venerdì 23 ottobre 2015

FAVULA 2/2

La prima parte qui: 

Passarono poi molte altre cose. Notò che gli oggetti, gli animali, le facce di persone che non conosceva, che non avevano mai fatto parte del suo passato, andavano oltre, mentre quelle che erano state presenti nella sua vita si univano alla sua nuvola, che Ormai, si disse ridendo, chissà che forma avrà preso! Fu il turno di una nuvola a forma di gatto, un gatto qualsiasi, sulle prime, credette... invece, avvicinandosi, lo riconobbe: era il suo gatto. E poi fu il momento d'un cane... del suo cane. Sulle prime si commosse, perché si rese conto che non ricordava più quanto gli volesse bene, sentì il suo cuore riempirsi e quando le loro nuvole s'unirono alla sua si fece delle grandi risate. Appena il tempo di riaversi da queste emozioni che ecco che davanti a lui si presentano due nuvole, in tutto e per tutto uguali a mamma e papà che gli vengono incontro. Non ricordava più quanto gli mancassero e sentì un gran peso sullo stomaco. Allungò le braccia quanto poté per cercare di toccarli, di stringerli, ma quelli, fusi insieme, lo sfiorarono lungo tutto il corpo, facendo avanti e indietro su di lui e provocandogli un tale solletico che non riusciva proprio in alcun modo a smettere di ridere, ed infine lo attraversarono finendo anch'esse per fondersi con la nuvola che inizialmente era a forma di conchiglia e che ora, Chissà se a forza d'unirsi con le altre è diventata più grande o ha cambiato forma, chissà a cosa assomiglia ora. La visione dei suoi animali e dei suoi genitori gli lasciò una gran pena. L'inferno, pensò, è quando ritrovi qualcosa che non ricordavi più d'amare così tanto e subito te lo tolgono. Quest'idea d'inferno in paradiso, di colpa da espiare, una colpa che non riusciva a ricordare, gravava così tanto, nell'animo suo, che sentì di star sprofondando, credette d'essere diventato improvvisamente troppo pesante per poter ancora a lungo occupare stabilmente la propria posizione, ed infatti, piano-piano, scendeva sempre più giù nel cuore della nuvola. Provò ad aggrapparsi con tutte le sue forze, ma più si sforzava e più velocemente discendeva. Venne risucchiato fin nel profondo della nuvola, cercò di nuotare, di stare a galla, perché temeva che una volta che l'avesse attraversata tutta sarebbe poi precipitato al suolo, laggiù, dove proprio non avrebbe voluto tornare. Invece, quando tutto gli sembrava perduto, non sentì più la nuvola intorno a lui e capì d'esser lui stesso diventato la nuvola, ed Ecco, pensò, ecco a cosa assomiglia ora la nuvola. Quella nel frattempo aveva preso la sua forma, in tutto e per tutto, era diventata lui, e lui era diventato la nuvola. Rise. Rise moltissimo, sospirò e si fece condurre dal vento attraverso il cielo.
