martedì 30 dicembre 2014

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI - 3 -

Non potè fare a meno di soffermarsi almeno per un momento, giunto sul pianerottolo davanti all'ingresso dell'appartamento della signora Kontiki, e neppure seppe resistere alla puerile tentazione di salutarla un'ultima volta, e prima di riprendere le scale diede una carezza a quella porta.
Giunto davanti alla propria, di porta, incrociò Suroki, che invece stava scendendo:
“Oh, Suroki! Che cosa terribile! Ma davvero tu sai qualcosa in più della povera signora Kontiki?”
“Ma sì, guardi... che brutta esperienza... io stavo scendendo giù, vede, come adesso, dalle scale, tranquillo, come sempre, quando vedo che sullo zerbino della signora c'è qualcosa di grosso, grosso e informe. Lì per lì, sa, mi è sembrato proprio un grande sacco della spazzatura rovesciato, tutto nero, come se qualcuno l'avesse appoggiato senza troppa attenzione alla porta e quello fosse scivolato giù per il lungo dalla parte del pianerottolo. Ma subito mi sono accorto che c'era qualcosa che non quadrava, allora mi sono avvicinato per guardare meglio... la prima cosa che ho notato è che mi sembrava che fosse stato chiuso con qualcosa d'insolito. Osservo meglio e dico: ma questi, cavolo, son capelli! Avranno mica legato un sacco della spazzatura con dei capelli? M'han sempre raccontato di quanto fosse strana la signora Kontiki, ma questa mi sembrava veramente troppo strana.”
“Buon Dio, Suroki, un sacco legato con dei capelli! Chissà che spavento ti sei preso!”
“Sì, ma guardi, non è che mi sia tanto spaventato per il fatto che qualcuno avesse legato un sacco con un po' di capelli, no, diciamo che quello, al limite, con rispetto parlando, avrebbe potuto farmi un po' schifo e basta... è, piuttosto, che, guardando meglio, ho notato che quei fili portavano a qualcosa di più grande: una ciocca, e poi ad una massa di capelli ancora più importante: un'intera testa di capelli. E non solo, sotto, c'era proprio la testa, e poi, più in là, il collo, e tutto il resto. Era proprio la vecchia signora Kontiki, riversa sul proprio zerbino, altro che sacco della spazzatura, mio Dio!”
“Santo cielo! Non è che fosse ancora viva, vero?”
“Oh, no.”
“E come fai ad esserne così sicuro?”
“Perchè lì per lì, non sapendo davvero cos'altro fare, pietrificato dalla paura, l'unica cosa che son riuscito a pensare di sensato era chiamare un'ambulanza, ma qualcuno doveva averci già pensato prima di me, evidentemente, perché ero ancora lì chinato quando un tizio senza dirmi né buongiorno né buonasera m'ha scostato con... diciamo malagrazia, e, allontanatomi di qualche passo, ho potuto scorgere quattro figure che si piegavano sul corpo della povera signora, e, constatatane la morte, l'hanno coperta con una specie di arazzo. Sissignore, mica con un lenzuolo bianco come si vede di solito, ma con una specie di arazzo, davvero, e così, mezza arrotolata se la sono portata via.”
