lunedì 15 ottobre 2012

H -22-

Quando mi chiamano a deporre, scatto, tutto contento. Metterò fine a questo equivoco, finalmente. Mi scoccia pensare che la gente creda che io sia un tizio che se ne va in giro a murar viva la gente solo perché non la pensa come lui. Poi, per di più, quell'ingrato mi stava pure simpatico. E quella finestra, nel suo ufficio... non poteva uscire da quella? Sarà stato il primo piano, santocielo, si faceva un saltino, che sarebbe stato mai... comunque mi avvicino alla poltrona alla destra del Giudice, vicino a lui, dove sarò interrogato. Lo faccio con piccoli, eleganti, lievi saltelli. Voglio dimostrare (e chissà quanto mi converrà) che non sono un matto. Così nel frattempo rivolgo ossequiosi eloquenti sguardi alla giuria accompagnati da piccoli eleganti lievi squeek-squeart in tutta scioltezza... ed eccomi seduto. Sorridente. Rassicurante. Arriva il tizio che impersona il pubblico ministero e mi chiede se davvero volevo murare il sottovicedirettore, se l'ho fatto perché temevo di venir licenziato, se non mi sembra d'aver agito in modo perlomeno esagerato, ecceteraeccetera qua qua qua papparappappà... e mi accorgo, ascoltandolo, che cola biancastra dalla mia bocca copiosa ma Non del tutto inelegante una cascatella di salivaccia bavosa che credo comunque non deponga proprio a mio favore, oh no insomma volevo provare a dire qualcosa a mia discolpa ma senza parole così come sto... con quali pensieri, con quali gesti? Non potevo spiegar loro che io volevo solo accumulare quei faldoni là fuori perché non lo volevo disturbare ogni volta... sarebbero stati pronti per l'inverno, ecco. Finita. Posso solo continuare a sbavare, capo chino. Mi sono intristito. Ecco, il pubblico ministero chiede al giudice che si commini il massimo della pena previsto per questo genere di reati. E' una brutta cosa, secondo me. La gente grida, inveisce. E... la giuria non ha neppure fatto in tempo ad uscire che già è rientrata, il sottovicedirettore piange, il pubblico ministero tenta di consolarlo e gli porge un fazzolettino, ed io qui che sguazzo in una pozzanghera di saliva, tutta roba mia, per carità, ma chi viene ad asciugarmela... ecco il signore vestito da giudice che riceve il verdetto gli da giusto una scorciatina, mi sembra soddisfatto, beato lui, io intanto sto producendo un bel laghetto che arriva a lambire i piedi dei giurati del pubblico del pubblico ministero del pubblico ministero pubblico ed ecco il giudice ne da lettura, ecco dice che l'imputato è colpevole, ecco, l'imputato è condannato a morte e giù urla di giubilo forsennato che fanno tremare le mura degli spalti su al loggione si sgolano ed il coro chiede il bis, la sentenza, si dice va eseguita immediatamente tutto per direttissima, non c'è tempo da perdere, efficienza, per dio, mi chiedono se ho qualcosa da dichiarare ed io che penso che la pena sia perlomeno almeno un poco eccessiva - che gli posso dimostrare come il sottovicedirettore che adesso vedo abbracciato alla moglie con gli occhi sulla segretaria poteva tranquillamente sfuggire alla tumulazione scivolando giù dalla finestra - ed ecco muto nel glaciale nuovo silenzio d'attesa smonto dalla bella poltrona in un sol balzo sono alla finestra e prima di saltar fuori oltre ai drappi ai sipari scorgo quelli che mi rincorrono per acchiapparmi ma finiscono tutti col sedere per terra scivolando su quel mio bel mare vischioso che ho prodotto io e che popolerei di pesciolini belli se ne avessi il tempo ma quello stringe devo dare una dimostrazione di come sia semplice sfuggire alla morte e mi butto in strada, saranno quattro metri, speriamo capiscano il mio messaggio, quattro metri che sono, è solo un salto in mezzo ad un poco d'aria impilata.

lunedì 8 ottobre 2012

Figli del fantasma di Cortes


Strascica le zampe sul pianeta fottuto,
strati d'antenati,
corri incontro alla morte manco fosse il cioccolataio.
Volgiti indietro e guarda:
i solchi sulla spiaggia cantano il tuo tempo.
Non ami l'orizzonte?
Fermati e scava.

Figli del fantasma di Cortes.

Ora, mi spoglio e v'ammazzo.

Non hai fuoco e bruci, non hai notte e dormi. Si diramano i pensieri, s'innalzano e fluttuano, nel vuoto. Come li distinguerai, lassù?

Indossate guanti perché non vi lavate le mani.

Non mi sfiorate, anime di vetrina!

Il vostro coraggio non mi rende pavido,
Il vostro calore non mi raffredda.
Non mi sfiorano, i vostri riflessi opachi.

Se ti ricordi di me, ricordi male.

Il vostro bagliore non racchiude la mia pupilla.
Non mi stringo al vostro dilatarvi.
Alle Vostre Altezze non M'abbasso.

Per me, per voi.
Meglio ch'io sia invisibile.
Ma sentirete la mia voce.
E l'alito cattivo.

Abituati al buio.
Canta a bassavoce.
Scava.