Terminata la spinta che l'aveva sbandierato qua e là nell'azzurro, s'accorse di poter tranquillamente camminare sospeso nel cielo, nello stesso modo che fosse stato in terra. Notò addirittura che tutte le nuvole intorno a lui andavano assumendo l'aspetto dei palazzi, delle strade, dei negozi della sua città. Allora gli crebbe dentro una specie d'ansia, gli venne in mente, chissà perché, d'essersi gingillato troppo a lungo, pensò di dover correre, Così in cielo così in terra, di essere già largamente in ritardo per il lavoro. Giunse così tutto trafelato al suo ufficio, al secondo piano d'un palazzo tale e quale a quello lasciato laggiù sulla terra, ma tutto fatto di nuvole che replicavano ogni più piccolo dettaglio. Guardò l'orologio alla parete: le lancette, esili fili di fumo, denunciavano senz'alcun dubbio il suo grave ritardo. Allora riprese a correre per raggiungere la scrivania del capoufficio, per porgergli le proprie scuse, per giustificarsi, già pensava di dirgli Mi perdoni, sa, capisco la mia mancanza, ma non m'era mai capitata prima questa strana cosa dell'aggirarmi in cielo e certamente devo aver perso la nozione del tempo, un po' come sarebbe successo ad una nuvola grigiastra che non sa se deve piovere o no e a che ora, sicuro che il capoufficio avrebbe replicato qualcosa d'acido ed amaro insieme tipo Per questo esistono barometri ed orologi, soprattutto per quelli come lei. Le lancette dell'orologio a muro nel frattempo s'erano dissolte ed erano sfrecciate davanti a lui, precedendolo, e s'erano installate sulla facciona del capoufficio, dove egregiamente ne interpretavano la parte dei mustacchi. Quando finalmente anche lui fu giunto di fronte a quest'indiscussa autorità gli sembrò che la testa del superiore ticchettasse come una bomba ad orologeria e s'intimorì un poco... stava comunque per enunciare la sua già mentalmente disinnescata giustificazione quando s'inceppò di colpo ed incominciò imperdonabilmente a ridere, a ridere a crepapelle, al punto che si dovette sostenere allo schienale di una sedia per non cadere come un sacco vuoto. Ed il capoufficio, che lo osservava con estranea serietà, incominciò anche lui a ridere, dapprima sommessamente e poi come saltellando sulla sedia, ma sempre a denti stretti, e sembrava che ridesse di sé, ed era, il suo, un riso amaro, colpevole. Rise così tanto da piegarsi in due, poi scivolò sotto alla scrivania e da lì sfumò, svaporò, svanì. Ed allo stesso modo, anche se più lentamente, sparirono anche quell'ufficio e l'intero palazzo e lui, gentilmente planando si ritrovò nuovamente in strada.
Riprese, lentamente, fiato: quell'ultimo accesso di risa l'aveva davvero sfinito. E poi... e poi provava un gran senso di colpa. Sentiva come se qualcuno, seduto sul suo stomaco, gli stringesse le mani intorno alla gola. Perché questo senso brutto, ora? Cos'aveva poi fatto per meritarsi quest'improvviso rimorso? Che forse erano svaniti per colpa sua, capoufficio, ufficio e palazzo? In fondo alla via che gli si era aperta in seguito all'evaporazione di quel mezzo isolato, poté scorgere la sua chiesa, la chiesa dove partecipava sempre ai riti e dove andava a confessarsi, e credette che sarebbe stata una buona cosa, a quel punto, approfittare di quel sacramento, togliersi quella zavorra di dosso. Il sacerdote era così buono, poi, così comprensivo: l'avrebbe senz'altro assolto e le sue sagge parole l'avrebbero molto elevato. Entrato in quell'enorme nuvola a forma di chiesa cercò subito con lo sguardo una nuvoletta più piccola che fosse a forma di confessionale. Era dove l'aveva sempre trovato, e capì subito che all'interno già l'aspettava il prete, perché sentì il suo tipico tossicchiare. Si mise in ginocchio di fronte al confessore e fra di loro stava una fitta grata tutta composta di sottilissimi fili di fumo. Non s'era preparato, stavolta, un gran discorso e non avrebbe saputo davvero da dove incominciare. Semplicemente ritenne che sarebbe stato meglio raccontare tutto, fin dall'inizio al sacerdote e poi il succo della storia sarebbe venuto fuori. Colpe, pensò, ce n'erano, a partire dal ritardo, per