martedì 22 gennaio 2013

H -27-


Non posso mettere l’appartamento a soqquadro.

Ed allora, che faccio?

Allargo le braccia.

E grido.

Grido forte, fortissimo, altissimo. Sento, finalmente, in questo guscio di nulla, in questo uovo vuoto, nido abbandonato, sento, finalmente, viva materia che riempie, che smuove, sento i muri vibrare, le mie grida riecheggiare giù per la tromba delle scale, su per la tromba delle scale. Crollerà, questo palazzo, Grazie alle mie grida. Non solo le mie. Infatti, quando, tra urlo ed altro mi costringo a prendere fiato, sento altre grida. Non mie. Sono i vicini di casa. Questa categoria così specifica. La casa. I vicini di casa. Sì: gridano pure loro. Ma non come faccio io, non con le mie intenzioni. Urlano aiuto aiuto polizia, chiamate la polizia, c’è un pazzo nell’appartamento 6 o 7, 3, 8 o 2, 18 o 0 O cos’altro non so, pare che all’improvviso io abbia del tutto perduto il mio orecchio per i numeri ed una volta non avevo altro, ma tant’è ecco adesso la torma di selvaggi mi tornerà alle calcagna, devo fuggire, fuggire ancora, ed allora esco, esco asciutto e vergine, senza vendetta, senza carne, senza crollo e/o trionfo filistei spiaccicati e/o convertiti, niente di niente dal nulla tornato vuoto silenzioso fuggo, fuggo in alto, verso il tetto, dalle scale, verso l’alto perché, come le fiamme verso l’alto so solo bruciare.

Eccomi. Sul tetto. Sul tetto che ospita me.

La fiamma.

lunedì 14 gennaio 2013

Trame di cammini intessute su sipario di fumo


Trame di cammini intessute su sipario di fumo.
Volute ondeggianti.
Sguardi che, rapidi si sottraggono.
Punti piccoli, puliti, sulla polvere del palco.
Da un cielo dipinto, si sottraggono quegli sguardi.
Rimbalzano gli occhi sull’impiantito.

Morti, o meglio, nascosti alla vita,
oltre alle quinte, nei nomi disarmati.
La brace.

Le comparse che si trascinano cieche,
il vento.
Traiettorie aeree dei disarmati nomi,
le comparse che si trascinano cieche,
ondeggianti, che così volute,
tracciano le proprie agonie
sulla vecchia disintegrata pelle
che si proclamò pianeta.
L’ossigeno che si dice fumo
il fumo che è l'ora,
s’avvita nelle loro trachee.
L’odore dei passi, e sì:
dei passi l’odore s’avventa sulle mie carni
odore armato
d’artigli di fiera
da fiera.
Incerto s’avviluppa il presente
E con ciò il mio passato.


In questa notte a cui non sappiamo rinunciare
Mi riconosco dal suono dei miei passi.
Non ci sarebbe fumo se non ci fosse ossigeno,
per questo sarebbe facile rinunciare
ordite un re perché non vogliamo colpe
per questo
camminiamo
ed io che mi riconosco
che i miei passi mi riconoscono
ho imparato a non confondermi con chi mi precede
mi segue
m’appaia
fra spire
m’appaia
sospira
re-spira
(la reggia brucia, no, bruciò: finito è l’ossigeno.
E con quello la paura.)

giovedì 10 gennaio 2013

H -26-

Prima di aprire la finestra, ho guardato, seminascosto, giù di sotto e ho visto la strada che io percorrevo quand'ero felice e non sapevo cosa fosse la felicità, l'ho saputo solo scontrandomi con l'infelicità e questa è una cosa proprio triste e osservo la faccia di quelli che passano laggiù, e nessuna di quelle facce è la mia faccia, son tutte persone che non hanno conosciuto l'infelicità e non sanno cosa si stanno perdendo e allora un po' per salvarli, un po' per dannarli, li guardo da quassù, fissandoli, nella speranza che mi vedano, si sconcertino, gli capiti ciò che è capitato a me quando stavo la come loro, protetto da un'illusoria cupola d'invisibilità, e che poi finalmente vaghino liberi nel mondo a comprar cappelli, a cercare qualcosa di bello per coprire la loro nuova scintillante gobba, a murar vivi sottovicedirettori d'ufficio e i più fortunati a murar vivi direttori addirittura.

Del final di corridoio arrivo in dirittura.

Mi volto: la sala è vuota, deserta. Niente di niente. Nemmeno polvere. Un nulla molto curato. Solo muri. Buchi nei muri, finestre. Nelle altre stanze il medesimo, confortante, vuoto e silenzioso ordine. Dov'è la polvere? Nessun'ombra di lei, né di nessun altro. Nessun odore di donna. O di uomo. Non orme. Non impronte. Non insetti. Mi stupisco che questo sia davvero un luogo. Solo un contenitore. E la mia ombra. Polveroso, il mio corpo. Goffo, mostruoso corpo. Ombra riecheggiante nel nulla. Miserrimo contenuto.

