lunedì 26 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -8-

Per questo venne promulgata tale legge, e mai e poi mai le si può trasgredire. Non si può scacciare nulla che sia vivo, umani esclusi, ovviamente, una volta che si sia introdotto in uno spazio privato: piante, animali, vanno lasciati liberi di muoversi dove vogliono. Riguardo poi alla signora Trialairt, girava sul suo conto, a proposito di tale legge, questa storiella, che era diventata davvero proverbiale, al punto d'esser regolarmente raccontata dalle diverse persone con innumerevoli varianti. Noi la conosciamo così:

LA SIGNORA TRIALAIRT E IL FACOCERO HULUH

Doveva aver battuto la testa, la signora Trialairt, o almeno così concluse, un mattino in cui si risvegliò al canto del gallo tutta lunga distesa sul pavimento dell'atrio di casa, la porta socchiusa. O chissà, forse qualcuno l'aveva aggredita durante la notte, e colpita alla testa, probabilmente era finita lì, preda d'un'amnesia, o di qualcosa di peggio, chi poteva saperlo? Tentò faticosamente di rialzarsi, e, carponi, s'avvicinò alla porta, volendo richiuderla, ma proprio in quell'istante, fulmineo e grugnente, fece il suo ingresso trotterellando il facocero Huluh. Oh, santo cielo, esclamò lei, Grunt, le replicò lui in faccia. Ben consapevole dell'inflessibile legge che le avrebbe impedito anche soltanto d'invitare gentilmente l'animale ad andarsene, la signora Trialairt, appena ripresasi dallo shock patito a causa dei misteriosi fatti avvenuti nelle ultime ore e da quello dovuto all'ingresso di questo sgradito e grossolano ospite, pensò che spalancare tutte le porte fosse una buona strategia per disorientare il facocero riguardo ai limiti della propria abitazione: confuso, l'animale si sarebbe magari allontanato soltanto d'un passo fuori da una porta e lei gliela avrebbe richiusa immediatamente sulla coda, liberandosene. Ma quello, a quanto pare, non ci pensava neppure: dormiva tutto il santo giorno stravaccato sul divano e poi, di notte, veniva regolarmente sorpreso dalla signora tutto immerso nel saccheggio della dispensa. Abbuffatosi smodatamente, ritornava al divano, ed il suo tragitto si ripeteva così giorno dopo giorno. Huluh diventava sempre più grasso e felice, mentre la padrona di casa dimagriva a vista d'occhio e si deprimeva sempre di più. Così, convinta che la situazione senza un aiuto esterno non si sarebbe mai evoluta né sbloccata, prima di decidere d'attuare una qualche nuova tattica che poteva farla incappare nell'illegalità, decise di consultare un avvocato specializzato in problemi di questo genere. Scappatoie legali non ce ne sono, purtroppo, le comunicò il legale, che però le impartì alcuni sperimentati consigli pratici, avendole segnalato subito l'errata conduzione strategica della cosa. Le disse: 1) Lei, signora, smetta assolutamente di comprare cibo e di portarlo in casa ed incominci a mangiare fuori, sempre; 2) Le sembrerà assurdo, ma, mi creda, è meglio che tenga tutte le uscite