continuare con quella sua così poco urbana, nuova abitudine di ridere in faccia alla gente, senza contare il fatto che aveva fatto svanire un intero stabile con tutta la gente dentro, Insomma, pensò, con tutta questa roba che porto sulle spalle non crederà certo che io sia venuto qui a fargli perdere tempo, cosa tra l'altro che sarebbe di per sé un peccato che, comunque, si potrebbe confessare istantaneamente. E se se ne venisse assolti forse si stabilirebbe un record tra il tempo del peccato e dell'assoluzione. Certo, però, pensò ancora, se m'alleggerisce delle colpe e se m'eleva con le sagge parole, da dentro una nuvola dove già sono, finirò direttamente al settimo cielo! Questa considerazione lo fece ridere così tanto che, per quanto tentasse di trattenersi, cadde con la faccia in avanti ed incominciò a rotolarsi tra i banchi della navata centrale. Il prete, che nel frattempo aveva fatto capolino con la testa per controllare quello che stava succedendo, era lì-lì per scagliare una tremenda penitenza quando all'improvviso s'arrestò, le sue spalle sussultarono istericamente e prese a ridere d'un riso osceno, cattivo. Poi cadde in ginocchio, poggiò la fronte a terra e sempre ridendo si fece piccolo-piccolo, fino a sparire nel cielo come uno sbuffo d'incenso, lui e poi tutta la chiesa che l'ospitava. E per il nostro eroe che nel frattempo s'era ritrovato in una vuota piazza fu in seguito sempre così, ovunque andasse: all'ufficio postale, a far la spesa, a bere un caffè al bar. Ad un certo punto, che ci fosse o no un motivo, si metteva a ridere e presto o tardi svaniva tutto. Credette che a forza di far sparire l'equivalente in nuvolaglia del mondo che aveva lasciato, ugualmente sulla terra tutto stava di certo lentamente dissolvendosi, guardò allora giù, era da molto che non ricordava più di farlo. Vide le indifferenti moltitudini di persone che andavano avanti e indietro e pensò a quanto fosse noioso, laggiù, tutto, noioso ed inutile. Ciò che salvava quella gente era che a forza di fare avanti e indietro, si dimenticava della noia, ed il loro cielo era sempre blu, piatto. Ci si dimenticava anche delle nuvole, laggiù, e se mancavano, nessuno le rimpiangeva. E a quell'idea rise, rise ancora, follemente, e s'accorse che le proprie risate rimbombavano sonore come tuoni ed arrivavano fino alla superficie: le persone si schermavano gli occhi e guardavano in su, attonite e perplesse. E avrebbe voluto ridere ancora a lungo, ma sentiva di non potercela proprio fare più. Rialzando lo sguardo s'avvide di trovarsi di fronte ad una nuvola gigantesca, maestosa, dalla forma d'albero, la cui chioma pareva sterminata. Una voce sottile stormì tra le fronde: Vivrai un giorno, qui. Ed allora il mondo che lasci, lo sognerai. Dal buio alla luce, dalle profondità al cielo. Piano-piano, un poco per volta. Così, disse. E sembrava che stesse per aggiungere dell'altro, ma fu colpito da un irrefrenabile attacco di risa, che lo scosse a tal punto da fargli perdere innumerevoli foglie, che volavano via come minuscole nuvolette. E lui rise, anche lui, sì, ma d'un riso disperato, colpevole, che lo piegò su se stesso. Vide intorno a sé le altre nuvole piangere... piovere. Senti il proprio viso bagnato e capì che stava succedendo anche a lui. Non voleva vedere le nuvole sciogliersi in pioggia, così, con violenza, chiuse gli occhi, con le mani si schermò lo sguardo ed in uno scroscio svanì.
Aprì gli occhi ed osservò a lungo il bianco soffitto che piatto ed immobile sovrastava il suo letto. Sentì all'improvviso l'intero peso del tempo gravargli su tutto il corpo, volle alzarsi. Pensò che il problema non fosse alzarsi, ma volerlo fare. Volere, era sbagliato. Dipinse cinque strisce rosse sul suo muro nel punto in cui erano apparse la sera prima. Ma prima d'uscire, per andare al lavoro, risistemò la sedia così com'era sempre stata prima che la sera innanzi, precipitosamente slanciandosi verso alla finestra, urtandola, la scostasse.
Uscì e rientrò pochi istanti dopo, come qualcuno che abbia dimenticato qualcosa: corse alla finestra, abbassò per bene la tapparella, e tornò fuori.


