giovedì 30 agosto 2012

PAESE CHE STAI - ILARIO


Porca puttana di merda.
Son proprio iniziate bene, le ferie.
Così ha pensato, trovando chiuso il Suo bar, il Suo Solito bar. E proprio per ferie. Dopo aver passato la mattina a dormire, ostinatamente, rigirandosi, negando a sé stesso il fatto evidente che la luce del mattino lo richiamava tutto a dispetto del fatto che lui invece voleva dormire, ch'era il suo primo giorno di libertà e: ecco. Trova il Suo bar chiuso. Così gli sarebbe toccato ciabattare fino a quell'altro bar, in piazza, sotto al sole, fin laggiù, pieno di gente del cazzo che non aveva voglia di vedere, che poi aveva ancora mezza faccia appiccicata dal sudore e dalla saliva che il cuscino gli aveva stampato addosso, che la faccia ancora non se l'era lavata, che tanto che problema c'era, andava al solito bar, mica gliene fregava qualcosa a qualcuno che lui avesse la faccia sporca sempre, che se ne accorgessero pure. E invece... Gli toccava andare fino a laggiù, stanco com'era, sentendosi a disagio, sporco, in ciabatte e sicuramente, presto, fradicio per la camminata. Che uno dice: questa è la stagione più calda e ci mettono le ferie qui, perché con questo sole in cantiere non si può lavorare, non ci si può muovere, ecco, proprio non ci si può neppure muovere, ed eccolo, il problema, che programma puoi tentare di concepire per le vacanze con un caldo così che non riesci manco a fare due passi. Ma(h). Nonostante tutto, sfiorando vette d’autostima che puzzano tanto di eroico, ecco che si mette in viaggio, cammina lungo la statale, e nel frattempo si tocca la faccia, sì, ultimamente gli capita di continuo, si tocca le labbra, le orecchie, i capelli, gli brucia il naso ed allora se lo massaggia, se lo strizza, ha sempre le mani sulla faccia, soprattutto quando è in mezzo alla gente, chissà perchè, e se le mani non vanno alla faccia, è tutta la testa che va verso le mani e allora sembra gobbo, cammina come un vecchio gobbo, in ciabatte e canottiera, coi calzoncini del pallone, che c'ha giocato fino a quando aveva quindic’anni, anche sotto a questo stesso sole d'agosto, a mezzogiorno, senza paura, senza sforzo, ed ora eccolo, col cappellino della pizzeria, cioè quello che gli ha regalato il pizzaiolo calabrese (per pubblicizzare il suo locale, che si pubblicizza bene, così, sulla testa di quest'individuo il proprio locale) sull'asfalto che attraversa il paese, che gli da l'idea di sciogliersi al caldo e di diventare un fiume nero e rovente dal quale pescare pesce già fritto, con tutti quelli che sfrecciano sulla strada che lo guardano – che cazzo guardano? Vogliono una foto? - finchè addirittura nondimeno suona pure un clacson, non fa in tempo a girarsi e a vederlo in faccia, quello che gli ha suonato, sta già per mandarlo a quel paese, quello stronzo, quando riesce a scorgere comunque il retro dell'auto, è quella dell'Ale, è lui che ha suonato, allora ricambia, si sporge perchè si veda, nello specchietto che sta salutando ed infatti quello lo vede, fa qualche segno con la mano, suona di nuovo il clacson, sbanda, sparisce.
Che già era sparito ieri sera, l'Ale, con tutti gli altri. Che, visto che era la sera precedente al suo primo giorno di ferie, aveva chiamato qualche amico, voleva fare una festa, ma non ne aveva trovato nessuno, si erano negati tutti, a parte il Piero e il Mauro, che l'avevano aspettato al bar per bersi una cosa o forse due e poi l'avevano piantato lì perchè dovevano andare a un concerto – sarà poi stato vero? - al concerto di un gruppo che fa cagare, meno male che non aveva il biglietto ed era troppo tardi per recuperarne uno e non avevano neppure cercato, così, di convincerlo, che sennò lui magari ci cascava, gli toccava andarci perchè è troppo buono e lui avrebbe passato una serata di merda a sentire quegli stronzi che facevano casino e soprattutto lo facevano cagare. Gli stronzi. Fatto è che così era rimasto solo al bar, s'era bevuto ancora una cosa o due e poi aveva fatto qualche chiacchiera col Bruno, il barista che, col cavolo che gliel'aveva detto