giovedì 26 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 2/2

E' da così tanto tempo che non trova più segni nuovi su quel muro. Tanto tempo. Quanto? Forse da quella notte in cui lui si svegliò e la sorprese. Perché si svegliò quella notte? Cosa l'aveva destato? Poteva sentirlo anche lui, dunque? No, forse soltanto lo sospettava e ne era inquietato: leggero il suo sonno. Tutto sommato, poi, probabilmente, solo per caso, lui, si svegliò e la sorprese mentre parlava con Lui. Lo confessò, ed il marito si sedette e sotto al pigiama si notava il petto gonfiarsi a dismisura,
velocemente
velocemente
velocemente.
E senza muoversi le chiese E cosa ti dice? e a capo chino lei rispose Dice: pregate e piangete. A Natale e per le feste, pregate e piangete un po' di più.
Lei guardò la faccia del marito per cercare di capire se avesse inteso. Per sapere se lui non pensasse di star sognando. Lui allora le osservò la testa per accertarsi che quelle parole fossero davvero uscite da lì, o se le avesse soltanto sognate. Dice: pregate e piangete, ripetè lei, a Natale e per le feste, pregate e piangete un po' di più.
Lo facciamo... lo facciamo, disse lui, e s'alzò e tornò a letto. No: il marito non lo poteva sentire, Lui. Quella voce poteva tornare a echeggiare dentro alla cassa di risonanza che lo portò prima che nascesse, e solo lì può risuonare ora che la voce è tornata al luogo da cui è partita. E c'è tornata così
velocemente,
velocemente,
velocemente.
Per venire dalla terra sei passato attraverso me. Attraverso me transita ora per tornare alla terra.
Dopo pranzo lei rammenda. Le sembra che le si spengano tutte le luci intorno e tutto ciò che rimane da vedere stia lì fra le sue mani. Un punto dopo l'altro ed il buio intorno le accarezza il collo, ma è un gesto ipocrita: nel frattempo le ruba i pensieri. Dove li porta? Il marito intanto dorme un'oretta in poltrona, accanto al camino. Dietro alle palpebre, quel bagliore rossastro è tutto quanto possa vedere. Il fuoco si spegne, sente freddo e si sveglia, e mette altra legna, e va da lei e la saluta, ed esce di casa intrecciando le mani dietro alla schiena e s'incammina
len-ta-men-te,
len-ta-men-te,
len-ta-men-te.
Poi s'arresta e guarda un punto lontano, lontanissimo. Ormai ha deciso che non è proprio più il caso che stia a lungo ad osservare le cose che gli stanno troppo vicine: se trovasse che qualcosa è bello, non potrebbe dire che è bello; se vedesse qualcosa che fa ridere, non potrebbe ridere. Tutto ciò che potrebbe dire sarebbe: E' bello, piacerebbe a Lui. Preferisce non guardare più nulla che gli stia troppo vicino, o con troppa attenzione: ha dimenticato ciò che piaceva a Lui.
Se piange,
per Lui
piange.
Qualche volta si chiede: E se fosse che siamo morti noi? E se è così, in che posto ci troviamo, ora? In che cosa è diverso da quello in cui abitavamo prima? Se l'unica differenza fra questo e quel mondo è che questo è disabitato da Lui, allora pregherò che muoia, cosicché potremo tornare ad essere felici tutti insieme. Quando si riprende da questi momenti, si sente un come superstite circondato dalle macerie e dai rottami. Capisce la propria collocazione, ci si ritrova. Sì, ritrovarsi, ma, d'altra parte, cos'avrà, di bello, questo mondo per cui poi varrebbe la pena di perdersi? E si chiede Starà in un posto peggiore, Lui, del mio? Se qua non c'è più nulla che mi piace, il luogo in cui si trova non potrà in nessuna maniera essere peggiore di questo. Semplicemente sarà
un luogo
lontano,
immobile e lon-ta-no.
