fa pensavo di detestare ed oggi mi tornano così utili, mi hanno suggerito una cruciale riflessione di cui vi farò al più presto partecipi, ma prima vi vorrei parlare della mia preferenza per la nebbia. Aldilà del fatto che in una giornata come questa mi da l'indiscutibile vantaggio di sfilare invisibile sotto alle finestre di chicchessia, in assoluto, la nebbia è meravigliosa. Ci si sta dentro come protetti, avvolti, custoditi. Non c'è niente di brutto, attorno. Tutto è ugualmente bello, distante. Non vi arrivano suoni stridenti o boati senza che questi prima abbiano dovuto nuotare nell'aria prima di raggiungere le vostre orecchie divenuti così ormai dolcemente attutiti, ormai inoffensivi. I vostri nemici non vi vedranno mentre gli passate proprio ad un palmo dal naso. Non vi aggrediranno. Voi non li vedrete e potrete tornare a casa senza ribolliture di sangue. Se proprio per sfortuna finirete per inciamparvi sopra, o loro sopra a voi, e finirete per essere uccisi o per uccidere, nessuno vedrà cos'è successo e sarà come se non fosse avvenuto nulla. O meglio: male che vada la giornata finirà con un numero inferiore sotto alla voce nemici vivi sul pianeta.

Delle crepe sull'asfalto del marciapiede, che seguo come una guida, e della riflessione che mi hanno condotto a fare: funzionano come una guida perché le ritrovo, ogni giorno, immutabili, fedeli; ma non ci sono state sempre; nessuno ha mai detto di aver visto formarsi delle crepe nell'asfalto, e neppure che qualcuno gli abbia raccontato d'averlo visto succedere; eppure c'è un momento in cui queste si formano. Ogni sera, rientrando in A, trovo quella donna. Sempre. C'è sempre stata? O in un momento, non vista, è entrata, venendo da un altro punto? Ogni giorno è lì, ogni giorno la vedo. C'è. Ma è solo una questione riguardante il tempo, il tempo che cambia, quella che voglio affrontare, e concerne soprattutto la donna che ho visto a quella finestra: da allora il mio mondo è cambiato perché è successa una cosa che ha segnato una cesura: all'improvviso il tempo ha avuto una svolta. Si è formato un concetto del passato che devo affrontare, perché è un passato vivo, presente, è - all'istante - un'ombra che si proietta sul mio divenire. E' apparso qualcosa che prima non c'era. Ma, anche stavolta, io non ho visto il compiersi dell'evento. L'ho ritrovato così. Bell'e fatto. Come dicevo, quella donna, poteva trovarsi a quella finestra fin dal giorno della fondazione di Ur. Ma segna comunque una cesura, perché io quel giorno ho guardato verso quella finestra. IO sto cambiando.


Cielo!
Centellino centimetri.
Cado, casco: crollo. Certo. Creo. Come?
Canto. Canti. Conti. Corti. Corri. Corolla. Corollario.
Circumnavigo. Circondo, cingo così: catalogo che controprova.
Cerco centri circolatori, circa.
Chi ci chiama, chi ci costringe? Chi … chi ci chiede certe cose?
Caviale crusca caffè cacao cioccolata colante
cenere calda casa crepitante calore cazzo censura: cerotto che copra culi.
Che cavolo!
Cento, centomilioni, centomiliardi, celati, corrotti, cinici.
Circolano. Certo. Cervello!
Città. Cittadini. Civilizzati, colgono. Chi coltiva?Carpiscono. Cerchi-campi con compassi-celesti.
Cito chirurghi chitonati che cincischiano coprendo crani clorotici, che cureranno collaborando con concavo cibernetico cacchio:
chela chimica.
Carta canta.
Canto ciò che il cielo canta.
Carpisco. Capisco.
Cresco.

mercoledì 23 maggio 2012

Dialogo Parte due di tre (Paura dell'oscroto)