che sarebbe andato in ferie pure lui, che se l'avesse saputo, almeno, all'indomani sarebbe uscito in bicicletta e si sarebbe evitato questa sfacchinata, ma eccolo, ormai è arrivato, entra nel bar in piazza, scansando quei cazzoni ammassati all'uscita che fumano e bevono e non c'hanno proprio un cazzo da fare tutto il giorno, entra e ordina un caffè e il barista lo osserva, vede come è vestito e gli fa: “Ila, sei in ferie?” “Eh, in ferie... per una settimana!” “Beh, dai, meglio di niente!” e lui: “Oh, Dio cane!” ma non come si direbbe normalmente Dio Cane, ma come si direbbe Oh Ma Ci Mancherebbe Altro, che qui, da queste parti, Dio lo tirano fuori ogni due secondi, per qualsiasi cosa, e lo accoppiano ad ogni tipo di appellativo e provate voi a dirgli di non bestemmiare, quelli vi rispondono che non bestemmiano mica, che loro è come se lo invocassero Dio, e come se lo invocassero continuamente, che è sempre nei loro pensieri, ecco tutto, mica una roba da confessarsi, anzi, è come una litania, un rosario. Insomma, comunque, gli viene servito il caffè e Ilario fa per portarselo alla bocca quando si pietrifica improvvisamente, come se qualcuno gli avesse puntato una pistola alla nuca, si pietrifica, dicevamo e guarda fisso negli occhi il barista e gli fa: “Ma l'hai corretto?” e glielo chiede allarmato, come un re che abbia scoperto all'improvviso che a corte il primo ministro cerca di avvelenarlo. Poi, si sa, quello non è il suo bar di sempre e nienteniente, magari, gli rifilano un caffè liscio. Invece no, è corretto. Non aspetta neppure la risposta del barista che già gli arriva pungente il profumo della grappa, e allora se lo butta giù, tutto in un sorso, bollente, dimenticando di zuccherarlo, che a lui piace tiepido e dolce, ma ormai la belva ha sentito l'odore dell'alcool e non resiste, deve ingollarselo subito. Speriamo, pensa, speriamo che questo schifo mi svegli un po' fuori, che oggi son proprio rincoglionito. Pensa questo uscendo, sì, ha pagato, col resto s'è preso una Goleador e pensa anche che forse è il fatto di non andare al lavoro che gli sconquassa il cervello, guarda mia madre, quella lavora venti ore al giorno ed è sempre lucida, è sempre pronta a scattare come una molla, ha il fuoco sott'al culo, come si dice, con rispetto parlando, da queste parti.
Il fatto è, anche, che alla fine ha dormito meno di quando ha la sveglia per andare al cantiere di solito, perchè ieri sera, dopo che era stato piantato in asso da tutti e s'era ritrovato solo e quel cretino del Bruno s'era messo a spazzare i pavimenti, aveva capito che era il momento di tornarsene a casa. Aveva tentato di rimanere lì il più a lungo possibile sperando che arrivasse qualche ragazza sfigata da consolare, mollata da qualcuno, piantata in asso pure lei, senza speranza, come lui, che così avrebbero potuto festeggiare insieme, ma perchè cazzo una ragazza decente avrebbe mai dovuto fare tappa, in lacrime, in quel buco di merda dopo essere stata piantata? Ma anche indecente, che anche indecente gli andava bene, ma neppure la più cessa dell'emisfero si sarebbe ridotta ad entrare da sola in quello schifo di bar. Perlomeno molte volte era rimasto lì fino alla chiusura, solo, forse ubriaco, qualche volta anche dopo la chiusura, che a serranda abbassata aiutava il Bruno a mettere le sedie capovolte sui tavoli, insomma, non gli era mai capitato di vedere una femmina che una. Neanche la più schifosa e troia che ci fosse in paese. Quella aveva una dignità. Nemmeno una vecchia pazza. E così, insomma, s'era convinto a tornarsene a casa, dal bar a casa sua son cento metri, è un niente, ma comunque non aveva resistito, stava proprio scoppiando, o così dice lui, e s'è proprio dovuto fermare a pisciare sul cancello del vicino, quello stronzo, che fa sempre la spia con sua madre e s'inventa pure le cose, lui e quei suoi cazzo di cani che facevano un macello, appena visto che pisciava sulla ringhiera e un po' di piscio gli finiva sul muso a quei coglioni, che mica si spostavano, stavano lì ad abbaiare e a farsi pisciare in bocca.