venerdì 16 ottobre 2015

FAVULA 1/2

Lui non lo sa come gli altri occupino il loro tempo libero. E nemmeno se lo chiede. Lui, tornato dal lavoro, compiute le necessarie mansioni domestiche, fatti gli acquisti, ed evaso tutto quell'insieme di cose delle quali gli sembra proprio indispensabile occuparsi, si lascia cadere lì, su quella sedia girata verso il muro e rimane, e guarda, e fissa, e nient'altro. Tutto il tempo che può. E non s'annoia, no, proprio per niente. Beh, certo, se è per questo non si può proprio dire che si diverta, ma che significa?lui non sa cosa voglia dire, nemmeno se lo chiede cosa sia annoiarsi, cosa sia divertirsi. Sta lì, fermo-fermo, spalle al mondo, buono-buono, e guarda avanti. Punto e basta. Quando poi la sera scende ed il muro diventa prima grigio ed infine nero, capisce che la parentesi si stringe, si chiude poi, ed è ora d'alzarsi. Accende un lume, cena velocemente e corre a dormire. Tutti i giorni, domenica compresa. E non c'è nulla di strano, in tutto questo, almeno che lui sappia. Se infatti voi mai l'incontraste, un giorno, durante le sue brevi, necessarie sortite fuori casa, chiedete, chiedetegli pure qual è il suo passatempo, lui tutto compito, senza scherzare – non sa scherzare – vi risponderà Sto a guardare il muro. Se ciò vi meraviglierà e crederete di voler approfondire o di fargli notare che forse c'è di meglio da fare, nella vita, lui, molto probabilmente ribatterà così: Non che io sappia, e se non so, probabile che non m'importi.
In casa sua vive da solo e forse, anzi, sicuramente è meglio così. Si sa, ci sono degli hobby che ti rubano tanto di quel tempo ed energia che fai fatica a costruirti una relazione seria nel mondo, figuriamoci a mantenere un'equilibrata, serena convivenza con qualcuno nella tua stessa casa. È questione di scelte d'altra parte, in fondo, non si discute. Lui aveva fatto la sua, ed era così tutto solo. Da molti anni. Inizialmente era capitato nella casa dei suoi genitori, poi loro se n'erano andati. Poi gli erano capitati in casa prima un cane e poi un gatto, ma di punto in bianco anche loro se n'erano andati. Da lungo, lungo tempo, insomma, lui non capitava più nella casa di nessuno e nessuno più capitava in casa sua. Così non era un impiccio, non era una perdita di tempo, non disturbava nessuno, quel suo hobby. Rientrava e si metteva lì, davanti al muro.
Questa storia, come forse avrete notato, è sovrastata, dominata da una strana dimensione del tempo, sempre uguale e piatta, che quasi insensibilmente scorre per il nostro protagonista. Per lui, navigare su questo liscio fiume è come non navigare affatto. È così abituato a sfilare senza scosse sulle quiete acque che ha scordato la barca e pure il fiume. Per quanto ne sappia potrebbe continuare così fino al mare, se è al mare che deve andare e, una volta al mare, dimenticare definitivamente quel fiume di cui, nell'istante da cui ne sarà sbucato, si sarà per un breve momento nuovamente rammentato. Il mare, certo, poi, per quanto risulti, potrebbe pure non esistere e non essere mai esistito... potrebbe essere mera diceria, leggenda metropolitana... si rimane forse per sempre su questo liscio fiume e basta, fino a dimenticarlo, fino a dimenticarsi.