“Quattro strane figure... Suroki... capisco lo spavento, ma insomma, saranno stati quattro sanitari, no?”
“No, nossignore. Sono piuttosto certo che fossero elfi. Elfi oscuri, se mi permette la precisazione.”
“Certo... Giovanotto, non starò a chiederti quale possa essere l'evidente differenza che contraddistingue un normale elfo da un elfo oscuro, presumo che tu sappia bene queste cose perché tu in realtà altro non sei che uno gnomo di montagna in incognito, segreto che riesci a celare perché è troppo difficile da dire ciò che sei, e così non ti scopriranno mai, vero, scaltro Suroki? Solo, ti prego, aldilà di queste interessanti considerazioni di nordico folklore, di essere chiaro, di non raccontarmi impressioni e di attenerti ai fatti, per quanto puoi.”
“Questi son proprio i fatti, signore, non aggiungo altro, non mi prenda in giro, io sono un espertissimo giocatore di giochi di ruolo e mi bastano pochi dettagli per capire molte cose.”
“Certi dettagli, dici... tipo orecchie a punta e roba del genere, vero, Suroki?”
“Beh, sì, anche quelle, perché no? Vede, anche lei potrebbe riconoscere degli elfi se ne vedesse le orecchie.”
“Certo. Han detto niente? Hai capito dove la stavano portando?”
“No, parlavano tra di loro sommessamente, riuscivo a sentire soltanto dei bisbigli, e quel poco che carpivo, tra l'altro mi sembrava che non fosse affatto nella nostra lingua.”
“Ma in quella degli elfi oscuri.”
“E' probabile, ma confesso di non saperla riconoscere.”
“E sei riuscito almeno a vedere con quale mezzo si sono allontanati?”
“No, nossignore, ero un poco sotto shock, capisce, e non ho avuto neppure il coraggio di avvicinarmi troppo a loro, così, poco dopo, quando mi sono sentito più sicuro mi sono affacciato per vedere che facevano giù in strada, e quelli, puf! Erano già svaniti.”
“Puf. E' una cosa che fanno abitualmente, gli elfi?”
“Quelli oscuri?”
“E' qualcosa che fanno abitualmente, gli elfi oscuri?”
“Solo alcuni che ne hanno le capacità, all'occorrenza... potrebbero.”
“E si vede che in questo caso ce n'era proprio bisogno, vero, Suroki? D'accordo, ragazzo mio, ti ringrazio, mi dispiace che tu abbia patito questa brutta esperienza. Adesso ti lascio andare, spero che tu stia bene, a presto, ciao.”
“Beh, sì, la ringrazio per la solidarietà, ma sa, son cose che capitano, e bisogna presto farsene una ragione.”