martedì 21 agosto 2012

H -19 -

Si interrompe, un pochino preoccupato, quando nota che come unica considerazione in merito io sia in grado solo di buttare la testa indietro e boccheggiare. Avevo bisogno d'aria. Avevo voglia di sapere  cosa si vedeva dalla finestra alle mie spalle. Respirato; guardato. Rimesso la testa a posto. Gli occhi - sbarrati - simulo concentrazione - negli occhi di colui il quale riveste le veci dell'egregio vicedirettore. Ed ecco, lui ri-parla-. Un po' abbassa lo sguardo. Un po' è imbarazzato. O forse un poco intimidito. Ma ri-parla. Dice che i miei bilanci sono tutti in negativo. Da 5, 35, 100 anni, non ho capito bene. All'improvviso perfino m'impietosisce, quasi mi sta simpatico. Gli sorrido! Largamente, apertamente. Era da un bel pezzo (5,10,150 anni) che non sorridevo. A lui sorrido. Largamente, fissamente, apertamente, indecentemente. Non più pratico di tale pratica, in pratica: oscenamente. Un po' sorride anche lui (ma di circostanza, in pratica, e, pure di circostanza, mi sembra, del sudore cola dalle tempie. Parrucchino sintetico?) e dice: D'altronde come può un'azienda ricavare profitto se i suoi bilanci sono sempre negativi, e come può retribuire i suoi dipendenti, se proprio questi stabiliscono che l'azienda non possiede denaro da destinargli? Per un attimo mi sembra che il ragionamento non faccia una piega. M'inchino. M'inchino per modo di dire, perché tutto ciò che sono in grado di replicare è un lungo, acutissimo, quasi perfetto: Squerlk. Me ne compiacerei, ma forse non è il momento adatto. Così penso che recupererò i faldoni con le pratiche dei conti degli ultimi secoli per dimostrargli che non c'è nessun errore, quella è roba di cui sono pratico. Ed ecco allora salto dalla sedia come un pupazzo a molla e senza mollare sorriso e sguardo intelligente in soli quattro balzi sono alla porta. Gli faccio un gesto che spero lui capisca. Cerco di spiegargli che tornerò presto, prestissimo. Con le prove della mia innocenza. Annuisce. Non gli resta altro da fare. Riprendo il corridoio, i corridoi. Sono belli, puliti, splendenti. Chi li manterrà così bene? Con quanta fatica, quali pensieri? Sono lunghi i corridoi. Lunghi e placidi e lucenti ed indeterminati. I corridoi hanno il suono dei passi. Mi ci vuole molto a percorrerli. Arrivo all'archivio. Faccio una stima. Sono quattro tonnellate di faldoni. Da riportare, pratica per pratica, a colui il quale, egregiamente, ricopre il ruolo reso vacante da una momentanea assenza del dottor vicedirettore. Quattro tonnellate. Ce la posso fare: ho la soluzione! Ne porterò uno alla volta. Ci vorrà solo un po' di tempo. Solo tempo. Nient'altro. Riprendo i corridoi. Avanti e indietro. Che a forza di avanti e indietro, che senso hanno l'avanti e l'indietro? Un po' a sinistra, un po' a destra, giro su me stesso, salto, atterro, volo. Stanco. Un po' stanco. Avanti. Un'altro faldone. Indietro. Avanti. Per non disturbare il signore che fa le veci, glieli lascio fuori dalla porta, non voglio dover bussare ogni volta, che noia, pover'uomo. Un altro faldone. Corridoio. Bello, quieto. Non sa più nulla. Non risuona neppure di passi. Se non i miei. Ma sono passi, i miei? Mmmmmh. Salto. Saltellino. Squearkl! Mmmmmh. Bello l'effetto eco nel vuoto. Squearlk! Il corridoio risuona di me. Bello. Quieto. Avanti. Indietro. Sono stanco. Faccio un riposino. Sì. Il corridoio. Bello, lucente, pulito, silenz... squeaarkl! 