Accade, però, nostro malgrado, talvolta, che senza farsi annunciare, ci travolga un'onda straordinaria che non possiamo far nulla per evitare. Quella ci sferra una tale sferzata alle spalle che rischiamo di svegliarci, o peggio, di cadere in acqua, di scoprire ingovernabile da un momento all'altro la nostra improvvisamente fragile imbarcazione della cui guida non ci siamo mai curati di far grande esperienza. Non si può, certo, prevedere il futuro, e a questo – è ovvio - ci si deve rassegnare... ma del passato si può aver maggiore cura, ed anche del presente che consideriamo effimero e fugace. Ci sarà di certo una ragione, un fatto piccolo che è sfuggito alla nostra attenzione, se magari a monte una frana, la caduta di un grosso masso provoca quest'evento che ormai non possiamo altro fare che rassegnatamente certificare come imponderabile. Noi guardiamo sempre avanti, convinti che dietro di noi non ci sia più nulla d'importante, più nulla di vivo, e invece proprio lì, alle nostre spalle, si è apparecchiato questo scherzo di cattivo gusto che a gran velocità ci raggiunge e ci sconvolge il panorama. Ci ritroviamo così inevitabilmente bagnati: il nostro corpo, il fiume, ci ricordano di loro.
Stava, comunque, lui, tranquillo, a cavallo del suo placido fiume, immobile. Relativamente, perlomeno, per quanto poteva constatare. Insomma, quieto ed imperturbabile davanti al suo rassicurante muro, come sempre, anche quel giorno. Sentendo quel, già ai lettori più attenti si saranno drizzate le orecchie. Avranno certamente capito che questo – quello - non può più essere considerato un giorno qualsiasi. Ed infatti, in un certo, qual preciso momento, il nostro amico incominciò a notare che qualcosa davanti a lui stava cambiando in uno strano modo. Prima impercettibilmente, poi, quasi con prepotenza, oseremmo dire: delle linee rosse come la brace si disegnavano e vibravano sulla piatta superficie del suo solito, lindo pezzo di muro. Infine un pentagramma di fuoco si delineò nettamente davanti al suo sguardo attonito. Un pentagramma vuoto, senza note, senza musica. Si voltò, allora, di scatto, istintivamente, - cosa che di solito non faceva mai, ma che si sentì costretto a fare - ricavandone in seguito col senno del poi l'impressione d'osservare in sé stesso il gesto d'un estraneo - per tentare di trovare l'origine di tale disastro e la prima cosa che notò fu che la sua stanza sembrava attraversata da sospese, abbacinanti strisce di luce rapidamente attraversate da innumerevoli, fluttuanti, piccolissimi corpuscoli che venivano dal nulla e svanivano nel buio. Uno spettacolo che gli dava l'idea che qualcuno avesse infilato cinque spade nella sua finestra e che quelle stessero tagliando casa sua da una parte all'altra. Erano così vivide, sembravano così reali che tentò d'avvicinarsi alla finestra stando bene attento a non attraversarle, convinto che l'avrebbero potuto ferire. Quando infine si decise che non potevano essere altro che innocue strisce di luce che penetravano tra le listelle della tapparella, che non era stata chiusa del tutto, scattò verso la finestra con un inedito balzo. S'accostò a quelle feritoie come una guardia tra i merli d'un castello e cercò di guardar fuori, allo scopo di trovare la fonte di quei segni scarlatti che così insolentemente erano da lì penetrati fino a presentarsi innanzi al suo mite sguardo.
E cosa vide, all'orizzonte! Inizialmente fu preso da un certo, vago timore: credeva, infatti, di primo acchito, di star assistendo ad un terribile incendio scoppiato chissà dove ai confini della città e che senza dubbio ormai avanzava imperterrito ed invincibile fin sotto a casa sua. Prova ne era che già le prime avanguardie avevano invaso e marchiato la sua casa... ma poi ricordò il sole, ricordò il tramonto e capì senza più ombra di dubbio che quello e non altro, era lo spettacolo che davanti a lui si stava svolgendo. Ma: no! Non era certamente un tramonto qualsiasi, era il tramonto più bello che avesse mai visto. Ma: no!pensò: Non è il tramonto più bello che io abbia mai visto, è la cosa più bella che io abbia mai visto. Bella, era, a tal punto, questa “cosa”, che quando il nostro eroe notò che il sole stava per andarsene del tutto, per non vederne la fine, serrò gli occhi violentemente, nell'intento d'imprigionare quell'ultimo istante dietro alle sue palpebre il più a lungo possibile. Voleva far durare quel tramonto più di quanto quel tramonto sarebbe durato, e così, con gli occhi ben serrati e per sicurezza anche con le mani a schermatura dello sguardo si diresse, con quel tesoro conservato dentro di sé, nel buio, verso il letto. Voleva infatti andar subito a dormire con quello spettacolo nella testa, voleva condurre nel proprio buio tutta quella straordinaria bellezza, voleva proteggerla, prolungarla, sognarla ancora e per sempre.
