lunedì 30 luglio 2012

O 'L TOPO O 'L COLOSSEO


Ho scorto, passando, per caso, sia chiaro, un titolo, in basso a destra, roba piccola, sulla prima pagina del quotidiano della mia città, ed il titolo diceva Battaglia in centro ad Aleppo, in pericolo il patrimonio dell'Unesco, poi più piccolo c'era 120 morti, tot di feriti. Tot l'ho scritto io, non c'era scritto davvero. Ed anche il numero di morti, forse non era quello giusto. M'ha fatto pensare che poco tempo fa l'occidente tutto s'indignava per lo scempio delle brigate islamiche in Timbuctu: quei figuri andavano abbattendo templi, sinagoghe, tutta roba anch'essa patrimonio dell'Unesco, e ci credo che l'occidente s'indigna: se una cosa è patrimonio dell'Unesco, è pure patrimonio di tutti. Che cavolo. Allora, è anche roba mia. E certo, allora anch'io m'incavolo. Come osano quelli abbattere le mie sinagoghe?
Arriva un tizio. Un tizio strano, ovvio. Vi fa: Le devo parlare due minuti. E voi: Lei chi è? E quello vi fa vedere un tesserino, di cui non capite nulla. Ma vi fidate, sembra autentico. Per quanto non vi sappiate spiegare in cosa, sia autentico. Insomma, l'accogliete, in disparte. Laggiù, in quell'angolo, dove non vi possa sentire nessuno, non si sa mai.
E, lui: Un topo o il colosseo? E voi: Come, scusi? E quello, sorpreso della vostra esitazione: Avete la possibilità di scegliere fra il fare uccidere questo topo, di cui vi mostro questa istantanea, o di far abbattere il colosseo. Di cui vi mostro quest'immagine. Restate a bocca aperta. Ma guardate. Il topo è carino. Vi fa simpatia. Segue, fra voi ed il tizio, un dialogo fitto, che non riportiamo, in cui vi convince che le cose stanno proprio così, che voi dovete decidere, che siete stati sorteggiati e non vi potete sottrarre. Responsabilità, diritti, doveri. Beh, alla fine, che ci potete fare. Fate ammazzare il topo.
Un topo morto.
Non sono cose che ritroverete sul giornale. Se aveste fatto abbattere il colosseo, sì, l'avreste trovato. Non che v'interessasse davvero che una vostra azione portasse a conseguenze mass-mediatiche, ma vi sarebbe servito come dimostrazione del fatto che la vicenda era vera, il tizio genuino.
Dimenticate tutto.
Passa il tempo.
Ma:
Ricompare il tizio.
Questa vecchia, vi dice, mostrandovi un'anziana yemenita, o Città del Vaticano. Stavolta la cosa si fa grossa, pensate. Richiedete la cartella clinica della signora. Sta piuttosto male. Con tutta probabilità, con tutta la fortuna che le può capitare, non le restano comunque troppi anni da vivere.
Ok. Ammazzate la vecchia.
Oh. No, certo, la Fate ammazzare, ci mancherebbe, non siete mica un assassino.
Una vecchia in più, una in meno. Chi se ne fotte.
Pensa se fosse saltato il Vaticano.
Con tutta quella bella roba dentro.
Passa del tempo.
Dimenticate.
Ma:
Ritorna il tizio.
Questo bus di studenti in gita, e vi mostra un'istantanea di un gruppo di studenti in posa davanti al pullman, o: Partenone, Casa Bianca, Piana di Giza compresa la Sfinge, Cremlino compresa la mummia di Lenin, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro e tutte le teste dell'Isola di Pasqua. Anzi. L'Isola di Pasqua. E pure tutti i Van Gogh.
Dopo aver riflettuto sul fatto che alcune delle cose a rischio distruzione le perdereste pure volentieri, riflettete sul fatto che incidenti a bus di studenti ne succedono in gran quantità, e di certo nessuno se ne può fare una colpa, mentre perdere tutta quella roba... beh... poi, insomma, c'avete preso la mano. Che si fotta il bus. Un po' di lutto nazionale e poi passa tutto.
Si dimentica.
Passa il tempo.
Invece, le piramidi, no. Quelle, il tempo, lo guardano passare.
E' come con dio. Le cose che la gente costruisce diventano più grandi di coloro che le hanno edificate. Più grandi di quelli che succederanno, esponenzialmente, sempre più grandi.
Un topo ha una memoria, un'intelligenza, dei genitori, dei figli. Vale quanto un topo. Fra noi e lui c'è molto in comune.
La pietra è fredda, morta. La prendi e la sposti. La togli e la riporti. La pietra guarda passare i tempi, è vero, ma di tutto ciò non saprà mai nulla.