martedì 14 agosto 2012

+VOLUME :F.SCOTT FITZGERALD : GLI ULTIMI FUOCHI / THE LAST TYCOON


- Dicono che se vuoi conoscere l'età del jazz, devi leggere Fitzgerald.
- Non solo. Pare che quel periodo si chiami così proprio “a causa” di Fitzgerald.
- Oh.
- Eh, già. E chissà che l'età del jazz noi non ce l'immaginiamo così, perché, oltre ad averla battezzata, Fitzgerald non se la sia inventata di sana pianta per noi. Poi, noi, caproni, tutti dietro.
- Sì, forse. Ma però. Manca sempre una cosa, alla fine.
- Cosa?
- La musica. Quella non si sente.
- Hai ragione. Ci vorrebbe una rubrica che si occupa di “musicare” i libri, sfruttando i riferimenti ai titoli delle canzoni, alle arie, alle citazioni di testi, di libretti.
- Già. Dovresti farlo.
- Lo farò. Ma lo farò nel mio stile.
- Ovvero?
- Male.

Ho preso in esame il suo Gli ultimi fuochi (The Last tycoon), suo ultimo ed incompiuto romanzo ed ho ricercato tutti i brani musicali che in esso venivano citati. La cosa, che in sé non avrebbe dovuto essere troppo difficile, è stata in realtà poi complicata dal fatto che nella mia edizione il traduttore si è preso la briga di tradurre anche tutti i titoli delle canzoni. Ringrazio il cielo che non si sia ingegnato nel tentativo di tradurre il nome degli interpreti, anche se forse avremmo amato Paolo Uomobianco (Paul Whiteman) o Benito Buonuomo (Benny Goodman).


Il romanzo, scritto fra il 1939 e il 1940, è ambientato nel 1935.


Francis Scott Fitzgerald è nato nel 1896 e morto nel 1940.


L'edizione a cui faccio riferimento è: Mondadori, 1974, trad. Bruno Oddera.

Il numero indica il video corrispondente al pezzo musicale. Segue citazione del libro

1,2 - “Guy Lombardo aveva trasmesso alla radio, sonando Cappello a cilindro (Top hat) e Guancia contro guancia (Cheek to cheek).”
Sono entrambe canzoni di Irving Berlin tratte dal film Top Hat, del 1930, con Fred Astaire e Ginger Rogers, in Italia distribuito con il titolo “Cappello a cilindro”. Non so a quali date si riferiscano le due incisioni dell'esecuzione di Guy Lombardo di tali brani. Oltre tutto, non mi è stato possibile rintracciare la versione di Top hat, white tie and tails (1), che quindi riporto nella tradizionale intepretazione di Fred Astaire, in versione “studio”.