Subito, come s'era augurato, con quella visione s'addormentò e sognò di stare disteso in mezzo ad un enorme deserto, con lo sguardo fisso su nel grigio, uniforme cielo. Tutto sembrava tranquillo, niente, apparentemente lo disturbava. Era così rilassato che anche nel sogno sentì di stare per addormentarsi, poi intorno a sé la temperatura andò velocemente aumentando, capì che qualcosa stava succedendo: udiva ora dei piccoli scoppi ed un certo, lontano, indistinto crepitio. S'alzò un vento, un vento impetuoso, senza che l'annunciassero premonitrici avanguardie di piccoli soffi, ed il cielo prese rapidamente a mutare: nuvole sfilacciate, velocissime, scorrevano senza riguardo alcuno davanti ai suoi occhi. Il crepitare intorno a lui si fece più marcato. Realizzò con orrore, istantaneamente, che il fuoco – un grande fuoco – si stava sempre più stringendo intorno a lui. La situazione s'aggravò ulteriormente quando si rese conto che al bisogno non sarebbe stato in grado di muoversi, che il suo corpo era come bloccato lì, inchiodato da sempre e per sempre. Senza dubbio l'incendio ormai lo stava lambendo, piccole lingue di fuoco già l'avrebbero potuto leccare, se avessero voluto. Stavano solo indugiando un ultimo momento, come fa chi rimira il proprio ultimo prelibato boccone prima d'inghiottirlo. Il suo fiato divenne sempre più veloce, il panico lo stava sopraffacendo e si augurò di svenire, di morire d'un colpo. Ora sentiva che – chissà come – il fuoco ardeva sotto di lui che si trovava forse sul fondo del piatto d'un fornellino, d'un incensiere, d'una di quelle cose lì, insomma. Sentì che si stava sciogliendo. Si chiese se sciogliersi fosse meglio che bruciare. Non che saperlo avrebbe migliorato la sua situazione, ma avrebbe voluto consolarsi in qualche modo. Meglio bruciare, concluse, perché è più veloce. Ed invece, nulla di tutto questo: quell'immane calore che gli si era sviluppato sotto, incominciò a sollevarlo, come una minuscola molecola, come una piuma d'uccello, come un frammento di carta così leggero e piccolo da sfuggire nel fumo al fuoco. Prima s'alzò da terra, il suo corpo, lentamente, poi sempre più veloce, tenacemente aggrappato al torciglione di fumo che s'elevava al centro della terra simile ad una tromba d'aria. Ed in men che non si dica si ritrovò in mezzo al cielo che poco fa osservava da lontano, lontano... lontano. Temette però di risalire troppo ed allora tentò d'aggrapparsi al primo batuffolo di nuvola che correva lì nei pressi, ma riuscì soltanto a sfiorarlo e quello si disfece subito, lasciandogli sul palmo della mano una piacevolissima sensazione di freschezza. Pensò: Se le mani ricordano, quale singolarissima memoria avrà, ora, la mia mano. Ma durò ben poco questo suo curioso pensiero, come scostato dall'accelerazione che aveva di nuovo assunto e soppiantato dalla paura di risalire troppo e di finire nello spazio sconfinato. Il suo corpo diventava sempre più rigido ed impacciato, vuoi per la velocità, vuoi per il freddo ed incominciava a disperare di potersi salvare, ma ecco che all'improvviso scorse una nuova, apparentemente solida nuvola che stava per incrociare la sua traiettoria, e riprese il coraggio e tutta la sua forza. Riuscì ad aggrapparcisi e a buttarcisi dentro, grazie ad un'energia e ad una forza che non ricordava d'avere e che attribuì ai vantaggi che l'altitudine conferisce alle prestazioni atletiche. Si ritrovò, dunque, sul fondo di una nuvola a forma di conchiglia, che, vista dall'alto, sullo sfondo desertico, pareva come adagiata sulla sabbia di una spiaggia, mentre vista dal basso sembrava sfilare veloce nelle vaste azzurrità del mare.