Una cosa... solo una cosa in tutto questo enorme appartamento... quest'abitazione senz'abitanti: questa cosa è un quadro. Un quadro, affisso ad una parete, qui, in questa che sembrerebbe una camera da letto senza letto, un quadro ed un chiodo, un chiodo ed una cornice ed i muri e le porte e le finestre e, soprattutto, quella finestra è quanto davvero importa sia contenuto in quest'oggetto che non è neppure una scatola, finché vuota, e che dovrebbe ospitare persone e proteggerle dal caldo, dal freddo e dal mondo ma no, non contiene nulla. Il quadro l'ha dipinto lei, la donna che stava con me in A, lo riconosco. Riconosco la sua mano, i suoi pensieri. Quella donna che stava con me in A ed è poi è sparita, lasciando vuota quella casa e forse ciò che pensavo sul fatto che le due donne fossero una non era del tutto sbagliata, da che, com'è sparita quella, pure questa l'ha raggiunta nello stesso nulla, ed ecco io credo che se tornassi di corsa ad A non troverei altro che i muri ed i pavimenti, gli infissi, l'intonaco e null'altro se non un quadro, un chiodo ed una cornice. Chissà dove è stato gettato il martello! Ma il quadro, ecco il quadro, io lo voglio descrivere, perché potrebbe aiutarmi a capire quale strano significato può avere questa strana pittura, questa tela delirante: una riga orizzontale taglia il rettangolo della visuale. Dal centro verso l'alto, radici. Dal centro verso il basso un albero di rami spogli. A una radice è appeso un impiccato, i piedi tendono verso il centro. Ad un ramo è appeso un impiccato, i piedi tendono verso il centro.Se la linea orizzontale non fosse una barriera, ma solo una fragile linea ideale, facile da sfondare con il peso del proprio morto o morente corpo, l'uomo appeso ai rami, se si tagliasse la corda, sprofonderebbe fino al centro della terra. Ma l'uomo appeso alle radici, livero dal cappio, volerebbe fino al cielo.