Ti auguro, allora che ti si offra un'alternativa. Un'alternativa a che? A questa tua vita così brutta. Beh speriamo anche di no. Ma se tu dici che vivi così male di certo un'alternativa sarebbe una boccata d'aria. No, ho paura che l'alternativa peggiori la mia condizione. Ma se hai appena finito di dirmi che non c'è vita più schifosa della tua, che non può capitarti nulla di peggio. E quindi? Quindi speriamo che ti capiti qualcosa. No, speriamo di no. E perché? Perchè non si sa mai. Vabbè, ma di cosa hai paura, a questo punto? Mah... non so, magari mi capita di dover vivere per sempre con i testicoli appoggiati su di una graticola. Secondo te è una cosa che succede spesso? No, ma con la sfortuna che mi ritrovo, è meglio non fare troppo affidamento sulla statistica. E questa cosa, dell'avere i testicoli a cuocersi sulla graticola, come una penitenza infernale, peggiorerebbe la tua vita? Eh, certo, naturalmente, vorrei vedere te, io, con le palle a fuoco per tutta la vita. Allora, vedi che la tua vita non va tanto male? No, la mia vita è pessima, la cosa dei testicoli è un modo di dire. Allora, vedi, come me, pensi che tutto sommato, un cambiamento non potrebbe far altro che portarti giovamento. Beh, comunque io preferirei di no. E ci risiamo... Sai, è come la faccenda della padella e della brace. Cosa, il caso della graticola? È un modo di dire. Lo so bene ma non pensavo che esistesse anche la variante della graticola. No, infatti, l'ho detto io per dire, non intendevo citare un luogo comune. Tanto più che questo luogo comune è piuttosto idiota dacché non mi risulta che, mettiamo il caso, un pesce che sta bollendo in padella, vada via di matto se a metà cottura lo mettono sulla griglia. Beh ma è un modo di dire. Allora come modo di dire non è per nulla ineccepibile ed è, anzi, proprio una grande cavolata. Invece dai luoghi comuni spesso si traggono insegnamenti basilari. Non credo, ma comunque, visto che tu ritieni che avere le palle sulla graticola sia per te una gran tortura, e lo dici nello spirito di quello che pensa: non vorrei finire dalla padella alla brace, ed io ti ho appena dimostrato di come il pesce semi-lesso in questione non soffra per nulla lo spostamento, io credo che a riprova finale di tutto ciò tu potresti allegramente appoggiare sulla graticola i tuoi, permettimelo, coglioni. No, non te lo permetto affatto. Insomma, io credevo che si fosse tra persone adulte e che tutto sommato dire, scusa ancora, eh, dire coglioni non fosse una cosa così grave. No, infatti, anche io ritengo che sia del tutto lecito. E allora quale sarebbe il tuo problema? Che la mia vita fa schifo. Sì, questo, mi sembra l'abbiamo appurato, ma poco sopra mi hai negato il permesso di usare la parola “coglioni” che, fra le altre cose, ormai avevo già pronunciato. No, io non ti ho mai proibito di pronunciare proprio un bel nulla, nemmeno coglioni, che fra le altre cose, ormai hai pronunciato già la bellezza di tre volte. E con la tua, quattro. Già, perché, come si dice, i coglioni vanno sempre in coppia. Ah. Eh-eh. Perché quattro coglioni, secondo te, sarebbero una coppia? No, che c'entra... dicevo... quattro sono due coppie, mentre finché erano tre non si poteva parlar di coppie. Si poteva pensare ad una coppia e mezza, al triangolo. Sì, ma... su, dai, è un modo di dire. Beh, lasciamelo dire, questo tuo modo di dire non è affatto ineccepibile. Oddio... dai. Oddio... oddio cosa?e i monorchidi?e quelli con tre palle?ed una sana, moderna ed aperta prospettiva sul concetto di coppia, lo vogliamo maturare? Magari sarebbe meglio che lasciassimo perdere, eh? No, non lasciamo perdere un bel niente...ad esempio, se una coppia di coglioni adottasse un bambino, tu saresti d'accordo? Ma che c'entra?cosa vuol dire? Rispondi e basta. No, in linea di massima preferirei di no. Allora lo vedi che sei pure razzista? Che c'entra... i coglioni non possono avere bambini. Ma io dicevo adottarli, infatti. I coglioni non possono proprio far niente del genere. Ma se potessero? Ritieni che dovrei essere favorevole all'adozione di bambini da parte di coppie di testicoli? E perché no? Ma che senso ha? La libertà. Libertà. Già. In un mondo libero, quindi, i testicoli potrebbero adottare bambini, secondo te. Già. E poi vivere tutti felici e contenti nello scroto di mamma e papà. Già. Libertà. Già, evviva... tu dovresti ampliare le tue prospettive, davvero, sai? Sì, ci penserò.