“Certo, certo... come no, son cose comunissime.”

venerdì 26 dicembre 2014

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI - 2 -

Veniva sempre incaricato alla consegna delle comunicazioni per lei, il signor Ladnock, che fu uno dei primi a trasferirsi in questo stabile e che quindi, molto tempo prima, aveva avuto occasione, seppur saltuariamente, di frequentare sia la signora Kontiki che il marito. Silenziosamente, Ladnock adempiva con piacere a tale compito, nutrendo grande simpatia per la signora, e pacificamente, senza curiosità, accettava quella sua eccentrica scelta d'isolarsi dal mondo. Riteneva poi che questo sistema inusuale di lasciarle bigliettini sotto allo zerbino, come tipo di comunicazione, fosse comunque qualcosa di meglio di niente. In modo altrettanto silenzioso, il signor Ladnock era il più fervente ammiratore di quel balcone fiorito e l'unico, certamente, a non aver mai sentito il benché minimo bisogno di provare ad eguagliarlo: si limitava infatti a rimirarlo uscendo e rientrando, prendendo ogni volta mentalmente nota di ogni più piccolo cambiamento che sarebbe stato impercettibile all'occhio di qualsiasi altro, pur attentissimo osservatore: ogni minuscola fioritura, qualche nuova strabiliante screziatura di colore che appariva dalla notte al giorno su ogni singolo petalo. Non trovava il coraggio per confessarlo – e a chi? - il signor Ladnock, ma gli capitava spesso, quasi ogni mattina, che si svegliasse e rimanesse a letto, senza la benché minima voglia di alzarsi per affrontare una nuova giornata. Non gli piaceva davvero granché la vita che conduceva e l'unico motivo che lo spingeva ad alzarsi da quel letto e ad uscire dal proprio appartamento era l'incontenibile desiderio di non mancare mai a quell'appuntamento, dove avrebbe scoperto, ad esempio, quali sorprendenti tonalità avesse mai assunto quel particolare fiore viola in cui la sera prima aveva notato dell'”inquietudine”, così la chiamava, e che avrebbe scommesso che durante la notte avrebbe virato. Ma verso quale colore? Scommetteva, con sé stesso. Oh... non vinceva mai!
Così, un giorno, un brutto, bruttissimo giorno, rientrando a casa, non ebbe nessuna difficoltà a notare che molte di quelle piante, che già negli ultimi giorni l'avevano un po' insospettito, adesso erano davvero diventate più brutte. Oggettivamente.
“Sì”, pensò, “proprio più brutte...”
Scelse quella particolare parola, “brutte”, perché non gli passava neppure nell'anticamera del cervello, la possibilità che quelle piante stessero in realtà appassendo, semplicemente decise che stavano rapidamente cambiando, e per quanto gli sembrasse davvero strano, cambiavano in un modo che a lui proprio non piaceva.
“Santo cielo!” Disse poi, a mezza voce, avvicinandosi al balcone, “Che succede a questi fiori?”
Mezza voce da queste parti è un tono più che sufficiente perché la signora Chikin senta tutto e sbuchi fuori sul suo balcone per dire la sua, cosa che anche in questo caso, immancabilmente, fece:
“Cos'è successo? Semplicemente che nessuno, ora, cura più quel balcone. Per quanto lo curasse davvero qualcuno, prima.”
“E perché mai?” Chiese lui, sgranando gli occhi.
“Perché mai? Senti un po' che domande! Ma non sarà forse perché la signora Kontiki è morta?”
“Eh già!” Esclamò a quel punto il signor Ni, spuntato alla sua finestra, che non si voleva perdere il sapido dibattito, “Saranno già tre giorni, dico io.”
Ed il signor Ladnock che si sentì improvvisamente afflosciare, come un sacco vuoto, sostenendosi solo per non voler apparire debole a quei due, guardando a terra, esclamò:
“Tre giorni! Ed io che non ne sapevo niente!”
“Lei vive così isolato, signor Ladnock, non parla mai con nessuno, non vede nessuno... finirà come la signora Kontiki, lei... nel senso buono, intendo, capisce?”
“Già...”, disse lui, allargando le braccia, certo non per manifestare rassegnazione, ma nel tentativo d'aggiustare il proprio incerto equilibrio, “ma come è successo? E il funerale?”
“Mah, chissà, l'unico che abbia visto qualcosa, a quanto ho capito, è il giovane Suroki. D'altra parte non credo che neppure lui ne sappia molto di più.”
“Più di cosa?” chiese il signor Ni, “Non sappiamo niente, dico io.”
“Sappiamo che è morta”, tagliò corto la signora Chikin, “ed è un dato già più che sufficiente, per conto mio.”
“Oddio”, intervenne Ladnock, “che grande, vero peccato è questo... che tristissima cosa!”
“Già”.
Ed il signor Ladnock, levatosi il cappello e ritrovata un poco di forza, salutò con voce ferma, ed incominciò ad inerpicarsi su per le scale, a capo chino, e la prima cosa che gli venne in mente, con amarezza, fu che da quel giorno la signora Ni sarebbe stata felice di avere il balcone più bello del condominio. “Buon per lei”, pensò, “ma ben poca cosa è quel balcone, ben poca cosa.”