chiuse, così otterrà due vantaggi: 2a) Nessun altro animale, cosa sempre probabilissima che complicherebbe di non poco il problema, s'introdurrà in casa sua, e, soprattutto, 2b) Il succitato Huluh si sentirà in trappola e senza cibo: molto presto, inteso che lei non ne introdurrà più in casa, e che lei consuma i suoi pasti in un luogo diverso, in un bel momento, notando che lei sta per uscire, senza fallo, vedrà, la seguirà, senza che lei si sforzi minimamente per invitarlo in tal senso, e non appena avrà la coda fuori, ecco fatto, risolto il problema. Oh, che magnifica idea! Esclamò la signora Trialairt, visibilmente sollevata. Attuata così tale strategia, dopo alcuni giorni in cui il facocero molto si lamentò per la fame, trascinandosi in modo patetico su e giù per la casa, senza però riuscire mai a destare pietà nella sua ospite che nel frattempo saltellava qua e là gaia e rifiorita, giunse un momento in cui, avviandosi verso l'uscita notò subito che Huluh la seguiva inquieto e pensò: Oh, finalmente è giunto il momento buono! Aprì così la porta ed il facocero, invece di seguirla ad un'educata distanza come lei si sarebbe aspettata, le saltò alla gola e stava proprio per divorarsela, se non fosse che proprio in quel mentre, approfittando della porta socchiusa, faceva il suo ingresso il serpente Ach'k'hca, esemplare a tal punto orribile e disgustoso, che il buon Huluh arrivò persino a rinunciare al suo più che agognato pasto, pur di filarsela lontano, tutto sdegnoso e schifato. Ach'k'hca, incredulo e felice per il colpo di fortuna che gli era capitato, grazie al quale prendeva possesso in un solo momento d'una bella abitazione e d'un così gran banchetto che lo avrebbe impegnato nella digestione per diverse settimane, non volle perder tempo e subito incominciò ad inghiottire lentamente la signora Trialairt tutta quanta per il lungo, dai piedi alla testa. Terminata l'estenuante operazione, più che soddisfatto, s'addormentò. Senonché la digestione venne drammaticamente interrotta da un fatto inatteso che il nostro serpente non s'era curato d'accertare nella frenesia dell'attimo. Aveva dato per scontato, lo stolto, che l'anima della signora Trialairt se ne fosse già certamente dipartita, ma non era così. E l'energia residua nel corpo dell'inghiottita signora iniziò una furibonda lotta contro ai succhi digestivi dell'immondo rettile che l'avvolgeva come un guanto di pelle di serpente. Alla lunga ne ebbe ragione, fortunatamente per lei, e da quel cumulo di carni mal assortite risorse alla prima luce del giorno la figura nota della signora Trialairt, svenuta, con la pelle lucidissima. Dopo pochi istanti cantò il gallo e si svegliò, la padrona di casa, completamente dimentica di tutti quegli incredibili avvenimenti. Si sollevò a malapena, intontita, notò che la porta era socchiusa e carponi le si avvicinò con l'intenzione di chiuderla quando proprio in quel momento, trotterellando e grugnendo, fece il suo ingresso un simpatico maialino zannuto.