Nota: La prima e la terza parte non esistono.

giovedì 17 maggio 2012

H - 12 -

A casa mi sono deciso a tornare allo specchio per verificare quanto fossi bello. Era necessario, perlomeno per sapere con una certa dose di sicurezza se il cappellaio dell'angolo sia un furbacchione o un onesto venditore. Beh, mi sono tolto persino la camicia per potermi guardare più completamente, per poter vedere anche il petto, eccetera... insomma, la bellezza non è soltanto nel viso... benché effettivamente il cappellaio di certo non poteva giudicare la mia bellezza prendendo in esame altre cose, oltre al viso, che non poteva vedere. Così davanti allo specchio la verifica sarà utile soprattutto per me, più che per giudicare il grado d'onestà del cappellaio. Ecco. Mi sono guardato. Molto a lungo. Non so se il mio viso sia bello, questa è la verità. Non so neppure, devo confessarlo, come sia un viso bello. Non saprò mai se quel cappellaio mentiva oppure no. Però ho qualche notizia interessante da riportarvi riguardo al mio busto. Premetto che da qualche giorno, incessantemente, provo un fastidioso prurito-solletico all'altezza della scapola destra che non mi riesco a spiegare. Già che c'ero, davanti allo specchio, grazie ad ardite contorsioni, e, lo ammetto, con l'ausilio di un secondo specchietto che ho trovato lì attorno per caso, sono riuscito a vedere la scapola e ad individuare il problema: da lì mi usciva una piuma. Già, sul serio. Una piuma bianca. Tant'è, lo posso provare, ce l'ho qui nel con me, nel portafogli, l'ho conservata, la tengo lì dentro, come curiosità e se qualcuno mi chiedesse qualcosa a riguardo potrei mostrargliela, è interessante. Strappandomela, ho sanguinato. La punta di quella piuma è ancora rossa. Del mio sangue. Notizie del mio davanti: sono completamente glabro, e a scanso di ulteriori rilevamenti e/o ritrovamenti, posso affermare, con un certo grado di sicurezza, di non avere capezzoli. Nossignore. Non li ho proprio trovati, benché io sia dell'idea che tutti quanti dovrebbero averli. Anzi, ho saputo che qualcuno ne ha addirittura tre. Ne ho conosciuto uno, una volta. Beh, forse funziona così: ogni due uomini che nascono con tre capezzoli, per compensazione ce n'è un terzo che non ne ha neanche uno. Non c'è da preoccuparsi. Poi, finché c'è la salute...

giovedì 3 maggio 2012

H - 11 -

Odio il vento. Muove le cose. Sposta gli oggetti, mischia malamente odori e suoni. Rende insidioso ogni ambiente, anche quello così famigliare e collaudato del mio quotidiano viaggio da A a B e ritorno. Sì, c'è il vento. Ma non piove. Ed io mi debbo tenere con una mano il cappello calcato in testa dimodochè ora tutti notano molto chiaramente il fatto che io, da oggi, indosso un cappello. Magari se non ci fosse stato vento non c'avrebbero neppure fatto granché caso. Ed osservano che io lo tengo, con una mano, che io ho una gran paura di perderlo e così si mettono a riflettere su questa cosa. Non hanno niente di meglio da fare? E alla domanda "chissà perché costui tiene così tanto al suo cappello?" che io devo aver stampata in faccia, talvolta qualcuno vaga con la mente in modo tortuoso, fino a giungere, ne sono sicuro, a queste conclusioni: non piove, il sole non batte forte, non fa freddo. A cosa gli è necessario? Penserà d'essere bello con quella cosa in testa? Si vergogna della propria calvizie? Avrà sbagliato tinta e nasconde dei capelli verdi? Avrà un taglio in testa e si vergognerà di mostrarsi con la testa fasciata. O sanguinante. Avrà dei funghi. Avrà le corna. Avrà qualcosa da nascondere. E così ragionando, costoro, non fanno altro che compromettere il mio onni-tentativo di nascondere agli altri la cosa che ho più preziosa: me.