lunedì 22 dicembre 2014

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -1-

C'era, una volta, un balcone fiorito. Non uno qualsiasi, oh, certo che no: era il più bel balcone fiorito che si fosse mai visto, giù a Juron, e per quanto ne sappiamo, più bello di tutti quanti i balconi che mai fiorirono fino ad allora nel mondo, e chiunque, che abitasse nei dintorni o si trovasse a dover passar di lì per caso, non poteva far altro che sospendere a mezz'aria il proprio passo per qualche istante d'ammirata, pura, meraviglia. In molti, poi, addirittura, allungavano apposta il giro che normalmente percorrevano per tornare a casa, solo per dare un'occhiata alle nuove fioriture, ed a volte, queste erano così clamorosamente belle che, una volta rincasati, capitava che ne discutessero in famiglia e che tutti i componenti decidessero di passar di là all'indomani per partecipare a quello spettacolo.
Gli altri inquilini del condominio che ospitava questo splendore, più volte tentarono d'eguagliarne la bellezza, spesso dichiarando di volerlo fare al solo scopo d'uniformare l'aspetto esteriore di quella facciata dello stabile, ma Accidenti!tutto era inutile, impareggiabile restava l'incanto di quel balcone, al punto che, esasperato, qualcuno si azzardò a dire della signora Kontiki, che lo curava: E' una strega! Ah, strega non saprei, diceva qualcun'altro, certo, quelle piante, quei fiori, qualcosa di veramente prodigioso ce l'hanno. Strega, strega, incalzava un terzo, ma sottovoce, per scaramanzia, forse, ed aggiungeva: Io... io che abito di sopra, sento per tutta la notte che fa avanti e indietro, ed è un continuo di rumori strani, cari miei! Ma che tipo di rumori? Strani. Strani come? Stranissimi! E quel balcone? Lei l'ha mai vista lì fuori a curare quelle sue belle piante? Eppure!!! Eppure guardate che meraviglia! Vi sembra una cosa normale? Eppure... Eppure. Ma lasciate perdere il suo balcone, per un attimo... così, in generale, da quanto tempo è che non si vede più in giro proprio per nulla, quella vecchia? Ah, io dico dai tempi della morte del marito. Era sposata, quella? Ma certo... da allora, è da quando è rimasta vedova, più o meno, che non si fa più vedere.

Era proprio così, più o meno. A partire da un giorno preciso in cui nessuno di quelli che la incrociarono pensò che potesse essere importante annotare da qualche parte la data, l'ora, il minuto a partire dal quale, durante quel luttuoso periodo seguito alla morte del marito, da un momento all'altro, la signora Kontiki non s'era più fatta vedere da nessuno. Nessuno che noi conosciamo, perlomeno, c'ha mai detto d'averla vista in giro più di recente. E' da sottolineare, tra l'altro, che nessuno dei più giovani fra i condomini la potrebbe mai riconoscere. La sua clausura era ormai così ermetica che si era giunti ad alcuni assurdi: quando, ad esempio, era necessario contattarla per l'amministrazione condominiale, per qualche spesa, per una qualsiasi, stupida richiesta, sarebbe stato tutto tempo perduto quello passato a bussare, suonare il campanello, grattare alla porta o gridarci attraverso, lei non apriva a nessuno. Quella, Maledizione!non rispondeva mai, benché tutti sapessero benissimo che stava là dentro, e non si dava neppure la pena di attutire i propri passi per far almeno credere che, per miracolo, s'era forse decisa ad uscire, né concedeva d'inviare una parola, almeno, aldilà della porta, un segnale qualsiasi. Allora le si infilava un biglietto sotto allo zerbino, ed il giorno dopo, immancabilmente, lei faceva ritrovare una delle sue vecchie buste ingiallite contenente dei soldi, o la risposta ad una richiesta, se lo considerava opportuno o pertinente. Certamente, durante il corso di quella notte, se qualcuno si fosse appostato sul pianerottolo, insonne, forse avrebbe potuto carpire l'immagine di quella signora, o perlomeno di un suo braccio, di una sua mano, nell'atto di ritirare quel messaggio e di infilare là sotto la propria risposta. Ma non credo che nessuno abbia mai ritenuto tutto ciò un'attività per cui valesse la pena di perder del tempo. Il biglietto, naturalmente, non glielo si poteva far passare sotto alla porta, perché qui, a Juron, c'è una legge che protegge la proprietà privata in ogni modo, quasi eccessivamente, ci permetteremmo di dire, cosicché, ad esempio, persino infilare un biglietto sotto ad una porta rappresenta la violazione di uno spazio privato. Se, per dirne una, vi si fermasse di fianco un'autovettura ed il guidatore vi chiedesse di offrirgli una sigaretta, state bene attenti quando gliela porgete a non infilare neppure un'unghia all'interno dell'ideale spazio di quella macchina, perché potreste ritrovarvi addirittura denunciati. Per questo veniva lasciata la comunicazione sotto allo zerbino, non era un'esca per fare uscire la signora, semplicemente non c'era alternativa.