Non sapeva più cosa avrebbe potuto fare, ormai, per tornare a terra e oltretutto, così in quota, con l'ossigeno così rarefatto nel cervello, non si reputava davvero in grado di formulare piani ingegnosi. Si sentiva al sicuro, poi, sul fondo di quel morbido cucchiaio e finalmente si rilassò e stette a lungo ad osservare l'infinita teoria di nuvole che gli correvano intorno. Tutt'a un tratto sentì dentro di sé una grande, ingiustificabile allegria. E si mise a ridere, ridere, ridere in modo scomposto ed esagerato, si rotolava e rigirava sul fondo di quella conchiglia di bambagia che sconquassata dai suoi sussulti, ora sembrava una barca che rollava in balia delle onde. Rideva come un bambino a cui si faccia del solletico, così tanto che temette persino di soffocare, ma non riusciva proprio a farne a meno, al punto che rise persino della paura di soffocare, e rise, e rise, e rise. Il cielo venne solcato da un potente raggio di luce, così inatteso che tutto per un breve istante s'interruppe, trattenne il fiato, tacque, ed allo stesso modo anche il suo riso cessò. Sospirò profondamente, e si rimise bello comodo, disteso sul più morbido dei materassi ad osservare le nuvole che passavano sopra di lui. Ormai tutte avevano preso una forma delineatissima, precisa come quella d'un disegno. E potè così osservare il superbo tragitto d'un unicorno, quello sobbalzante d'un coniglietto, poi quello titubante e sospettoso d'uno strano folletto malcelato tra le larghe maglie d'una striminzita foresta di nuvolette sfilacciate, fra gli altri. Ed al passaggio d'ognuno di questi, rideva, rideva ancora ed ancora. Giunse allora una nuvola a forma d'orsacchiotto, quando fu abbastanza vicina lo riconobbe come l'orsacchiotto che aveva da bambino. Questa nuvola, però, al contrario delle altre, non passò oltre ma si scontrò contro quella del nostro sognatore, con essa fondendosi. Alla qual cosa, tra parentesi, lui rise da matti! 

La seconda parte qui:
http://nivangiosiovarascrisse.blogspot.it/2015/10/favula-22.html

venerdì 9 ottobre 2015

NON C'E' PIU' SALARIO PER LORO

Cammino nel buio: non so che sia la luce, non so che sia il buio. Occhi ho, io, che vedano? Troppo tempo è passato, ormai, perché lo chieda, ma sanno, loro, di vedere? E torno qui, qui ritorno, lo so: m'han detto che sarei tornato. Ed eccomi. Quello, è lui. E sono io.
Lo so: m'han detto che qui mi sarei ritrovato.
Al centro sto, -con lui, schiena contro schiena- d'un labirinto di specchi. La mia, la sua forma, si disperdono sulla lunga teoria di riflettenti pareti. Laggiù il risultato finale: io, lui. Non m'assomiglia. Non lo ricordo. Non lo riconosco.
Sarà per questo che le preghiere che quanti mi hanno amato m'indirizzavano si persero e non potei mai udirle, sarà per questo che il loro pensiero non mi giungeva. Non mi avevano dimenticato: andavano a lui, tutte queste cose, non a me. Non a me.
Loro non mi conoscono.
Non mi hanno mai neppure sospettato.