Ma qua. Lui qui vede che ciò che gli da una misura del tempo, che lo voglia o no, avanza. Non è forse una novità quel manifesto apparso durante la notte su quel muro? Non ha forse addobbato l'albero, riempito di luci la ringhiera del balcone, il vicino? Non torna il Natale? Non c'è, forse, dietro all'angolo, sempre qualcosa di nuovo? Non cresce, forse, il nipote? Che ha quel nome, quel nome, perché gliel'hanno dato? C'è anche da dire, da ammettere, forse, che a forza di pronunciarlo per riferirsi ad una persona nuova, diversa da chi era Lui, quel nome sta incominciando a perdere l'eco lugubre che prima gli risuonava in testa, e prende un colore diverso, e poi nessun colore. Sta perdendo ogni senso. E' un po' lo stesso di quanto gli sta accadendo con il nome di Dio. A forza di chiamarlo nelle preghiere, anche quel nome ha finito per svuotarsi d'ogni sostanza, d'ogni significato. Vorrebbe persino smettere d'evocarlo, di cercare assistenza e conforto con questa tenacia, lo fa sentire come un lacero e molesto questuante, ma
queste sono
cose che
non possono dirsi,
come quando quello fermò la moglie e le mise una mano sulla spalla e disse Coraggio, è la vita e lei senza guardarlo, si scostò da quel contatto e disse No, no-no! E' proprio il contrario, è la morte. Vorrebbe anche lui, talvolta, metterle una mano sulla spalla, qualche volta, così, senza parlare. Quant'è che non tocca più sua moglie? Che non gli fa una carezza sulla testa? Da tanto, troppo tempo, così tanto che non sai più dove andare a cercare il punto in cui incominciare a rammendare. Fili, i suoi capelli, che lui non ha più il coraggio di toccare. No, non è il coraggio che gli manca. Non sa più come, in che modo. E poi... poi, ora che il suo capo non è più una liscia parete, fra le fessure quando la fende il vento, stride sinistramente e pare che cigoli come una porta che canta di notte, e si depositano in lei e nidificano e muiono. Cosa?
I nomi
alle volte
si dan per paura.
Lentamente. Lontano. Un giorno, un istante. Un frammento di secondo in cui la strada improvvisamente impazzisce e s'impenna e lui si ritrova costretto ad inerpicarsi là dove un attimo prima passeggiava sereno. S'aggrappa ad ogni buio appiglio, posto aldilà di ciò che rappresenta il suo confine del visibile, e della cui presenza si fida ciecamente, sicuro com'è che ognuno di quei sostegni siano oggetto della sorveglianza che chi s'è posto fuori dal visibile gli dona. Questa, questa sì che è fede: chi s'affida a Qualcuno non vive sottoterra confidando che esista la luce, ma sta in superficie e pensa che quella certa luce venga diffusa da un proiettore. La salità finirà. Proprio dietro all'angolo finalmente si scollina e
potrà
rotolare
giù.
A cosa serve, a cosa serve, si chiede, soffrire così, piangere sempre, svegliarsi ogni mattina con la disgrazia sullo stomaco? E' passato tanto tempo. Ci sono mattine in cui non ricorda più
la disgrazia
che
nome ha.
China il capo e storce la bocca, di riflesso. Tutto il suo corpo è ormai attraversato e percorso da un ernorme groviglio formato da un solo nervo che lo muove, lo fa vibrare e contorcere a suo piacimento. Che senso ha. Che senso ha, tutto questo?
Perfida,
perversione
perfetta.
Anche a me, sì, anche a me, Lui, lui, manca. Immensamente. Ma non come una persona che sia defunta, cosa che, lo ammetto, neppure io mi sono ridotto ad accettare. Mi manca come una persona che non incontro da tanto, troppo tempo e che non vedo l'ora di incrociare ancora, per caso, all'improvviso, voltato l'angolo.
E tutto ciò che
non è
stato.
E' Natale. Siedono a tavola, loro due. S'affliggono più di quanto già non facciano normalmente. E' così che devono fare. La porta si apre, ed ecco: Lui è ritornato. Così, semplicemente. Raggiunge i genitori a tavola e si fa portare un piatto, ma prima di incominciare a mangiare li guarda negli occhi e dice Io non sono Davvero quel Lui. Sono soltanto poco più di un burattino, d'un pupazzo di carne, una creatura plasmata dalle vostre preghiere e dalle vostre lacrime. Ma, d'altra parte, non lo fu pure Lui quando nacque?
Vi capiterà, forse, un giorno di questi, d'uscire per le strade del nostro ameno paesello e d'incontrare quel padre. Lo riconoscerete: cammina lentamente e ad ogni decina di passi si arresta e guarda lontano. Poi, sconsolato, scuote la testa. Avvicinatelo e provate a chiedergli il motivo di tutta questa sua afflizione, adesso che Lui è tornato: non saprà più dirvi, ora, che cosa gli manca.