3 - “Così Stahr ed io danzammo sulla magnifica musica di Glenn Miller Sto su un'altalena (I'm on see-saw).”

4 - “(…) mi accorsi che il soprano cantava, Vieni, vieni, amo te solo (come, come, I love you only)”, che ho creduto di rintracciare nell'aria “My hero” dell'operetta “Chocolate soldier”.
Ho scelto Rosa Ponselle, tra le varie interpreti, perché la più vicina cronologicamente allo svolgersi della vicenda.
Chocolate soldier (Der tapfere Soldat or Der Praliné-Soldat, in tedesco,) è un'operetta di Oscar Strauss (1870-1954), del 1908, basata sulla commedia Arms and men (1894), di George Bernard Shaw (1856-1950).

5,6 - “(…) i motivi migliori risalivano al decennio 1920-30, Cielo azzurro (Blue Heaven), sonato da Benny Goodman o Quando il giorno è passato (When the day is done), con Paul Whiteman.”

7 - “Bella a guardarsi... de-liziosa a co-noscersi” canterellavo.”
Che ho rintracciato nel testo di Lovely to look, musica di Jerome Kern e testo di Dorothy Fields.

8 - “Mi domandarono come sapevo” cantava la radio “che il mio grande amore era un sollievo”.
Che ho rintracciato nella canzone Smoke gets in your eyes. Sia questa che la 7, "Lovely to Look at" o Lovely to Loo', sono tratte dal film "Roberta", con Fred Astaire e Ginger Rogers, adattamento dell'omonimo musical di Broadway, a sua volta tratto da "Gowns by Roberta", di Alice Duer Miller.
Musica di Jerome Kern e parole di Otto Arbach.

1: FRED ASTAIRE (1899-1987): Top Hat, White tie and tails (1930)
2:GUY LOMBARDO (1902-1977): Cheek to cheek (1935)



































3 - GLENN MILLER (1904-1944): I'm on a see-saw



4 - ROSA PONSELLE, (1897-1981), FRANK FORREST : My hero (1937)




















5- PAUL WHITEMAN (1890-1967) : Blue Heaven (1927)
6 - PAUL WHITEMAN (1890-1967) : When the day is done (1927)




















7 - IRENE DUNNE (1898-1990) : Lovely to look at (1935)


















8 - IRENE DUNNE : Smoke gets in your eyes (1935)





















L'impaginazione è quasi tutta merito di Blogger.



Ma, però! Oh, come ci si divertiva, prima del '29!

venerdì 3 agosto 2012

H - 18 -

Ufficio. L'ufficio. Entro. Ecco, sulle prime colui il quale fa le veci del vicedirettore sembra accogliermi con un certo calore, ma diventa diffidente nei miei confronti tanto più avanzo zampettando dalla porta del suo ufficio alla sua scrivania, così lontana... così lontana... lontaaana... ... mi sorride, comunque, benevolo, comprensivo, mi fa un cenno. Intende dire che mi devo sedere. Mi siedo e il suo sguardo cade inevitabilmente sulla mia gobba. Segue un lungo silenzio. Abbastanza lungo.

Rotto qua e là da uno stridio che mi sfugge chissà come dalla bocca.

Piuttosto fastidioso.

Quasi continuamente, per la verità.

Squeak-skeeirk. O qualcosa di simile.

Che fa le veci del vicedirettore invece inarca molto un sopracciglio.

Nel silenzio, così, solo squeak-skeeirk-kreahak, ed un sopracciglio così inarcato che finirà per scalzare quella specie di parrucchino.

Poi. Lui parla. Sì, con naturalezza, ricomposto, col sopracciglio là dove dovrebbe stare, sopra alle ciglia, non sopra alla testa, che non è un soprattesta. E così si esprime: seriamente. Dice che gli ultimi bilanci che ho stilato non vanno bene. Gli ultimi, intende, dei passati 5 o 37 o 100 anni. Non capisco bene.