POSTILLA AL POST
Che poi, si diceva, però, ecco che il problema si complica quando il tizio arriva a casa vostra e vi dice: O il topo o quella stampa sul muro laggiù. E voi non avete dubbi e gli date la stampa da distruggere, è roba da due soldi, la ricomprate, e quello torna appena l'avete riattaccata al muro, e voi scegliete ancora il topo, e così anche una terza volta. Però la quarta non vi fate fregare e la stampa non la comprate più così lo buggerate, quello. Quello, però, torna, e per nulla sorpreso dalla vostra mossa punta il dito verso la parete vuota e dice O il topo o il muro e voi Se mi buttate giù il muro crollerà tutta la casa e lui Non è portante però è probabile che alla lunga venga giù tutto e questo vi fa capitolare, pensate che nel frattempo quel topo abbia vissuto abbastanza, e a vostre spese, e lo fate ammazzare, finalmente, quel parassita. Oh! Non si può star tranquilli un giorno senza dover ammazzare un topo.

sabato 28 luglio 2012

H -17-

Concludendo, pensandoci proprio bene, tutto ciò che sopportavo in A è che quando ci stavo, sapevo che c'era B che m'aspettava. Lo stesso, quando stavo in B, non mi vergogno a dirlo, riuscivo ad arrivare alla fine della giornata solo per il fatto che potevo pensare che ci fosse A, che mi aspettava. A causa della gonna alla finestra, ora so che ciò che mi piace, nella mia vita, è di fare da A a B, e nient'altro. E' questo che ha cambiato le cose. Il fatto che ora io sento che tutto ciò che amo è messo a repentaglio. Vedete, come sono cambiato? Ora, grazie al fatto che una minaccia, più minacce, incombono su di me, ho scoperto persino d'amare qualcosa. E di avere paura di perderlo. Ciò mi rende più umano e più doloroso vivere.

Poco sopra temo d'aver detto "gonna" alla finestra. Ultimamente, per imperscrutabili ragioni, che la moderna neurologia non potrebbe comprendere, mi è capitato spesso di scambiare la g per la d.

