giovedì 29 novembre 2012

H -24-

Ma no, io no, Per Dio, non mi farò inchiodare, noSsignore, manco per niente, né con una donna sopra né con una donna sotto, non ho proprio nessuna intenzione di farmi penetrare da chiodo alcuno, ho altro da fare, io, che star qui a farmi crocifiggere sulle carni altrui, con rispetto parlando, non ho proprio ambizioni di martirio né di santità e per quanto riguarda l'occasionale dicitura calendaristica concernente il succoso bonus agiografico devozionistico riguardante l'eventuale mia verginità, di questo non voglio parlare, dacché non so davvero nulla a proposito, ma di certo preferirei, a scanso d'equivoci, comunque, chiaramente, non debuttare in tal senso facendomi penetrare da roba che per quanto possa non essere pure arrugginita di certo mi potrebbe provocare ben altro che febbri più o meno letali ecco io me ne voglio andare da questo luogo squallido di martirio morte omicidio e resurrezione eventuale, devo fuggire al sicuro, questo posto da dove fuggo è l'antro di un macellaio, uno che promette il paradiso con la scure in mano, ma... dove, dove trovare riparo se tutti mi inseguono, tutti vogliono la mia cavolo di pellaccia, e manco io so perché, né so dove sia tutto questo più o meno incominciato se non che da quel giorno in cui vidi quella strana donna alla finestra tutto è girato in modo che da un impiegato anonimo e gaiamente amnesiaco qual ero - grigio ma perlomeno al sicuro - mi sono trasformato in una ricercatissima preda per antropofagi giurisprudenti certamente assassini alla caccia di prede da santificare e/o scorticare - mica sono cannibali che s'accontentano di mangiare roba che trovano già morta, e poi chissà di che cosa, quali infezioni - ed ecco, dato che la mia mobilità è comunque decisamente inscarsitasi col tempo ecco mi rendo conto che la mia fine necessariamente non si andrà a situare troppo lontano [concetto spaziotemporale] ed ecco dunque realizzo che l'unica soluzione che mi si prospetti al momento, sottilmente vendicativa e forse agli occhi di qualcuno pure del tutto gratuita, sta nell'entrare nella casa di quella donna della finestra, entrare da lei, prenderla e da quella finestra ohggiesù finalmente lanciarla.

Per rimirarla poi da dove lei rimirò me. 
Ecco la vedetta.
Vendetta.

giovedì 22 novembre 2012

SON SE LO VOGLIO


Da quando ti danno le medicine non senti più le voci.

Le sento meno, non sono più così fastidiose, ma mille mille mille sono, lo so, e parlano lingue che io non so capire.

Sono soffici e pulite, le pareti.

Se lo vorrò, una notte, dormirò sul soffitto.

Non avevo bisogno di alzare una mano, un tempo. Era ciò che pensavo. Tutto. Ed ora appare offuscato. Ho dimenticato le mie origini, e quelle di tutti.

Ora il passato non ti fa più male. Non ricordi più le tue amnesie. Non ricordi d'aver dimenticato.

Perché tu ti volti indietro e vedi ciò che avevi alle spalle, e sai da dove sei venuto e tutto ti è più facile. Io, che avevo occhi in tutto ed in tutti, ora non vedo ciò che sono i confini di questa stanza. Ma ricorda, per quanto tu ti possa voltare, guarderai sempre avanti.

E' qualcosa a cui nessuno può sfuggire, nemmeno tu.

E' come piantare un seme nella buona terra, bene irrigata. Così i popoli sprofondano negli oceani o vengono inghiottiti dalla terra. Quello crescerà, darà buoni frutti. Le regole non si possono cambiare. Non vi stupite che la gente si ami, faccia figli, mentre vi causa orrore che si ammazzino tra di loro. E' ciò che succede, sono le regole. Uccidere è umano quanto lo è amare, odiare quanto riprodursi.

Le regole vanno cambiate.