giovedì 22 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -7-

Al ritorno ritrovò il signor Ni, solidamente installato nella sua consueta postazione, che lo salutò così:
“Buongiorno. Di ritorno, signor Ladnock? S'è fatto una bella passeggiata?”
“Sì, piuttosto bella, grazie, soltanto... sa una cosa? Stamattina sono stato svegliato dal melodioso canto d'un uccellino, e così m'era preso il desiderio di recarmi al parco per godermi un bel concerto. Beh! Vuol saperlo? Sarà per tutto il vento che c'è stato, sarà per il caldo improvviso che è tornato oggi, io non me ne intendo di uccelli, fatto sta che, ci fossero o no, io non ne ho sentito cantare nemmeno uno. E la cosa più strana, sa qual è? Che ritorno qua e mi sembra di sentire la stessa melodia del mio risveglio. Sa, a volte capita: forse ce l'ho nella testa.”
“Forse ce l'ho nella testa anch'io, signor Ladnock”, replicò Ni, “e benché neppure io me ne intenda granché d'uccelli, penso di conoscere quello che l'ha svegliata stamattina.”
“Davvero? E come potrà mai conoscerlo, lei?”
“Campeggia allegramente da ieri sera in casa mia. Vede? Qui, in cucina.”
“Oh... davvero?!”
“Davvero. E non è il primo, sa? Questa settimana è già il terzo che viene e, speriamo, va. Almeno che non sia lo stesso che ha imparato la strada... tant'è: con questo caldo io mica posso tenere le finestre chiuse, speriamo che sia finita questa processione, dico io.”
“Ma è una cosa così bella, la invidio!”
“Bella... lei parla bene, signor Ladnock, perché non abita al piano terra, ma qui, con tutte queste bestie in giro, noi ci sentiamo alla mercé di ogni pericolo. Io non so mai cosa corro il rischio di ritrovarmi in casa.”
Si trattenne, Ladnock, dal dire che doveva già essere una punizione più che sufficiente, in effetti, ritrovarsi in casa tutti i giorni la signora Ni, e disse:
“Con tutto il rispetto, credo che per gli uccelli il piano terra o il quinto piano non faccia tutta questa differenza.”
“Già. Sì, certo. Ma i cani rabbiosi? O metta che s'aggiri inquieto ed affamato un alligatore?”
“Beh, se veniamo a scoprire che ci sono alligatori in giro, ci faremo scavare un bel fossato intorno a casa dove allevarli e crescerli come sentinelle. Sa quanto risparmieremmo sulla vigilanza?”
“Si dice: chi vigila i vigili? Gli alligatori, diremmo.”
“Già,” disse ridendo il signor Ladnock, “già... insomma... d'altra parte, Ni, c'è questa legge e bisogna rispettarla, no? La natura non si può respingere. E si consideri fortunato, che sono uccellini e le rallegrano la giornata.”
“Sì, sì, sicuro, signor Ladnock, certo è che io non ho nessuna intenzione di fare la fine della signora Trialairt.”
E per questa battuta risero entrambi, e si salutarono.