Stavo in B. In B a fare conti. Niente di nuovo, niente di strano. Ed ecco che arriva un tizio, un collega, suppongo. Mi dice che mi aspettano nell'ufficio del direttore, ed ecco che allora, via, veloce, saltellinosaltellino, per i corridoi, incomincio ad amarli questi corridoi, sono più belli del mio ufficio, danno più indeterminatezza, l'ho sempre odiata, io, l'indeterminatezza, ma adesso mi da un senso di sicurezza, mi da una speranza, non so se riuscirò a spiegare questo concetto... voglio dire, un ufficio è un ufficio, meglio non può andargli, pure un corridoio è pur sempre un corridoio, ma conduce in un luogo, non è un posto dove si va per rimanerci, ci si va per andare altrove, e durante il tragitto è più che legittimo pensare che il luogo in cui ci conduce sia migliore di quello da cui arriviamo, migliore di quello in cui transitiamo, ecco perché, io dico, l'indeterminazione di un corridoio mi trasmette speranza, ma solo per modo di dire, perché come sapete, como io so bene, questo finirà solo per portarmi all'ufficio del direttore, ed io senza voce e procedendo a saltelli, temo, non riuscirò a fare una gran figura, ma che ci devo fare, questo è quanto, questo è quanto sono io, altro non ce n'è, ce ne vuole a saltelli a farsi questo corridoio, ma ecco, è finito, c'è la segretaria a vigilare alla porta del direttore, sia mai che qualcuno entri per rapirlo o che quello tenti di fuggire nella notte, quella segretaria mi dice che sì, il direttore mi stava aspettando, ma ha dovuto assentarsi e dice che mi avrebbe mandato dal vicedirettore molto volentieri, ma che quello è in vacanza, e che devo raggiungere allora l'ufficio del tizio, invece, che fa le veci del vicedirettore, ecco, è quello il corridoio, mi dice, me lo dice sporgendosi dalla scrivania, per guardarmi i piedi, l'ho vista, infatti, poco fa, sospettosa riguardo al mio incedere ed anche riguardo alla mia gobba, ma quella, l'ho notato, l'ha guardata solo con la coda dell'occhio, con pudore, forse è una brava, educata ragazza, forse invece se mi avesse incrociato per strada con le amiche si sarebbero fatte una risata, m'avrebbero sfottuto, palpato la gobba, beh, meglio che niente, c'è gente che per farsi toccare da una donna si farebbe persino impiantare una gobba, og una dobba, mi sto confondendo, un cappotto, forse, tant'è ecco che prendo la strada per l'ufficio di chi invece, fa le veci del vicedirettore, veni, vidi.

giovedì 19 luglio 2012

SOGNI

Il gran desiderio d'un cuore inquieto è di possedere interminabilmente la creatura che ama o di poterla immergere, quando sia venuto il tempo dell'assenza, in un sonno senza sogni che non possa aver termine che col giorno del ricongiungimento.
(Albert Camus)


-17-

Arrivo al chiostro SG, a B, per la mostra con l'installazione video di L. Lo trovo chiuso. C'è un cartello che ne spiega il motivo, ma non riesco ad interpretarlo. Fuori tre professori (della scuola che organizza l'evento) mi spiegano che ha a che fare con un bambino scomparso nel 1978. A quel punto mi appare una scena in cui decine di persone sono intente a cercarne il corpo con un bastone come se stessero dragando uno stagno in giro per le strade della città. Poi ritorna l'immagine dei tre professori che mi dicono che devo piangere il bambino.

-18-
In una società in cui tutti venivano retribuiti allo stesso modo, nei supermercati il prezzo veniva espresso in tempo. Questa cosa costa un'ora, quel barattolo quaranta minuti, il prosciutto un'ora e mezza al chilo, ecc...

-19-
Arrivo allo stadio di Villanuova. Le squadre stanno scendendo in campo. Fra loro scorgo R. Ci salutiamo. Oh, non sapevo che tu giocassi a calcio. Beh, sì, qualche volta, fa lei. Mi sembra infastidita. Mi sento di troppo. Salgo in tribuna. Durante una pausa R viene a salutare un uomo, penso sia il suo ragazzo. E'un tizio magro, dalla bocca larga, con baffi e pizzetto. Mi sembra simpatico. Partecipo, nello stesso posto, all'ombra del monte C, ad un congresso di paleologia. Mostro le mie scoperte. Vinco lo scetticismo degli altri partecipanti mostrando prove inoppugnabili. Pure un osso. Si decidono così di concedermi la scoperta di questo nuovo anello. Lo battezza un tipo che ad una lavagna traccia solennemente la definizione: L'uomo di Wellington.