Quelle sono scritte in un libro che non ricordo, in una lingua che non so più comprendere, relegato su uno scaffale in un luogo perduto.

C'è un mondo, questo mondo, che implica me.

La polvere la ricordo. La polvere mi riconosce.

Puoi dimenticare. Puoi perdonare.

Io, di me, non so più cosa sono. Un nome lungo secoli.


Invidio voi, vivi, che sondate l'illusione. Voi, violentatori d'uretre.

Cosa t'assilla?

Il ricordo di chi mi generò, che sta, dimentico di me, in un angolo del mondo. Eppure, mi volle, mi desiderò, mi pensò e mi diede alle cose.

Sei un fiume.

Sono.

Sei una scimmia.

Sono.

Sei una quercia.

Sono.

Sei Dio.

Son se lo voglio,

giovedì 15 novembre 2012

H -23-


Volare, bruciare, nuotare, seminare.

In strada. E neanche troppo lontano in linea d'aria, dal corridoio A-B. Ma anche qui è bello. Sorprendentemente. Perché non ci venivo mai, qui? Ora. Cosa si fa in questi casi? Sarò braccato... In questi casi, la tana è una trappola, si sa. Non li voglio sentire abbaiare. Fuggirò. E a lunghi saltelli affronto il rettilineo, poi, via, in curva, brevi zampettii molto accurati, ... traiettorie impercettibili ... ma sono stanco, oh, ormai mi stanco molto velocemente, è stata una giornata, son state alcune giornate, molto stressante, troppo stressanti... poi ce li ho tutti addosso, tutti, tutti molto vicini, giuria, giudice, pubblico ministero, poliziotti, quella donna, il loggione tutto, il sottovicedirettore, e il direttore - chissà - , il boia, tutti vicinissimi, anzi, alcuni saranno proprio qua dietro, alle mie spalle, stanno seguendo la mia traccia odorosa, non oso girarmi per controllare, altri avranno aggirato l'edificio e me li troverò davanti, tutt'attorno, è evidente, non posso più scappare, non so dove, arranco, come, barcollo. Cado. Mi rialzo, barcollo. Devo cercare un rifugio, non ho più fiato, devo nascondermi, non ho respiro, non respiro.

Un portone socchiuso. M'infilo. E' buio. Troppa luce fuori, troppo buio dentro. Non vedo nulla. Inciampo, cado. Sono inciampato contro ad una panca. Vedo. E' buio, ma vedo. E' una chiesa. Vuota. Vuota di persone, ma: dipinti. Scritte. Vietato fumare. Uscita d'emergenza. Vie di fuga. Sistema antincenso. Alfa ed omega. Divieto di crocifissione. Mantenere la fila. Questa chiesa non è un albergo. Dietro all'altare c'è dipinta una figura minacciosa. Dovrebbe essere nell'atto di benedire, credo, ma tiene il braccio alzato, mi fa paura. Temo che voglia calarlo per colpirmi. Mi piace di più lo stesso personaggio qui, in questa scultura di legno. E' a braccia aperte. Credo mi voglia abbracciare, ce l'hanno messo. Con chiodi corde spine sangue tagli nel costato e tutto. E come t'abbraccia, inchiodato. Che roba. Che tempi. E' fresco, qui dentro. Si sta bene. C'è anche un bel profumo, tutto sommato. E' silenzioso, non risuona di passi o squearlk o grida o condanne a morte, ora. Silenzioso. Mi accoccolo alla base della scultura. Dormo. Sogno. Questo, sogno: che quella gente che mi insegue arriva qui, mi trova. Mi sollevano come si farebbe con un sacco della spazzatura. Mi portano dal boia. Il boia mi guida in una grotta. Sotto terra. Fresca, silenziosa. Dopo un lungo cammino, al buio, arriviamo in una stanza dove troviamo quella donna, e pure l'altra, quelle donne, in una, legate al terreno. Legata al terreno. A braccia aperte. Ed ecco, mi prendono e mi stendono sopra di lei, faccia contro faccia. Mi ci crocifiggono sopra. I chiodi penetrano la pelle delle mie mani, dei miei piedi, poi si aprono una strada metallica nelle mie carni, spezzano le ossa, bucano la pelle delle mie mani, dei miei piedi dall'altra parte, uscendo, per poi penetrare la pelle delle mani e dei piedi di quella donna, aprono la sua carne, spezzano le sue ossa, e poi, uscendo, si fanno un varco ancora nella sua pelle e si inchiodano giù, nella dura eterna roccia. A terra.