Venne promulgata, questa speciale legge, in seguito a questo strano caso: v'era, a Juron, una particolare razza di formichiere chiamata Chilan. Era, questo, un animale davvero molto raro e prezioso, perché grazie a lui si potevano prevedere i terremoti. Non è facile spiegare scientificamente le funzioni che rendevano possibile tutto ciò, fatto sta che le formiche di cui era ghiotto, nell'immediata vigilia di un sisma, a causa della fuoriuscita di certi gas dalle inquiete profondità della terra, diventavano estremamente tossiche. Velenose, sì, ma non proprio mortali, e quando i nostri Chilan le mangiavano, durante la digestione mostravano quest'effetto collaterale: i loro occhi diventavano rossi e lucenti come la brace e bastava gettar loro un rapido sguardo per capire molto facilmente che cosa stava per succedere. La cittadinanza aveva così tutto il tempo per mettersi comodamente in salvo. Erano, quelli, tempi in cui, per fortuna, non avvenivano terremoti di qualche importanza da molte generazioni, ed i poveri Chilan erano davvero molto trascurati e correvano seriamente il pericolo d'estinguersi, mentre le case della città venivano invase da eserciti di formiche.

Accadde che durante una rigida notte, uno degli ultimi di quei formichieri, facesse visita al signor Kok cercando riparo. Era una buona regola, comunemente rispettata, quella di permettere sempre a questi preziosi animali di entrare nelle case, anche per ripulirle dalle formiche. Vuole invece il destino che il signor Kok fosse in quel frangente particolarmente affamato, ed essendo lui un fanatico delle gastronomie esotiche, ritenne che l'animale sarebbe stato un imbattibile antagonista. E così lo cacciò malamente, senza mai curarsi, durante il corso della notte, di dare almeno uno sguardo all'animale, nonostante il suo continuo bussare, e non potendo così mai notare le braci che ardenti bruciavano negli occhi del Chilan. Un poco denutrito, debilitato dal periodo intossicante delle poche formiche di cui si era cibato, la rigida notte diede il suo colpo di grazia al povero formichiere, che morì. Con poco dispiacere, trovatolo morto, all'indomani, lui ed alcuni vicini lo seppellirono poco lontano. Si dice che il signor Kok in quei momenti fischiettasse melodie sconclusionate. Costui si giustificò esibendo il proprio certificato di sordità, dicendo di non averlo sentito bussare e di aver pensato che quello si fosse avviato verso un'altra abitazione. In molti, nei secoli successivi, ebbero a discutere sui diritti e sui doveri di quest'individuo, chi sostenendo che per gola ed ingenerosità causò un immane disastro, chi, invece, alzando la bandiera dei diritti del privato lo difendeva ad oltranza. Certo è che d'immensa gravità fu la conseguenza di quel suo brutto gesto! Fu più o meno un'ora più tardi che il più tremendo terremoto che mai Juron conobbe colpì la città radendola praticamente al suolo. La terra rivoltata restituì il corpo mal sepolto del Chilan, che venne allora prelevato, e tuttora si conserva e si esibisce in una sala del municipio, dove è impagliato ed i suoi occhi sono stati dipinti d'un rosso acceso, nello spirito d'un verismo pedagogico che ci sembra un poco discutibile. 