-20-
Passo attraverso il retro di un circo semistabile, osservandone gli arredi. Giungo in uno spiazzo sabbioso, di fronte ad un bacino artificiale al cui centro è stata da poco collocata un'isola. Incontro N. Mi invita ad una specie di partita di pallone con suoi amici e amiche che non conosco. Mi faccio convincere. Si gioca scalzi. Mi diverto, faccio conoscenza. Mi rendo conto all'improvviso di essermi dimenticato di andare a trovare mio padre all'ospedale. Angosciato, ed in tutta fretta, saluto e me ne vado. All'esterno, mentre mi allaccio le scarpe, una ragazza passa sul mio cellulare col suo piede nudo, mentre nel frattempo F spunta fuori da chissà dove dicendo “Ciao, stavo dormendo”. Qualcuno dice: uscendo dovremmo fare un omaggio a quelli del circo, è doveroso. Io parto a mille verso il retro, dopo aver salutato N, e proprio in quel momento sta uscendo il corteo circense, che evito. Penso di chiamare mia madre per dirle che farò tardi, che devo andare a trovare il papà. Per le strade di G. Ore 19.21. Non è troppo tardi, ma devo correre. Cerco il nome di mia madre sulla rubrica del cellulare, ma ci sono solo foto di persone sconosciute, che ho scaricato a casaccio da internet per gioco, mia madre dev'essere sotto “mamma”, non sotto “G”, ma questo trafficare ha causato l'aprirsi di un virus che consiste nell'azionarsi di una voce che pubblicizza alcuni siti internet, che continua anche dopo che ho spento il cellulare. Azzero il volume. Passo attraverso lo spiazzo di fronte alla nuova palestra di G, (?) dietro alle scuole medie. Cerco di ricordare se il papà è ricoverato in Medicina. Non ci si può dimenticare dov'è ricoverato il proprio padre, e poi: perchè non ha ancora chiamato, lui? Davanti alla casa dell'ing.A, sono così veloce che ho paura di sbagliare strada, prendo a sinistra. Mi sorpassa un camion con un altoparlante che pubblicizza il nuovo film “Le invenzioni del signor Marconi”, protagonisti i figli del famoso Marconi. In locandina i ragazzi al balcone che salutano felici. Già lo odio questo film. Sulla strada verso la palestra cerco di tagliare attraverso ad un giardino privato, ma lì mi rendo conto che la strada è chiusa, devo tornare indietro, ci incontro i padroni di casa e li avviso che sono lì per errore, cercavo una scorciatoia e basta, ci sono delle ragazze che lavorano alla siepe. Né loro, né i padroni sembra neppure che si accorgano della mia presenza. Forse scorgendomi in uno specchio noto di avere un orecchino.




lunedì 9 luglio 2012

H - 16 -

Del resto ho notato che col cappotto l'ho fatta grossa. Letteralmente. La gobba sembra così ancora più grande ed impressionante. Ma la gente potrebbe sempre pensare che il cappotto sia molto più grande e corposo di quello che è davvero, e che non c'è nessuna gobba.

E... c'è gente alla fermata del tram e io... questa ve la voglio raccontare... dico: so che c'è gente perché vedo un sacco di piedi fermi alla fermata, sì, fermi alla fermata, non ci si ferma solo il tram, alla fermata, beh, dicevo, arrivo io ed all'improvviso vedo tutti i piedi che fuggono all'impazzata, in tutte le direzioni, come birilli dopo lo strike del bowling... che finisce che quasi mi metto a fuggire anch'io in una direzione qualsiasi per evitare l'oscura minaccia ed allora per forza di cose alzo la testa, i corpi che stavano fuggendo sui loro rispettivi piedi ora si sono fermati e le teste si voltano verso di me ed i loro occhi mi guardano con un'aria di rimprovero che sulle prime non mi spiego, quindi, pieno di vergogna torno a chinare il capo e capisco... prima di me, fra loro, era arrivata la mia ombra. Quella li aveva terrorizzati: l'ombra di un uomo senza testa.