Precipitare, ardere, annegare, seppellire.


mercoledì 7 novembre 2012

PURE VISIBILE E' CIO' CHE CONTA


Mi guardano, sento precisamente che molti di essi pensano: Spero non tocchi a me.
E' colpa mia, di come mi muovo fra loro, di come permetto, passivamente, che tutto di me gli trasmetta la mia indifferenza?
Indifferenza. Ma da quale indifferenza, poi, è toccato un uomo che ragiona su queste cose? Non ci pensano, gli altri, a come si muovono in mezzo alla gente, di cosa comunicano e quale effetto avrà. Eppure vivono compiacendosi della propria umanità, del proprio vuoto sentire, così puro. Una purezza che il più delle volte è tutt'altro che innocenza. Diamanti così puri che riescono a vivere solo della propria luce, che odiano la propria luce che gli sfugge, che la vorrebbero tutta per sé, diamanti che vivrebbero come buchi neri, se potessero, affacciati dentro al loro stesso cortile, a guardar razzolare i propri stessi pochi pensieri, e, a corte, i propri adoratori. Là attratti, chissà come, dal nulla, dal vuoto dell'obliata luce dei loro idoli.
Alzano lo sguardo verso di me, e via, subito lo fuggono, hanno paura, ché io sono ciò che più temono: la chiamano indifferenza dacché il loro vocabolario è ridotto ad una miseria di paginette stracciate, ma il segno che io porto addosso, e che non sanno nominare, che così tanto m'appartiene e contraddistingue, è solo antico disincanto.
Un male comune, che colpisce gli animi gentili. Un male gentile. Chi ne soffre, senz'affanno, cammina sempre, perché il suo animo è leggero.
Si guarda, nei miei occhi, come attraverso ad un vetro smerigliato.

Ho incominciato a camminare molti anni fa, a correre quando potevo, per sfuggire alla mia famiglia, ai miei cari.
Funziona come la storia dell'addomesticamento, ma all'opposto. Non ci si avvicina piano piano, un po' alla volta, fino ad arrivare al contatto, all'intimità. No, al contrario. Si parte dalla vicinanza assoluta, emotiva e fisica, accettata come inevitabile. Ci si guarda in faccia e chi vi sta di fronte vi dice di cosa ha bisogno. Ve lo spiega minuziosamente. Usa le parole, tutte le parole di cui dispone, anche se molto poche, molto eloquenti. Poi, la volta successiva si allontana, usa meno parole e più gesti. Inclina occhi e sopracciglia, piega la bocca, arriccia il naso, increspa la fronte. E poi, per finire, da lontano, gli basta uno sguardo. Voi capirete. Poi capirete perfino dall'odore che hanno addosso di che cosa hanno bisogno. Ed ecco. Io incrocio per strada qualcuno e solo da come piega il collo, da come lascia cadere il piede, da come si ripiega sulla spalla, da asimmetrie impercettibili, io capisco cosa quella persona sta cercando. Quando posso, e quando mi è consentito, faccio qualcosa per accontentarli. Un abbraccio. Un sorriso, a volte. A volte questa gente ha bisogno di così poco, per essere felice. Ma molti hanno desideri giganteschi, abnormi. Mi spaventa solo pensare che qualcuno possa progettare per scherzo pensieri simili.

Guardandoti negli occhi. So che sei triste perché hai perduto qualcosa. So che hai perduto un giocattolo. So di che giocattolo si tratta, e so persino dove si trova.