giovedì 19 dicembre 2013

MA PIACEVA FORSE A UN DIO 1/2

Son passati vent'anni, ormai, da che il figlio è morto, e lui non vuole più soffrire, ma la moglie non è d'accordo. Così lui intreccia le dita delle mani dietro alla schiena e come suo solito s'incammina
len-ta-men-te
len-ta-men-te
len-ta-men-te
pochi passi e s'arresta per scrutare all'orizzonte un punto lontano, altri passi ed ancora si ferma, ecco, un'altra volta, lo vedete?immobile a fissare un indefinibile punto
lontano
lontano
lon-ta-no.
Si porta due dita sotto agli occhiali e si stropiccia le palpebre, stanche di prestarsi al gioco di occhi che ormai non fanno altro che recitare una parte. Intreccia ancora le mani dietro alla schiena, annuisce e riprende il cammino, lentamente.
Son tutte cose che - più o meno coscientemente – pensa d'essere costretto a fare per dimostrare agli Altri, quel gruppo di persone che si pone a mezza distanza da lui, in un cerchio ombroso da cui intuisce d'essere costantemente assediato, quelli che vorrebbero sapere ma non osano chiedere, far sapere a costoro che potrebbero immaginare che il dolore l'abbia sconfitto, schiacciato, annichilito per sempre che invece egli cammina e va, cammina e va, e osserva, s'interessa, si stropiccia. No, non credano neppure che sia però riuscito a prosciugare l'inesauribile fonte del suo dolore: lui lo porta sulle spalle, nelle tasche, sotto al paltò, al cappello... non vedete come cammina lentamente? Quant'è grave il suo passo, e solenne, ora il destro, ora il sinistro? Eppure, vedete, cammina e va, osserva, s'interessa. Si stropiccia gli occhi.
Quegli occhi
che non
vedono più.
Ed annuisce, sì. Ma non come lo fa chi vuol dire d'essere d'accordo con qualcosa o qualcuno, ma come chi mostra d'aver capito. Di ricordarsi la lezione. Che sa esattamente dove ha sbagliato, ma ormai.
Giunge di solito a quest'ora nei pressi dell'incrocio che dà sulla piazza del comune, siede su di una panchina dopo averla distrattamente spolverata e piega la testa di lato, così, impercettibilmente, ed aspetta. Dopo pochi minuti, istanti, talvolta, risuonano bronzei i rintocchi dal campanile che lo scuotono e lo invitano a rialzarsi, e lui esegue benché apparentemente controvoglia, e poi si volta e torna sui suoi passi, verso casa dove la moglie l'attende per il pranzo.
Mangiare
è
necessario.
Il tavolo, apparecchiato, è mezzo vuoto: la figlia maggiore, sposata, vive, vive altrove, dispone cibo e piatti su di un altro tavolo, serve il cibo al marito e ad altre due persone, persone che prima non c'erano e che all'improvviso, un bel giorno, son sbucate fuori da lei: un maschio ed una femmina, ed il maschio, lei, senza paura o esitazione, nonostante la silenziosa, spesso, ferma opposizione incontrata negli sguardi dei famigliari e degli Altri, l'ha voluto chiamare con il nome del fratello, con il nome di Lui.
Con il suo
nome,
perché?
Per molto tempo rimangono le posate sospese a mezz'aria davanti agli sguardi dei due commensali, che recitano la loro muta, quotidiana preghiera di ringraziamento: non sono certo persone che diano per scontato il cibo. La moglie fissa lo sguardo sulla bocca di lui ed osserva il boccone sparire ungendone le labbra, sporcandone i denti ed infine producendo quel suono così spiacevole. Persino, poi, crede di intercettarlo con la coda dell'occhio mentre scivola giù nella gola, vede gonfiarsi quel collo e sgonfiarsi quel collo.
Gonfiarsi e
sgonfiarsi
gonfiarsi e sgonfiarsi.