giovedì 3 gennaio 2013

BARELLIERI


Avrà si e no ancora un’ora di vita, al massimo. Ecco qual è il problema. E allora, penso, non sarebbe forse meglio lasciarlo qui, alla mercé delle bestie che ne farebbero buon uso, senza calcolare poi che più ne lasciassimo in giro, in queste condizioni, meno quelle bestiacce immonde verrebbero ad insidiare noi e i nostri bambini fuori dalle case tutte le volte che gli brontola lo stomaco. Sentitelo, sentitelo come soffre. E’ un rantolo unico, ormai. Bella roba. Oppure perché non finirlo? Dice: farlo sbranare dalle belve non è giusto, non è consentito. E sia. Lo concedo. Ma perché non sparargli un bel colpo in testa per la buona pace di tutti e per quella sua, eterna? No, no. Perché no. Perché anche se tutti, lui per primo e noi lettighieri compresi sappiamo fin troppo bene che è inutile, lo dobbiamo trasportare lassù. Finché gli resterà di che appannare uno specchietto minuscolo col poco fiato che gli resta, questo dev’essere il nostro lavoro. Questa la regola. Dice: è il vostro lavoro, di che vi lamentate? E’ un lavoro duro, difficile. Poi potremmo essere impiegati in altre mansioni, più utili, io credo. Potremmo cacciare quelle bestie, ad esempio. Non sarebbe più utile ammazzare quegli animali che non portare gente morente fin lassù, senza scopo? Ecco. Eccoci all’ingresso. Tira, tira idiota! Non lo vedi che non riesco a spingerlo così? Non vedi che il gradino è troppo alto ed il morente ha tutto il peso spostato dalla mia parte? Non si passa così. Fermo, fermati, così spaccherai qualcosa. Lascia che io provi a sollevarlo, no… non serve, lo sollevo solo da una parte, dai, cerchiamo di inclinarlo da una parte, poi solleviamo la ruota a terra più vicina al gradino, poi passa tutto, vedrai… pronto? No, aspetta. Aspetta, verifichiamo prima che il tizio sia ben legato, vorrei mai che ci cadesse, non ho né voglia né tempo di beccarmi il solito pistolotto dal capo perché abbiamo procurato un bernoccolo ad un tipo mezzo morto. Sì? E’ legato bene. Dai, allora, incliniamolo. Maledizione, ferma. Fermati. Non vedi? Ci ruzzola giù. Poco importa che sia legato. E’ troppo magro, questo scassapalle. Ci scivola sotto. E adesso che facciamo? Senti, facciamo così, proviamo. No. Anzi. Guarda, molto più semplicemente. Io lo prendo in braccio e tu fai passare la barella. Punto e basta. Risolto il problema, e non pensiamoci più. Beh, grazie per esserti offerto di tenerlo tu in braccio. No, non preoccuparti, dai, sto scherzando. Vedi? E’ tutt’ossa. Peserà si e no quaranta chili. Guarda. E’ tutto sporgente, non devi neppure aiutarmi a sollevarlo, vedi? Lo posso prendere qui, come fosse una maniglia. Dai, però, tu, intanto veloce a portare la barella oltre a quel gradino, che poi vieni a darmi una mano a riportarcelo sopra. Ecco. Ecco, io, poi è da quando ho vent’anni che faccio questo lavoro, e lo vedete benissimo da voi, in che condizioni si è costretti ad operare. Dice: non se ne può fare a meno, questo è il sistema. Va bene, allora, ma porco cane, dico, almeno facilitare la cosa, almeno spendere due soldi per la pavimentazione, vi rendete conto che non sono altro che gradoni e stretti passaggi questa torre immonda? E cosa dovremmo fare? Portarli su in spalle addirittura, questi moribondi? Dice: è la tradizione. Ma cos’è la tradizione? Serve per farti fare in modo faticoso o doloroso le tue cose che potrebbero diventare semplicissime solo perché il padre di tuo nonno non sapeva fare altrimenti? O perché era masochista? Io non ci sto. Cioè, ci sto, perché, per carità, è il mio lavoro, e per qualcuno sono anche uno dei più bravi, ma santo cielo, potrei essere bravo e felice, oltre che bravo e sempre troppo stanco per poter dare una carezza ai bambini quando torno alla sera. Allora penso: non si potrebbe costruire un edificio più funzionale, con dei servizi più intelligenti? No. La torre è un luogo sacro. E mettiamoci degli ascensori. Dice: se piantassimo degli ascensori, qui, nel cuore di quest’antica torre, sai che succederebbe? Beh, gli faccio, si rovinerebbe? No. Succederebbe che invece di due spiranti al giorno ne dovresti portar su duecentocinquanta, ed alla sera saresti ancora più stanco. Non solo non avresti la forza di accarezzare i tuoi bambini, alla sera, ma manco avresti avuto la forza di procrearli. Intanto, tu vedi se riesci a far passare ‘sta roba aldilà di quello spigolo senza che si debba sollevare di nuovo tutto, che proprio non ne ho voglia, adesso. No, guarda, presto, solleviamolo, solleviamolo, guarda, non c’è tempo, vedo che sta proprio per lasciarci, altroché, non c’è tempo di manovrare, se incominciamo a perdere tempo qui, si arriva su che questo è già morto e giudicato. Presto, alza. Poi quelli chi li sente? Che il capo… sì, il capo. Sai che cosa ha avuto il coraggio di dirmi, il capo? Che se invece di fare il barelliere me ne andassi in giro ad ammazzare le belve, gli spiranti non li porterebbe nessuno in cima alla torre, le belve li mangerebbero. Così, faremmo prima a portarli direttamente dove quegli animali stanno, di modo che, sazi e felici, che bisogno avremmo di cacciarli? Ma che ragionamento è, santo cielo, dico io? Lo sa benissimo, pure il capo, che la metà della gente mezzo morta che issiamo quassù è in queste condizioni perché le bestie le hanno aggredite. Basterebbe fermare quegli animali. Quando riescono ad uscire da qui, ti credo che diventano belve. Dio, questo passaggio… quand’ero molto giovane m’interessava poco o niente di doverlo percorrere quasi carponi, ora che ho una certa età le ossa incominciano a dolermi e presto non ce la farò più. Ed allora? Poi, cosa farò? Andrò a sparare a quelle bestiacce, ve lo dico io. Ecco… ti sei fatto male? Hai dato una bella botta. E ti credo, quella sporgenza lì… non ci si abitua mai, è impossibile, quando ci si rialza da quel passaggio ci si prende dentro, non c’è niente da fare. Hai sentito che tonfo? Si sente, che la torre è cava, eh? Lì in mezzo ce lo dovrebbero piantare, l’ascensore. Ma dice: se ci piantiamo l’ascensore non ci sarebbe più il vuoto al centro della torre ed allora a che servirebbe la torre? Che ne faremmo? Che ne faremmo? Te lo dico io, cosa ne farei. Dai, un ultimo sforzo. Attento al buco. Dai, solleva. L’ultimo che è sbucato da lì… ti ricordi? Beh, io c’ero, m’è saltato fuori da lì sotto, m’ha ribaltato la barella, m’ha dato una spinta ed è fuggito, e fortuna che il mio collega aveva un bastone e l’ha colpito, altrimenti non so come sarebbe potuta andare a finire. Ne vengono fuori un po’ troppi ultimamente. Questo, di sicuro, no. Anzi, acceleriamo. Tu… tu ce l’hai un bastone? Ehi. Ecco. Ecco la luce. La vedo. Ci siamo. Respira ancora. Dai, che ce l’abbiamo fatta. Ecco i sacerdoti. Dai, un ultimo sforzo. Ecco. Eccolo, signori, sì, signori, respira ancora. Non capisco perché ne abbiate dubitato. Siamo sempre veloci. Più veloci di quanto ci consenta questa struttura e… sì, va bene, fate pure. Noi adesso andiamo. Ehi, tu? Non vieni? Come ti piace restare a guardare? No, a me no. Odio quando lo buttano giù. Ti aspetto da basso. E se lo trovo che è saltato fuori gli spacco la testa.