venerdì 16 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -6-

Passò, dunque, del tempo: il fiume delle ore scavò il suo solito, antico corso. Al signor Ladnock vennero offerti giorni tranquilli e giorni tristi, ma per lo più, semplicemente, giorni, come sempre. Non c'era mai modo, però, di dimenticarsi di quei fiori, ed ogni volta che apparivano davanti ai suoi occhi trasognati o ondeggiavano leggeri tra i suoi pensieri, provava un'acutissima stretta al cuore, sentiva che un oceano di buio lo stava sommergendo e che la luce si frangeva in mille inutili frammenti sul fondale. Ora cercava di non fermarsi più davanti a quel balcone, anzi, accelerava il passo, chinava il capo, entrando e uscendo da casa.
Ci fu bello e cattivo tempo, ci fu caldo, e sole, e siccità, poi ingiallirono le foglie, poi caddero. Venne una notte in cui tirò un forte vento. Le finestre, le porte lasciate aperte di tutto lo stabile sbatterono come schioppettate, tutte in fila, come una breve, letale raffica di mitra. Danzarono i cancelli sui loro cardini, ululando come lupi. Un vento caldo, secco, tesissimo aveva sorpreso la quieta notte di tutti, a Juron. Ma Ladnock s'addormentò senza troppa fatica, anche l'insonnia, ormai, l'aveva annoiato. Nel bel mezzo di quel sonno, sognò la signora Kontiki. Gli parlava da una terrazza altissima, posta al culmine d'una torre. Grazie al vento, così, almeno, gli parve, la sua voce poteva giungere chiara e netta al suo orecchio, senza bisogno che lei alzasse il suo tono, proprio come se l'avesse avuta lì accanto, e queste furono le parole che udì:
I miei pensieri, i miei intimi dolori, i miei sentimenti, tutto ciò è dentro di me, per sempre, è tutto mio. Non potrai averlo.
“No, no,” rispose il signor Ladnock, che guardava verso la cima della torre col cappello fra le mani, “non li voglio, non mi permetterei mai di toglierle qualcosa del genere.”
Ma il mio viso, il mio modo di camminare e di muovere il mio corpo nello spazio comune fra me e te, le mie parole, le mie lacrime, il colore dei miei occhi sono miei e tuoi.
“Grazie, signora, sono tutte cose molto belle, belle davvero, nessuno potrebbe negarlo.”
Gli oggetti che stanno in casa mia, sono miei. Non puoi averli.
“Oh, signora, no di certo, ci mancherebbe, sa bene, spero, che non mi permetterei neppure di desiderarli.”
Ma la porta l'hai accarezzata.
“Sì, signora, l'ho fatto così, d'impulso, senza pensarci, voleva essere un gesto innocente, una specie di saluto.”
La porta di casa mia è mia e tua.
“Certo, è giusto, signora, è vero.”
I sogni che faccio, sono solo miei, ma anche tuoi sono i miei capelli.
E detto questo, sciolse una lunghissima treccia, che arrivò addirittura fino a terra.
“Oh, santo cielo, signora, sono davvero una meraviglia. Non avrei mai pensato... o meglio, mai avrei pensato, fino a questo punto, voglio dire...”
Non credere, non voglio che tu scali la torre, sei troppo vecchio. Troppo vecchio. Vorrei solo che tu capissi. Che tu capissi.
“Cercherò, ci sto provando.”
E mentre lui diceva queste poche parole, lei, zac!con un colpo secco di forbice si tagliò quella treccia, che a lungo, a lungo, a lungo Ladnock osservò precipitare fino ad accumularsi ai piedi di quella torre, davanti a lui.
Vorrei che li seppellissi, ora, caro Ladnock.
E subito lui si mise all'opera, ed in sogno gli fu facilissimo scavare una buca profonda e calare giù quella massa di capelli, e ricoprirla.
Proprio allora incominciò a cadere una leggera, gradevolissima pioggerella e prestissimo, da quella terra che lui aveva appena ricoperto, crebbero in un istante degli arbusti, e poi, dopo una piccola, breve, silenziosa pausa, uno schianto di tuono fece tremare la torre e Ladnock, che si ritrovò prodigiosamente immerso in una fittissima foresta. Sentì allora l'insistente cinguettio di molti uccelli, e questo lo risvegliò.