Quella volta che Lui venne a tavola con quel buffo cappello in testa.
Ecco, ora non ha più fame e posa la forchetta, senza però lasciarne la presa, come a dire: respiro un attimo e poi mangio ancora, far credere che sia solo una pausa e non un arresto: ho ancora la posata in mano, non ho finito, è soltanto una pausa, non un arresto, e nel frattempo appoggia la vista in mezzo agli occhi della moglie e non gli riesce d'evitare di pensare a quando lei durante la veglia funebre gli sussurrò preferirei mangiarlo, lo vorrei mangiare invece di seppellirlo, e cerca ancora di capire guardando quella testa se davvero da lì uscirono quelle parole e fece finta, lui, di non averle sentite o se le sognò soltanto.
S'alzò da tavola, Lui e disse Ciao, torno fra poco ed uscì e se ne andò. Uscì, se ne andò. Ciao.
Lei guarda un punto del viso del marito e pensa quando alla veglia funebre disse E' ancora lui, non lo voglio seppellire, mangiamolo, mangiamolo! e cerca di capire guardando a quella testa se davverò lì entrarono quelle parole e lui fece finta di non averle sentite, o se lei soltanto si sognò d'averle dette.
Parole che entrarono
ed uscirono.
Gonfiarono e sgonfiarono.
Se sono state dette, se sono state sentite, come è possibile, pensano entrambi, che non sia visibile un segno chiaro di tutto questo sui nostri volti, in che modo impercettibile sono essi cambiati per sempre? Gli Altri, guardandoci, capiranno? Se pure lui le ha intese, non può aver capito. Non sa che se hai portato una cosa dentro prima che fosse davvero qualcuno, ti strapperesti il cuore dal petto pur di riaverla dentro di te ancora, ora che è tornata ad essere una cosa.
Lei raccoglie i piatti e li posa nel lavandino. Scorre l'acqua e si osserva le mani livide e ricorda di quel giorno in cui fu costretta a gettare i suoi vecchi guanti, logori da vergognarsi. Vergogna degli Altri, sia mai che pensino: Soffre tanto che non s'accorge neppure in che stato pietoso son quei suoi poveri guanti. Si dimenticò di comprarne degli altri e all'indomani, con quel gelo eccezionale fu costretta ad uscire a mani nude. C'erano, i guanti di Lui, ma lei non li usò.
Suo marito ha avuto per un certo periodo le nocche della mano destra screpolate, abrase. Prima di dormire aveva preso l'abitudine, a letto, d'accarezzare la parete che divide la loro camera da letto da quella di Lui. Poi incominciò a farlo con il dorso della mano, chissà il perché, poi, ancora, a battere: bussare lievemente, poi sempre più forte, contro a quella divisoria bianca, così forte, alla fine, che lei, ad una ventina di centimetri aldisopra del materasso, su quel muro, può distinguere i segni, toccare quelle cavità con la punta delle dita e contare le nocche della mano del marito inscritte nell'intonaco.
Mille e mille
sono i gravi

martedì 17 dicembre 2013

CIRCLE REVIEW N.4

E' on line il quarto numero della rivista The Circle Review, che ospita interventi di:
Chiara Prezzavento (laClarina)
Lucius Etruscus
Roberto Chiavini (Taddeo)
Katia Laudicella (Silmarien)
Daniel B. — Peekaboo among the brambles (nascondio tra i rovi)
Emma Pretti
Loretta Fusco
Giovanni Capponcelli (The Evil Monkey's Records)
Bianca Garavelli
Annarita Faggioni (Il Piacere di Scrivere)
e del sottoscritto me medesimo.
I miei pezzi li potete trovare a pag.26, prosa e pag.110, poesia.
E AGGRATIS!
Tutto qua:

http://ilcircolodellearti.myblog.it/the-circle-review-rivista-culturale-letteraria-del-ring/