Torno in A. Sono un po' scosso. Trovo la porta socchiusa. Un filo di vento esce dalla casa. Entro. C'è una scritta, su di un biglietto, che penzola giù, appeso al soffitto. Deve averlo scritto lei. Strano. Non sapevo che scrivesse. Che sapesse scrivere. Comunque non mi aveva mai scritto, prima. Nessuno l'aveva mai fatto. Tanto che io dubito di saper leggere, ma, d'istinto, guardo e faccio un tentativo. "La cena è in tavola." So leggere. La cena è in tavola... Suppongo che questa comunicazione stia a segnalare la sua assenza. Comunque è l'ammissione che è proprio lei a cucinare la cena. O perlomeno a portarla in tavola. O a notare che qualcuno l'ha fatto. D'altra parte il biglietto non è neppure firmato. Certo, non sarebbe d'aiuto. Non ricordo il suo nome. Potrebbero averla rapita. Ma a che pro lasciarmi questa comunicazione? Poteva comunque chiudere almeno la porta. Allora vado. Vado verso la tavola. La famosa tavola. Sorreggerebbe la cena, stando a quanto si dice. C'è una grossa scatola dove di solito sta il mio piatto. Che vogliono? Che mangi la scatola? No... un altro biglietto. "Apri la scatola. Rompi il contenuto e trova la sorpresa." Non ho voglia di riflettere su queste parole. Alzo la scatola, che non ha fondo, e basta.  Sotto, invece di un piatto, un nido. Al posto del cibo, nel nido, un uovo. Un nido. Penso agli uccelli che l'hanno costruito. Col sole in bocca. Poi, a notte fonda, con la testa sotto l'ala. Poi, via, a migrare. Tornare a questo nido. Questo nido che ora sta al posto del mio piatto. Devo rompere il contenuto. Immagino sia l'uovo il contenuto da rompere. Non so se me la sento. Non voglio romperlo. Vorrei, piuttosto, covarlo. Perché dovrei romperlo? Non ho mai rotto un uovo, io. Non lo voglio fare. Sento bussare. Non è dalla porta, è dall'uovo. Fuggo, fuori. Non tornerò mai più in A. Andro a B senza partire da A. Troverò un'altra A. B sarà A. Troverò una nuova B.

mercoledì 4 luglio 2012

5 POESIE PICCOLEMABBRUTTE


! Del sacro diritto !
Proprio di chi
Abbandonate le cose sue
Piange al mondo
,Rinnovando altrui radici,
La Gravità.
Barcollando – Ardendo – Frantumando.
! Dell’anelito ultimo !
Nella dinamica del crollo
Nelle macerie lo scrivere
Dei palazzi la storia.
! Abbatti brucia !
E poi sogna la casa.

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Non dirò ciò che vorrete sentire
Solo per farmi bello.
Non sono bello
Non mi ci faccio
Non voglio che mi ci vediate,

e allora:

Cori angelici m'accolgono -
Serio
Serissimo
Senza ombra di movimento o pulsazione o intimo
sconcerto
La porta si apre entro senza ringraziare senza chiedere
affatto, permesso
E piscio sul tappeto buono
Sì davvero, lo giuro, lo voglio fare
E mi rotolo sul vomito del cane
E rompo una sedia o due prima che mi cacciate
Fuori
Dove cago sullo zerbino benvenuto
Spandendo esiti masturbatori sulla cuccia del cane
Sul cane

Il citofono lecco
E ci rimango secco.


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Stavo danzando, danzando,
Capite?
Quando mi crollò soffitto tetto cielo addosso.
Senz'alcun senso del rito, del ritmo
Uno dopo l'altro
Mattoni tegole nubi
Sulla mia testa nuda bambina.
Ma che modo è mai questo di lasciare
Musica vita gioia ballerina?

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Incatenato
Al fantasma d'un padre
Amleto
Il cane è.







Ho qualche dubbio
(e/ma)
(sarà certamente un problema mio)
Sull’effettiva onestà
Di tutta la pioggia.
Solo poche gocce – infatti –
Fra i molti miliardi – credo –
Ignorano il luogo i tempi la funzione
Le altre – grande maggioranza –
Che pur tentano di cadere inosservate
(Siano, tra gocce, gocce d’acqua)
Freddamente scelgano i tempi i luoghi
Si trascinino tutte le altre
  • Magneticamente – con l’inganno –
In una cascata perfida
Dagli scopi misteriosi.