Confuso, quasi frastornato, si trascinò fuori di casa con l'idea di stare un poco al parco, dove avrebbe potuto prolungare l'ascolto di quella dolcissima melodia, e dove stavolta gli uccellini l'avrebbero cullato fino a farlo riaddormentare, invece di dargli la sveglia, come all'alba, ed in questo nuovo sonno si prefigurava qualcosa di rivelatore sul significato del sogno della notte precedente. Dopo molti giorni passati senza che l'avesse mai fatto, quel mattino si soffermò davanti al balcone della signora Kontiki, perché qualcosa aveva attirato la sua attenzione: forse a causa di tutto quel vento soffiato durante la notte passata, alcuni fiori avevano piegato il loro capo e sporgevano ora all'esterno della ringhiera. Il signor Ladnock si tolse il cappello, esibì un cordiale cenno di saluto con la testa, e pensoso, s'incamminò, in cerca del canto degli uccelli.

giovedì 8 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -5-

All'indomani mattina, uscendo, si fermò a lungo, cosa che da un po' di tempo ormai non faceva più, ad osservare, con infinita malinconia, quei fiori, quelle piccole piante che lentamente, loro, sì, diventavano vittime sicure dell'incuria, vite soggette ai capricci altrui, esposte ed indifese, inermi prede tra le fauci di quella mostruosa ed implacabile creatura che altro non è che il tempo che passa. Ladnock prese allora una decisione, che bello, prendere delle decisioni, talvolta, capita che ne stai prendendo una e ti accorgi che era da tanto di quel tempo che non lo facevi, e ti piace. Prese la decisione, in onore a quel messaggio prodigioso che non doveva essere trascurato o peggio dimenticato, che il suo unico scopo vero sarebbe diventato, d'ora innanzi, quello di combattere l'incuria che uccide, di costruire una barriera intorno alle vittime del mondo che passa indifferente: tener vivo il balcone della signora Kontiki, ad ogni costo. Invano, poi, a lungo, quel giorno, vagabondò in cerca del luogo della sepoltura della signora. Chiese informazioni al Comune, non trascurò d'interrogare i guardiani di tutti i cimiteri che costellavano la città: nessuno ne sapeva niente, a quanto pare, addirittura non trovò che il decesso della signora fosse registrato da qualche parte. Probabilmente, pensò, la stava cercando con il nome sbagliato, forse Kontiki era il nome da signorina, ed il nome del marito, Ladnock, non lo ricordava più. O forse, chissà il perché, lei amava farsi chiamare in quel modo, e chissà il perché... chissà, chissà, forse, ma, tant'è, non ci fu modo per lui di saperne di più.
Tornato davanti a casa vi trovò affacciata la signora Chikin, e così, giusto perché gli sembrava scortese passare facendo finta di niente, e un po' perché voleva “esplorare” l'argomento, disse:
“Certo, è proprio un grande peccato, per questi fiori, per queste piante!”
“Eh, già! Ma cosa vuole, non possiamo proprio farci niente di niente, dobbiamo purtroppo rassegnarci all'idea di vederle morire un poco alla volta.”
“E' una cosa terribilmente odiosa.”
“Odiosissima.”
“Ma... ascolti... secondo lei, non ci sarebbe un sistema, che ne so, una scappatoia... una cosa che potremmo magari fare, mettendoci d'accordo noi del condominio senza dir niente a nessuno, insomma, semplicemente scavalcando la ringhiera, ad esempio.”
“Eh, già, sarebbe proprio bello, come dice lei. Mi sorprende, signor Ladnock, lei che è sempre stato, e sempre è, per carità, così educato e ligio. Cosa mai mi viene a raccontare! Ma senti un po'! Lo conosce, lei, qualcuno che si rischierebbe la galera per annaffiare due piante? Lei, alla sua età, lo farebbe di beccarsi una condanna per il dispiacere di veder morire dei fiori?”
“La mia età, purtroppo, mi impedisce sia di finire in galera, sia di scavalcare la ringhiera. Scusi la rima.”
“Si figuri. Scusatissimo. A me piacciono le rime. E così vorrebbe che qualcun altro si facesse la galera al posto suo per il suo dispiacere di veder morire dei fiori.”
“No, non intendevo questo.”
“Eh, già. Poi lei parla bene, ma ha idea del motivo per cui quel balcone è così tanto più bello di tutti gli altri? Era...”
“No, non precisamente, davvero.”
“Lei pensa di saltar là dentro e di buttar sopra un po' d'acqua e tutto torna come prima.”
“Sì, pensavo a qualcosa del genere.”
“Eh, già. Lei non saprebbe mai curare quei fiori come sapeva fare quella signora. Né lei né io lo sapremmo fare, nessuno. Così sa cosa succederebbe? Che oltre al fatto che rischieremmo di finire tutti in galera, ci ucciderebbe la frustrazione per non essere stati capaci di farlo nel modo giusto, vedremmo quei fiori morirci fra le mani, invece che dietro a quelle sbarre, dove la colpa non ce l'ha nessuno.”
“Almeno ci potrei provare, penso io.”
“Però, suvvia, signor Ladnock, facciamocene una ragione, in fondo non sono che piante e fiori, è normale che muoiano prima o poi.”
Si affacciò, a quel punto, immancabile, il signor Ni, che domandò, introducendosi subito nel discorso, senza neppure salutare:
“Ma insomma, non aveva neppure un parente, questa donna? Neanche uno, è mai possibile?”
“No, nessuno”, rispose Ladnock, “lo so bene perché con me si lagnò più di una volta del fatto di non sapere a chi lasciare le sue cose.”
“E cosa sarà dell'appartamento?”
“Se non lo reclamerà nessuno che ne abbia titolo, passati i cinque anni di legge passerà al Comune, e quello lo assegnerà ad una famiglia bisognosa.”
“Speriamo che non siano troppo numerosi”, intervenne la signora Chikin.
“Se fossero poco numerosi sarebbero anche poco bisognosi, dico io”, credette di dover precisare, minaccioso, il signor Ni.
“E nel frattempo, quei fiori saranno già morti mille volte”, concluse Ladnock.
“Già.”
“Eh, già.”
“Arrivederci, signori.”
“Arrivederci.”

“Arrivederci.”