Si muove. Ed io, dietro. I muscoli ricordano. Dietro, come l'ombra. Nel buio che mi sommerge, che tiene dentro di sé tutti coloro i quali, come me, come me
è un silenzio denso di rabbia, di terribile rancore, è il carico degli ultimi arrivati, oblieranno, poi, e non sarà rassegnazione ma annichilimento, continuo è l'afflusso, ce ne saranno altri, non c'è vacanza al confine. Quel substrato ruvido che ricopre l'oscurità permane eterno. Lo temiamo. Ma non ricordiamo mai che è stato anche nostro. Lo temiamo perché echeggia di vite.
Infine i sommersi dimenticano.
Loto, loro.
I vivi sanno che moriranno.

Quando l'osservo insieme agli altri, stento a distinguerlo. Degli altri ha gli occhi, la bocca, le movenze. Mi distraggo per il tempo di sbattere le palpebre e la pallina finisce sotto ad un altro bicchiere senza che io me ne accorga. Seguirei un altro, a questo punto, un altro che non sono io, e senz'incertezze, ad ogni suo giorno penserei: questo fu un mio giorno, questo fu un mio tempo.
Piangete qualcosa che non è ciò che avete perduto.
Io non so, e voi vi perdete.
E fondate buona parte della convinzione nella vostra superiorità vantandovi di sapervi perdere.
Sì, certo, è vero: io non so.
Ma voi avete mai provato? A cadere nella fiamma e a risalire nel fumo, verso il cielo, a farvi portare dall'aria, a dimenticare d'essere
c'è un luogo in cui miliardi di esseri vivono, insieme, ciecamente fedeli, dal quale si dipartono bracci, raggi, rami, come una stella, un albero, una ruota, ed in questo luogo
E' questo ciò che ero? Di questo era fatta la mia vita? Di questi attimi cruciali e dimenticati? C'è forza nell'oblio. Ce n'è di più che non nella tenace memoria. Sul tavolo: un'agenda, due quaderni, quattro penne, una busta gialla, un pezzo di frontespizio da incollare, una stampante, un monitor, una tastiera, una lampada accesa, gialla di nicotina, un mouse, un accendino, un portacenere all'interno del quale giacciono 11 sigarette, uno scontrino accartocciato, un fiore secco, di magnolia, in una busta trasparente, fogli a quadretti, un bloc notes dalle pagine colorate, rosse e blu, un piccolo altoparlante, un telefono cellulare ed uno wireless, un pacchetto di sigarette, un foglio d'appunti, una moneta:100 lire, 4 dvd senza custodia, un pennarello nero, due sedie sotto al tavolo, su di una dorme un gatto, nero, nero e grigio, sotto di lui un cuscino blu, coperto di peli neri, neri e grigi, è tempo di muta, sullo schienale appoggiata una giacca di velluto, logora, sull'altra sedia, ci sono io, alla tastiera, scrivo, scrivo e non mi riconosco, dimenticherò questo luogo. Dietro di me, io.
Ma i morti non sanno nulla.

Da quel centro da cui si dipartono stai tu, membra e carne. Si dipartono, come ruota, albero o stella. T'accarezzo, mentre scrivi, tu che sei capelli ed occhi infossati, e naso storto, e bocca prognata, piccole orecchie, lungo collo, teschio storto, spalle larghe e puntute, costole, costole a vista, braccia muscolose e magre scolpite di vene, e peli, peli sul petto, sulla faccia, sulle gambe, i polpacci, e sei piedi e cazzo coglioni e scroto ed io niente io no niente niente di niente e tu buco del culo e tendini, viscere e fegato, arterie e cuore, gomiti, cistifellea, e cervello e sapere ed io nulla, nulla sapere, e tu calzini e mutande e maglietta bianca dalla scritta gialla e blue-jeans e stivaletti neri e camicia azzurra ed io nulla, nudo, tu unghie e dita e cintura, io niente, addio.
Quand'ero vivo come mi perdevo, ora lo so.