domenica 4 gennaio 2015

IL BALCONE FIORITO DELLA SIGNORA KONTIKI -4-

Ladnock fece così rientro in casa propria, dove consumò di malavoglia una cena frugale. Presto si coricò, abbattuto e stanco, e gli parve di sognare per tutta notte il fiorito balcone della signora Kontiki. Nel corso del mattino seguente gli venne l'dea, chissà il perché, di esaminare lo zerbino, teatro delle loro essenziali comunicazioni, dove Suroki gli aveva raccontato d'aver scoperto la signora defunta. Gli sembrò proprio, ad una prima occhiata, che quell'oggetto non avesse nessuna sorpresa da riservargli. Ma poi, preso ancora da quel suo speciale, puerile, ed anche un poco romantico impulso, non resistette alla tentazione di sollevarlo, colmo d'un sentimento nostalgico, nell'oscura, inspiegabile speranza di trovarvi qualcosa di inconsueto. Era, insomma, alla disperata ricerca di una qualsiasi cosa che lo potesse un poco consolare. E davvero c'era, qualcosa! Quale fu la sua sorpresa! Lì sotto stava una delle note vecchie buste ingiallite della signora. Le avrebbe riconosciute tra milioni. Leggermente disorientato dalla scoperta, cercò velocemente di ricordarsi se non ci fossero state recenti comunicazioni restate in sospeso, in attesa di risposta, qualcosa che s'era dimenticato di controllare, forse, ma: no! Erano certamente passate molte settimane dall'ultima raccolta delle spese condominiali, ed era sicurissimo che da allora non c'era più stata nessuna occasione per “parlarle”. E allora, questo, cos'era? Doveva certamente essere qualcosa di diverso, qualcosa di speciale. Non si domandò neppure per un istante, se quella busta fosse indirizzata a lui, semplicemente, in modo un poco furtivo, l'infilò nel taschino interno della giacca e volò su per le scale, come un giovanotto, verso il proprio appartamento. Durò ben poco, quel tragitto, ma quanto basta per pensare che non avrebbe aperto la busta prima di adempiere alle cose che si era prefisso di fare durante il mattino. Voleva mantenere la calma ed un certo contegno, che diamine! Trovava inaccettabile farsi sopraffare dall'emozione per una cosa così da poco. Appena fatto ingresso in casa sua, si chiuse alle spalle la porta, e girò la chiave due volte, cosa del tutto inconsueta, per lui, segno che già le sue buone intenzioni stavano cedendo. Lasciò la busta sul piattino delle chiavi, sul mobiletto nell'anticamera, convinto di uscire ancora, di andare dove doveva andare, via, tranquillo. Non c'è nessuna fretta. Ma si accorse ben presto di essere preda d'un incontrollabile tremore, e, conscio, dopo un'occhiata allo specchio, d'essere assolutamente impresentabile per il mondo esterno, in quelle condizioni, si arrese ed aprì quella busta. All'interno c'era un foglio, la carta da lettere della signora Kontiki, percorsa da una lunga filigrana che disegnava, naturalmente, un tema floreale. Ed il contenuto, che il signor Ladnock lesse con il cuore in gola, era questo:
Se mi leggi, significa che un giorno hai accarezzato la porta che chiude il luogo in cui vivevo. E' stato un dolcissimo saluto, davvero. E non ti sei fermato, hai voluto persino guardare sotto allo zerbino, dove mi hai trovato. Questi gesti significano che l'età non ti ha sottomesso, la marcia del tempo non è riuscita a calpestare il tuo cuore. Non è affondato nell'inerzia melmosa della rettilinea vita di tutti i giorni e la sua luce continua a risplendere forte, per quanto tu ti voglia convincere che oceani tenebrosi lo stiano circondando malevoli pronti ad offuscarla e spegnerla. Se continuerai ad agire, a parlare seguendo quella chiara luce, le tue azioni saranno sempre giuste, a dispetto di tutte le convenzioni e le opinioni contrarie. Le Tue parole indicheranno la via a chi avrà ancora uno spiraglio, nel petto, per lasciare che quella luce penetri. Se nei tuoi occhi ci sarà quest'amore, l'oggetto del tuo sguardo risplenderà dell'energia abbagliante scaturita da questa tua luce, se ne sfamerà, e si gonfierà, fino a diventare maestoso ed a volte persino temibile. Ma non avere paura, mai. Conserva la tua luce, Ladnock, dai la vita, amico mio.

Che messaggio strano... commovente, bello, sì, ma strano. Stranissimo messaggio, pensò il signor Ladnock. Certo, non poteva averglielo scritto altri se non una persona strana. Che è come dire rara. Preziosa. Che prezioso messaggio, che gran prodigio, concluse Ladnock, stretta la lettera in mano, lo sguardo posato aldilà dei vetri della finestra.